Se fino allo scorso anno gli episodi di aggressioni e torture durante la mobilitazione militare in Ucraina apparivano casi isolati o venivano liquidati come propaganda del Cremlino, oggi è sempre più evidente la tensione tra la popolazione ucraina e lo Stato, rappresentato in prima linea dai suoi reclutatori. Il giornalista Andrea Braschayko racconta le opzioni degli uomini ucraini che non vogliono andare in guerra: nascondersi in casa per anni o pagare migliaia di euro e rischiare la vita per lasciare il paese illegalmente.
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A Kryvyj Rih, città natale di Volodymyr Zelensky, un uomo viene pestato mentre il suo braccio è immobilizzato sotto il minivan Volkswagen dei reclutatori del “Centro territoriale di reclutamento e supporto sociale” (Territorial’nyj centr komplektuvannja ta social’noï pidtrymky, abbreviato TCK), l’impopolare erede ucraino dei non meno osteggiati voenkomat sovietici.
Proprio nella capitale del nazionalismo ucraino, Leopoli, un altro video fatto circolare dalla testata online Strana.ua, bandita nel 2021 dalle autorità di Kyiv come media filorusso, mostra un capannello di persone attorno a un uomo con la testa insanguinata e un folto gruppo di reclutatori, accompagnati anche da un uomo in uniforme da poliziotto. Il furgone è costretto a ritirarsi a mani vuote, come accade spesso nelle grandi città, a differenza dei villaggi, per non cadere sotto l’ira della folla, che divampa in molte città ucraine contro gli interventi dei reclutatori. I casi non sono isolati ma rappresentano situazioni sempre più frequenti in Ucraina, come dimostra una raccolta della newsletter Events in Ukraine.
Fino a poco tempo fa, il fenomeno della busificazione (neologismo ucraino che significa pressappoco ‘essere tirato con la forza all’interno di un bus’) era ritenuto dalla stampa ucraina ed occidentale,un residuo marginale del processo di mobilitazione forzata, se non addirittura una “operazione speciale informativo-psicologica” (informacijno-psycholohična specoperacija, o IPSO, termine abusato da media e politici ucraini per sotterrare gli episodi sgradevoli sotto il velo della guerra ibrida del Cremlino). La propaganda russa non ha di certo mai disdegnato di cogliere la palla al balzo, ma le testimonianze dall’Ucraina, verificate o meno, superano ormai di gran lunga quel qualche migliaio di account fake filo-putiniani — circostanza ammessa pure da media pro-establishment come il Kyiv Independent.
D’altronde, nell’epoca dell’intelligenza artificiale generativa l’onere della prova della veridicità di un video è sempre più sfumata, e molte testimonianze girano su media considerati dallo Stato come anti-ucraini o canali Telegram usati anche per segnalare dove e quando gruppi di TCK distribuiscono le convocazioni militari. L’SBU (i servizi segreti ucraini) hanno arrestato negli scorsi mesi molti dei moderatori di questi gruppi, tra cui persino un soldato.
Finché circolanti su internet, la veridicità di queste testimonianze può essere costantemente messa in dubbio, ma sempre più spesso sono proprio gli organi dello Stato ucraino ad ammettere che c’è qualcosa che non va: la polizia di Odessa ha aperto un’indagine nei confronti di un dipendente del TCK ripreso a malmenare un ragazzino di tredici anni, colpevole di aver lanciato dei sassolini al minivan dei reclutatori. Il procuratore generale ucraino Ruslan Kravchenko, poi, ha dichiarato che il Bureau statale d’indagine (Deržavne bjuro rozsliduvan’, o DBR, l’organo che indaga sui reati di funzionari, giudici, forze dell’ordine e militari) ha preso in custodia dieci dipendenti di un TCK odessita accusati di aver prelevato civili con la forza, soffocandoli, usando gas urticanti, o investendoli per strada. In un sadico schema Ponzi, sette dei dieci sospettati erano stati mobilitati nella primavera del 2025, prima di essere assegnati allo stesso TCK di Odessa: uno di loro aveva sul proprio cellulare uno screensaver di arruolatori AI con lo slogan “corri, impacchetta, consegna”.
Sempre a Leopoli è stata accertata, lo scorso dicembre, la morte di un reclutatore, Jurij Bondarenko, veterano del 2014. Il suo assassino ha poi dichiarato in aula: “All’inizio gli ho detto di controllare nella banca dati, poiché non volevo fare l’accesso in Reserve+ (l’app statale del registro di leva, ndr). Ho chiamato l’avvocato, lo stavo aspettando. Poi è arrivato un furgone, si sono aperte le porte e ho preso subito un colpo in faccia. Mi hanno spruzzato addosso lo spray. Il mio ricordo sono tre o quattro uomini in uniforme che mi picchiano e la polizia che non fa nulla. La cosa successiva che ricordo è che apro la porta di casa e poi cerco di lavarmi via il gas lacrimogeno. È tutto quello che ricordo di quella sera”, ha raccontato l’indagato. Alla domanda dei giornalisti se il coltello trovato sulla scena del crimine fosse il suo, ha risposto di sì. Alla domanda se avesse accoltellato il militare ha detto: “A quanto pare, è andata così”.
Il trentenne indagato ha aggiunto inoltre che, a quanto gli risulta, non era ricercato e non aveva un rinvio dal servizio. “Le stesse persone che mi hanno fermato mi avevano già controllato, credo, tre settimane prima: loro mi conoscevano e io conoscevo loro”, ha detto l’uomo. Nei commenti al video dell’udienza su BBC Ukraine, molti dei commenti con più like hanno pena per l’imputato, parlano di autodifesa e persino di atto di eroismo, quasi un Luigi Mangione in salsa ucraina. O forse, è proprio il TCK a essere inquadrato, anche dai sostenitori della resistenza a oltranza, come una specie di ICE ucraino, un organo incostituzionale che agisce contro gli interessi della sua stessa popolazione, sebbene sia la macchina di sopraffazione che contribuisce a tenere in piedi, seppur controvoglia, il fronte per lo meno in trincea (mentre la guerra si evolve sempre più grazie in droni e azioni di sabotaggio).
Pochi mesi dopo, ancora nel capoluogo galiziano, viene accoltellato a morte Oleh Avdjejev, 52 anni e due partecipazioni olimpiche nello slittino, a Nagano nel 1998 e a Salt Lake City nel 2002. A colpirlo non è un uomo qualsiasi bensì Andrij Trush, ispettore della dogana ucraino-polacca, anch’egli dunque parte dell’architettura statale ucraina. Trush difendeva il fratello da un arruolamento forzato del TCK in seguito al funerale della nonna, mentre i due fumavano una sigaretta fuori dall’obitorio dopo aver sbrigato le faccende burocratiche dell’interramento .
È la terza morte confermata di un reclutatore dall’inizio dell’invasione. La prima risale al 1 febbraio 2025, in un’altra regione tradizionalmente considerata culla della ucrainità come quella di Poltava. In una stazione di servizio, un quarantenne si avvicina con un fucile da caccia al militare del TCK Oleksandr Sykalchuk che scortava un gruppo di mobilitati verso il centro di addestramento, gli intima di consegnare l’arma e, al rifiuto, gli spara. Poi prende il mitragliatore del morto e fugge insieme a uno dei coscritti, un parente della sua compagna. Entrambi vengono arrestati nel giro di poche ore. Quella stessa mattina, nella stessa città, un Kh-22 russo esplode sopra un condominio di Poltava: quindici morti, fra cui due bambini, e diciassette feriti.
A proposito di sport invernali, il portiere della nazionale ucraina di hockey Eduard Zakharchenko, nato a Vladivostok e con un passato anche nei Fassa Falcons di Canazei, in Trentino, ha raccontato di essere stato arruolato mentre insieme a un compagno di squadra del Kremenchug cercava di ricaricare il telefono a una stazione di servizio. Zakharchenko ha raccontato che i dipendenti del TCK li avrebbero portati in caserma con l’inganno, per poi dirgli a cose fatte “perdonateci, se non avessimo preso voi, avrebbero fatto lo stesso con noi”.
A questi uomini, ex militari e non, tocca infatti l’ingrato compito di rimpinguare i ranghi dell’esercito ucraino in un momento storico in cui i volontari, come i volenterosi, praticamente non esistono più almeno dal 2023, dal fallimento della controffensiva ucraina. La lenta evoluzione dei combattimenti e il perdurare della corruzione a tutti i livelli della società spingono gli ucraini a interrogarsi sul futuro della resistenza all’invasione russa, quella che nel 2022 aveva conquistato i cuori anche dei più scettici, se non filorussi, dei suoi cittadini. Ma come si concilia tutto ciò con le statistiche e una narrazione che vogliono gli ucraini uniti nell’intento di combattere a oltranza? “Quasi tutti quei sondaggi vengono condotti esclusivamente nei territori sotto il controllo del governo ucraino”, ha spiegato Volodymyr Ishchenko, ricercatore associato all’Istituto di studi sull’Europa orientale della Freie Universität di Berlino, a Responsible Statecraft. “Vuol dire che non intervistano gli ucraini in Crimea, nel Donbas, nei territori occupati, nell’Unione europea, né quelli andati in Russia. Insomma, fino a un terzo della popolazione totale di chi possiede un passaporto ucraino non viene nemmeno interpellato”.
In molte scene di busificazione vengono registrate colluttazioni in strada fra TCK e cittadini, spesso a favore dei primi ma non meno di frequente si verificano respingimenti da parte di conoscenti delle vittime o semplici passanti. Busification.org è un archivio video e OSINT dedicato, con cronologia dei casi contestati di TCK e polizia, statistiche (7.491 casi totali censiti al luglio 2026) e filtri per città, oltre a un registro dei 62 morti durante la mobilitazione.
Il primo è stato Borys Hluščak, ventinove anni, nell’agosto del 2023. Diagnosi per ritardo nello sviluppo psichico a 11 anni, cieco da un occhio, epilettico. Si era più volte presentato spontaneamente al distretto militare chiedendo di essere arruolato, ma i reclutatori, che lo conoscevano, lo rispedivano indietro per le patologie pregresse e i problemi di alcolismo. Qualche mese dopo, ha però incontrato dei reclutatori che non lo conoscevano affatto, in un altro villaggio della provincia di Odessa, dove risiedeva. Una visita medica durata venti minuti lo spedisce a Mykolaiv pochi giorni dopo: muore nella stessa sera dell’arrivo in caserma.
L’ultimo invece è Volodymyr Homa, quarantenne di Leopoli, padre di sei figli (sopra i tre figli a carico si ha diritto all’esenzione dalla leva). Prelevato al mattino mentre scendeva dall’autobus per andare al lavoro, alla sera era già al poligono di formazione a Zhytomir, 400 chilometri a est. Morirà il giorno dopo, ma la famiglia non avrà sue notizie per dodici giorni; al contrario, il TCK che lo aveva arruolato illegalmente lo dichiarerà a più riprese vivo e vegeto, e la conferma della morte arriverà alla famiglia per vie traverse. Morto ufficialmente per complicazioni cardiovascolari, senza alcuna patologia pregressa, sul suo corpo sono stati trovati diversi ematomi e ferite. Il procedimento penale era stato aperto già il giorno successivo alla morte, ma l’inquirente Jaroslav Knjazjuk non ha informato i figli né dell’apertura del procedimento né della morte del padre. Al perché Knjazjuk ha risposto: “Dovevo farlo? Sta scritto da qualche parte?”, nonostante la comunicazione contenesse tutti i recapiti della madre. Knjazjuk si è rifiutato di consegnare i documenti necessari a ottenere lo status di parte offesa, adducendo il giorno festivo.
Si è preso la responsabilità di studiare quest’ultimo e altri casi il Commissario parlamentare per i diritti umani Dmytro Lubinec’, che già nel marzo del 2025 aveva dichiarato pubblicamente che le violazioni dei diritti da parte del personale dei TCK avevano smesso di essere casi isolati, piuttosto simbolo di un ‘sistema coercitivo’. Lo stesso Lubinec’ ha riferito, nel febbraio di quest’anno, di un aumento di 333 (!) volte delle denunce contro l’operato dei TCK rispetto al 2022: appena 18 nel primo anno, ben 6,127 lo scorso anno. In un’intervista del giugno 2026 ha aggiunto di non mostrare pubblicamente “nemmeno l’1%” dei casi, indicando come solo una minima parte degli episodi diventa visibile nei media o nei rapporti ufficiali.
I media mainstream ucraini, come Ukrainska Pravda e Suspilne (sebbene Myslovo, la Treccani ucraina, annoverasse ‘busificazione’ come parola dell’anno già nel 2024), hanno cominciato a evidenziare a rilento il fenomeno, così notevole da meritare pure una pagina Wikipedia nell’ambito della cosiddetta crisi disertiva ucraina. Per capirne la portata: secondo Mykhailo Fedorov, ministro della Difesa rimosso da Zelensky dopo appena sei mesi nonostante le promesse di riforma della mobilitazione mai realmente concretizzate, i renitenti sarebbero circa due milioni, mentre le assenze arbitrarie e gli allontanamenti dai reparti al fronte sfiorano i duecentomila casi. È il prodotto di una guerra di logoramento diventata carneficina, e insieme delle violenze dentro le stesse brigate.
Lo scandalo più recente riguarda il 225° reggimento d’assalto, creato per iniziativa dell’allora comandante in capo Oleksandr Syrskyj, e celebre per l’incursione a Kursk del 2024: alcune decine di militari, dei familiari e soldati di unità affiancate hanno raccontato alla giornalista Anna Kaljužna, in un’inchiesta pubblicata da Texty.org.ua, minacce di fucilazione e colpi sparati contro i propri commilitoni durante le ritirate, pestaggi e detenzioni illegali. Tra una carica e l’altra, i militari accusati di infrazioni finivano nelle jamy, le “buche”, locali sotterranei dove venivano tenuti e picchiati; nei casi più gravi si passava all’albero della verità, a cui gli uomini venivano legati, a volte denudati, e colpiti con tubi di plastica o bastoni finché la pelle non cedeva. Il reggimento nega la maggior parte delle accuse, ma su un episodio di legatura e pestaggio ha ammesso di aver aperto un’indagine interna e consegnato i responsabili alla polizia militare, mentre il comandante delle Forze terrestri Mychajlo Drapatyj ha ordinato una verifica sull’unità.
Il comandante del 225mo, Oleh Šyrjajev, ha alle spalle una storia lunga e singolare in gruppi paramilitari sia ultranazionalisti sia filorussi, oltre a un periodo in carcere per estorsione e criminalità organizzata. Non ha peraltro contestato l’autenticità di un file audio in cui ordina ai suoi sottoposti di sparare ai disertori, mentre altri comandanti hanno ammesso di perdere oltre mille soldati alla settimana. Che non si tratti di un’anomalia isolata lo lascia intendere Denis Kapustin, alias White Rex, neonazista russo bandito dall’Unione europea e condannato in patria a due ergastoli, oggi comandante del Corpo dei volontari russi che combatte per l’Ucraina; nella lunga intervista rilasciata ad aprile al giornalista russo di opposizione Jurij Dud’ ha descritto punizioni di questo tipo come una pratica tutt’altro che rara nell’esercito ucraino, e del resto anche in quello russo: tutto il mondo (post-sovietico) è paese. Ma la popolazione ucraina è quattro volte inferiore a quella della Federazione Russa, che non ha finora avuto bisogno di dichiarare la mobilitazione generale.
Al di là delle unità in cui percosse e torture sono più frequenti che in altre, la vita al fronte non ha più, per nessuno se non per pochi esaltati, quella attrattiva e adrenalina dei primi mesi post-invasione, così come calano le motivazioni più intrinseche. La scorsa settimana, i combattenti della 121ma brigata si sono rivolti direttamente al nuovo comandante in capo Mychajlo Drapatyj, denunciando che la mancanza di rotazioni, cibo e acqua li costringe a bere la propria urina per sopravvivere.
Come noto, nel 2022 il governo ucraino si è visto costretto a vietare l’espatrio agli uomini tra i 18 e i 60 anni. Quando nell’agosto 2025 ha allentato le regole per la fascia dai 18 ai 22 anni, una decisione di Zelensky che ha indispettito i partner occidentali, i dati di frontiera hanno registrato circa 96.000 uscite in tre mesi, all’incirca un uomo su sette di quella fascia d’età secondo il Centre for Economic Strategy.
Per tutti gli altri, la linea dello Stato sembra essere questa: se non puoi convincerli, confondili. Oppure spaventali con la violenza. Secondo inchieste giornalistiche e indagini del DBR, il già citato ufficio statale per le indagini sui reati dei funzionari, soprattutto nelle regioni di confine proliferano quelle che gli atti chiamano “bande criminali” composte da dipendenti dei TCK. A riprova di ciò, solo nelle ultime settimane è stato smascherato un TCK di Kharkiv che usava le reclute per lo spaccio di cannabis, anfetamine, ecstasy e LSD su gruppi Telegram. Altri TCK assoldano invece hooligan di strada e piccoli criminali, i cosiddetti titušky; parola entrata nel lessico durante Euromaidan, quando il Partito delle Regioni dell’ex presidente Yanukovych li impiegava come picchiatori e agenti provocatori, sebbene la parola derivi dal cognome di Vadym Tituško, assunto proprio dai militanti di Svoboda e sostenitore delle proteste anti-governative.
Un TCK di Odessa esternalizzava a questi “uomini delle consegne” il lavoro sporco, macchiato persino di violenze sessuali: il tutto per una quota fissa di cinque coscritti al giorno, possibilità di raccogliere mazzette a costo di portare alla leadership del TCK l’equivalente di 20,000 dollari al mese, in un paese dove lo stipendio medio ancora oggi non arriva a cinquecento dollari. Il commissario Lubinec’ ha denunciato che il suo rappresentante in Transcarpazia, Andrij Krjučkov, dopo aver documentato detenzioni illegali (anche di disabili), torture e condizioni igieniche da Guantanamo per i renitenti nel TCK di Užhorod, è finito a sua volta nel mirino del capo del centro di reclutamento regionale.
E intanto Leopoli continua a ribollire: un gruppo di circa duecento persone ha strappato un uomo all’arruolamento in strada, ribaltando il furgone dei reclutatori; curiosamente, tra la folla vi erano almeno due militari in licenza. Una rabbia onnipresente pure a Odessa, dove un uomo ha aperto il fuoco su una squadra di reclutatori ferendone quattro, e sta già toccando buona parte delle regioni ucraine: sono almeno 619 gli attacchi a centri o dipendenti del TCK in tutta l’Ucraina dal 2022. Il deputato del partito di Solidarietà Europea dell’ex presidente Poroshenko e giornalista della tv privata dello stesso Poroshenko Channel 5, Vitalij Hajudukevic, ha proposto in diretta televisiva di aprire il fuoco verso chi si ribella ai TCK in strada, mentre più diplomaticamente si moltiplicano editoriali paternalisti e passivo-aggressivi dei blogger militari ucraini — anche comprensibili mettendosi nei panni di alcuni soldati che non hanno un ricambio da oltre cinquanta mesi.
E poi c’è persino lo Stato che busifica i busificatori: nel quartiere Peresyp una squadra dell’SBU ha detenuto, in seguito a un inseguimento scaturito in una sparatoria, un reclutatore del TCK, dopo che questi aveva provato a estorcere 30,000 dollari per un’esenzione. In Ucraina, infatti, la corruzione e il malgoverno sono insieme veleno e antidoto. Per sfuggire a questo manicomio esiste un listino prezzi: sia per chi vuole restare, sia per chi vuole svignarsela. Un’inchiesta dell’Ukrainska Pravda dall’eloquente titolo “Comprare la libertà”, fornisce un po’ di cifre per mostrare come il sistema attorno ai TCK monetizza sulla paura della mobilitazione fra la popolazione ucraina. A Sumy una cancellazione dal registro dei ricercati costa appena 300 dollari, ma un’esenzione contraffatta ben 7000. Più equilibrio in Volinia, dove la prima costa 1500, ma la seconda appena 2500. A Odessa i prezzi dipendono dalla cronologia del ‘contatto’: 4000 dollari per non consegnare la cartolina precetto di convocazione (povistka), 6000 dollari se questa è già presente e non si vuole essere trascinati al centro di reclutamento. Crescono i prezzi nell’Ucraina centrale, più lontana dai confini europei verso cui si può scappare, e per questo più redditizia: per servizi simili a Dnipro si può arrivare a spendere 16,000 dollari, addirittura 20,000 a Kropyvnyc’kyj.
Per chi ha disposizione queste somme, o può farsele prestare, il gioco vale la candela e può togliere grossi grattacapi futuri. Anche perché tra i video di Busification.org ce n’è per tutti i gusti: da quelli fatti di nascosto, tristi perché documentano i rapimenti del TCK nell’indifferenza generale, a quelli in cui capannelli di persone più numerosi, spesso capitanati da donne, riescono a respingere i reclutatori, fino alle scene di completa anarchia, tendenza sempre presente nella società ucraina anche sotto le condizioni più rigide. I più inquietanti sono probabilmente quelli ripresi dalle telecamere di servizio, come questa scena stile GTA nel centro di Leopoli, oppure la straziante ripresa di un uomo a Ternopil che non riesce a scavalcare il cancello di casa per pochi secondi.
In mezzo ai Carpazi si assiste un uomo in parapendio, in sottofondo una voce asettica ma maniacalmente descrittiva: “sembra proprio che scappi dall’Ucraina, lo vedete, e gli sparano addosso”. Silenzio. Rumore di spari. Per chi non sa praticare il parapendio, c’è l’opzione del nuoto: l’Ucraina è separata dai suoi numerosi vicini attraverso diversi fiumi: se il Danubio che la separa dalla Romania è fin troppo largo persino per un nuotatore professionista, i più modesti Dnistro (Moldavia) e Tibisco (Ungheria e Romania) offrono vie di fuga allettanti, sebbene ugualmente pericolose. Secondo i dati della Guardia di frontiera ucraina, negli ultimi quattro anni sono oltre 70 i morti per annegamento, ipotermia in montagna o altri incidenti sulle zone di confine, di cui circa 50 cercando di attraversare il Tibisco, già metà più ‘popolare’ (sic) all’inizio della guerra; molti vi si avventurano senza neppure saper nuotare.
Chi ha paura di annegare, sceglie la montagna. Florin Coman, capo della polizia di frontiera di Sighetu Marmației, già nel maggio 2024 aveva dichiarato che circa 11.000 uomini ucraini hanno attraversato illegalmente in Romania dal febbraio 2022; 19 erano morti, di cui 11 annegati nella Tysa e gli altri in montagna, senza attrezzatura adeguata e spesso d’inverno, e almeno 108 ucraini salvati dai soccorritori nel solo Maramureș nei primi due anni. In un più recente reportage della CNN, si parla dell’associazione Salvamont Maramureș di Dan Benga, ex rugbista dedicato al salvataggio delle persone in condizioni estreme in montagna, che ha recuperato 377 ucraini in meno di quattro anni. Tra essi un uomo che ha perso tutte le dita dei piedi dopo cinque giorni di pendii sotto zero. “Molti di loro mi dicono che preferirebbero morire in montagna, piuttosto che in guerra,” ha raccontato Benga in un’intervista a France 24.
Esiste un florido mercato pure per uscire dal paese: si arriva a pagare fino a 15,000 dollari per una rotta predefinita, spesso usando bambini locali come guide, sebbene i transfrontalieri sorveglino la zona con droni e telecamere nascoste nella foresta. Nonostante ciò, almeno 45,000 ucraini, secondo i dati diffusi dalle autorità ucraine a metà 2025 sono riusciti a lasciare il paese illegalmente, tra essi Pasha, cresciuto in Transcarpazia e inizialmente attivo nel sostegno all’esercito attraverso donazioni e volontariato. “Avevo smesso di avere fiducia nella politica ucraina dopo il 2014, ma l’invasione dei moskaly (termine dispregiativo per indicare i russi, nda) mi ha risvegliato. Nei primi anni seguivo numerosi gruppi Telegram e partecipavo ad ogni crowdfunding che potevo, poi ho cominciato a vedere come questa guerra non avesse una fine e i canali tramite cui mi informavo questa fine non volevano nemmeno immaginarla”.
Una prospettiva cupa, per un trentenne che ha da poco avuto una figlia e ne aspettava un altro. Per i primi tempi il suo lavoro era considerato essenziale, possedeva dunque una bronja, un’esenzione dalla leva militare in cui lo Stato riserva d’ufficio un lavoratore per quel posto, invece di impiegarlo nell’esercito. Poi la bronja, come spesso accade, non è stata rinnovata e “ogni mattina in cui prendevo il bus per andare al lavoro, e quando ritornavo, qualsiasi momento all’aperto in generale, era diventato una fonte costante di stress e paranoia. I posti di blocco erano ovunque, e sempre più amici venivano arruolati contro la loro volontà”.
Uno zio gli propone di lavorare con lui in una piccola azienda di elettronica a Debrecen, in Ungheria. Il percorso che divide la Transcarpazia - piccola regione con quattro confini UE-NATO (al nord tocca pure la Slovacchia e la Polonia) - dalle terre magiare e rumene è estremo in entrambi i sensi. Troppa pianura e quindi impossibilità di nascondersi al confine ungherese, troppa montagna in parte di quello rumeno. “Non ero sicuro nel nuoto nemmeno nei piccoli fiumi della mia città, figurarsi nel Tibisco. E in ogni caso, come la montagna, non era un’opzione, poiché la scelta e la possibilità concreta è maturata in pieno inverno,” racconta Pasha. “L’occasione è stata un signore ucraino-ungherese, aveva poco più di sessant’anni e quindi non aveva obblighi di leva, e aiutava le persone a un prezzo non folle come quelli che sentivo in giro”. L’area è quella della foresta tra Chust e Tjachiv, nel sud della regione. Non alta montagna come nel confine est con la Romania, non a misura di drone come sul confine ucraino-magiaro.
“Succede tutto in un unico giorno: il mio primo contatto mi fornisce un indirizzo in un villaggio pre-frontaliero, e poche ore dopo il vecchio ci accompagnava [Pasha era insieme a un gruppo di quattro persone, nda] per circa metà del percorso: non potevo portare nulla, nemmeno un telefono cellulare, altrimenti saremmo stati intercettati,” mi dice. “Sono arrivato col buio, ma al di là del confine rumeno mi aspettavano mia moglie e mia figlia: ci eravamo dati un punto di ritrovo, che sono riuscito a raggiungere solo chiedendo informazioni”. Era una domenica di dicembre, e non so se Pasha abbia scelto il giorno leggendo la testimonianza di Vasyl, ex contrabbandiere di sigarette di Rakhiv, che ancora oggi porta gli uomini al confine nella propria macchina e consiglia di farlo nel giorno del Signore, “quando i frontalieri rumeni sono già ubriachi”.
Pasha non mi rivela la somma esatta da corrispondere al vecchio ucraino di origine ungherese, di cui non ricorda più il nome, ma ha calcolato che lavorando a Debrecen conta di restituire la somma, presa in prestito da certi ‘usurai calmierati’, alquanto diffusi nell’economia informale in Transcarpazia, “entro la fine di quest’anno”. Nel frattempo, però, si riserva ugualmente del tempo per uno sfizio. Per la prima volta nella sua vita, quest’estate, viaggerà in un luogo al di fuori del raggio “di circa 200 chilometri” dal suo luogo di nascita. Con la famiglia ricongiunta, andrà due settimane in Marocco. Forse è questo il sapore della libertà, dopo una fuga rocambolesca?
Andrea Braschayko è un giornalista freelance.






