Bloqueo
Ilaria Salis va a Cuba in missione umanitaria
Cuba sta vivendo, a causa dell’embargo americano, una delle peggiori crisi sociali ed economiche della sua storia. Proprio per rispondere a questa situazione drammatica, attivisti e organizzazioni di tutto il mondo si sono uniti nella campagna internazionale di solidarietà Let Cuba Breathe, lanciando anche un convoglio umanitario per consegnare aiuti alla popolazione dell’isola. Tra chi è partito, c’era l’europarlamentare Ilaria Salis che ci racconta la spedizione e la situazione del paese in questo reportage.
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Qualunque riflessione su Cuba deve necessariamente partire da una premessa geopolitica chiara: l’embargo. Non è una posizione neutra, né comoda. Durante una conversazione con uno studente cubano, lui stesso si è lamentato del fatto che, insistendo sul bloqueo, noi finiamo per riprodurre quella che definiva “la giustificazione di tutte le giustificazioni” del governo, rimuovendo il terreno a ogni possibile critica, anche costruttiva. E tuttavia, da cittadina europea – e dunque, mio malgrado, storicamente “alleata” degli Stati Uniti e colpevolmente allineata alle loro politiche imperialiste – non troverei intellettualmente né politicamente onesto parlare di Cuba senza partire da qui. È una posizione che ritengo necessaria. Cuba – isola di dieci milioni di abitanti, a cui si aggiungono altri due milioni emigrati – è stretta da un embargo imposto dagli Stati Uniti fin dal 1962, all’indomani di una rivoluzione che fu al tempo stesso un processo di liberazione nazionale e una trasformazione di segno socialista. Insomma, qualcosa di non solo inaccettabile, ma addirittura oltraggioso per l’imperialismo statunitense. Qualcosa che doveva e deve essere punito.
Da oltre sessant’anni Washington esercita così una pressione costante, che mira esplicitamente a un cambio di governo. L’obiettivo è sottomettere Cuba e riportarla nella propria sfera di influenza – in quello che viene definito, nel disgustoso linguaggio suprematista, il proprio “cortile di casa” – così che le imprese statunitensi possano tornare a sfruttarne le risorse ed estrarre profitti, mentre i turisti americani sorseggiano daiquiri nei resort, sotto lo sguardo compiacente di un governo asservito. Eppure, nonostante questo pesantissimo condizionamento geopolitico ed economico, Cuba ha saputo resistere. A poche decine di chilometri dalla più grande potenza imperialista del mondo, ha attraversato decenni di pressione economica, politica e diplomatica senza cedere. Anzi, è riuscita in parte a costruire un’alternativa efficace – almeno sul piano dei bisogni fondamentali, dell’istruzione e della sanità – soprattutto se comparata ai Paesi limitrofi dell’arcipelago delle Antille. Prima grazie anche all’ancoraggio al blocco sovietico, poi attraverso relazioni commerciali con Paesi ostili agli Stati Uniti.
Oggi, con l’inasprimento della strategia statunitense di dominio assoluto sulle Americhe – una riedizione della dottrina Monroe in chiave trumpiana – questa resistenza ha però un prezzo altissimo, che rischia di diventare insostenibile per la popolazione. Con l’ordine esecutivo del 29 gennaio 2026, adottato poco dopo la cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro, principale alleato e partner commerciale di Cuba, si è segnato un salto di qualità. Gli Stati Uniti puntano a dissuadere qualsiasi Paese dal rifornire l’isola di petrolio, estendendo le sanzioni anche a soggetti terzi e cercando così di strangolarla sul piano energetico. Questo rinvigorito bloqueo, nella sua dimensione concreta, rappresenta una punizione collettiva devastante, che colpisce duramente la vita materiale e quotidiana di un intero popolo. È una forma di violenza strutturale, tanto più grave perché esercitata su larga scala. Dal 1992, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite condanna ogni anno l’embargo, chiedendone la fine in quanto contrario al diritto internazionale. Nell’ottobre 2025, 165 paesi – tra cui l’Italia – hanno votato per la sua revoca immediata, contro appena 7 contrari e 12 astenuti. Una maggioranza schiacciante, che rappresenta quasi l’intera comunità internazionale. Dove sono oggi quei 165 governi, mentre la situazione è persino peggiorata rispetto allo scorso ottobre? Com’è possibile che una posizione così netta non si traduca in azione politica?




