Dimenticare il passato
Aleksej Tilman segue le elezioni in Armenia
La storia di pochi Stati è segnata da traumi e eventi tragici come quella dell’Armenia, che, infatti, vive il proprio passato come un fatto profondamente attuale con il quale bisogna continuamente fare i conti. Eppure, in questa sospensione permanente in cui niente sembra muoversi, le cose stanno cambiando e si è riconfermato per la terza volta al potere un primo ministro che vuole cambiare tutto questo. Aleksej Tilman, analista esperto di Caucaso, è stato in Armenia proprio nei giorni del voto e ci racconta in questo reportage il mood che si respira nel paese e le criticità a cui deve andare incontro.
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Nella primavera di quest’anno sono stato in Armenia in due momenti particolari. Il primo viaggio cadeva a cavallo del 24 aprile, il giorno in cui gli armeni commemorano le vittime del genocidio armeno. Avevo assistito alla stessa ricorrenza da Erevan esattamente dieci anni fa e mi interessava capire come la celebrazione collettiva degli avvenimenti del 1915 sia cambiata nell’ultimo decennio, periodo in cui il paese del Caucaso ha vissuto una rivoluzione e tre guerre. La ricorrenza cadeva poi a poco più di un mese dall’altro appuntamento importante, le elezioni parlamentari del 7 giugno. Se la prima visita mi ha permesso di osservare gli inizi della campagna elettorale, la seconda arrivava a ridosso di un voto che avrebbe avuto tanto da dire sulla politica interna ed estera. Mentre gli armeni andavano alle urne, ho visitato diversi seggi e sedi dei partiti intervistando elettori, attivisti e osservatori politici locali per avere un quadro delle motivazioni che li spingevano a fare determinate scelte elettorali. In entrambe le visite, sono stato sia nella capitale che in alcune cittadine nelle vicinanze: Armavir, capoluogo della regione omonima, e Abovyan.
Le elezioni, tutto sommato, sono andate come ci si attendeva e il primo ministro uscente, Nikol Pashinyan, si è confermato in modo decisivo al potere; il partito Contratto Civile, infatti, ha ottenuto il 49,82% delle preferenze e ben 64 dei 105 seggi dell’Assemblea Nazionale, una maggioranza sufficiente a governare per un terzo mandato senza bisogno di alleanze, impensabili nel clima politico sempre più polarizzato del piccolo paese caucasico. Negli ultimi anni l’esecutivo armeno ha intrapreso due iniziative radicali: il tentativo, dopo oltre un trentennio di guerre e confini chiusi, di normalizzare i rapporti con i vicini Azerbaijan e Turchia e quello di superare la dipendenza dalla Russia in materia di economia e sicurezza, avvicinandosi contestualmente all’Occidente. Tali azioni vanno a toccare punti fondanti dell’identità armena e sono, comprensibilmente, osteggiate con forza da una parte della società. Proprio in virtù di ciò, l’appuntamento elettorale è stato tanto importante e infatti non sorprende l’alta affluenza alle urne. I risultati, ad ogni modo, sono stati meno netti di quanto i numeri facciano pensare. I vincitori hanno un ampio margine sulle due forze di opposizione che sono entrate in parlamento, ma questo non significa che potrà portare avanti liberamente tutti i propri progetti politici, a partire dalla pace con gli azeri.
L’identità armena, va ricordato anche solo per avere chiaro che cosa sta accadendo oggi, è stata profondamente plasmata dalla memoria di due tragiche vicende storiche, soltanto in apparenza molto lontane tra loro: il genocidio armeno e la disputa con l’Azerbaijan per il controllo del Nagorno-Karabakh (o, in armeno, l’Artsakh). Quasi tutti gli armeni, in effetti, hanno tra i propri antenati delle vittime della Medz Yeghern (la “Grande catastrofe”), lo sterminio sistematico perpetrato dal governo dei Giovani Turchi nel territorio dell’Impero ottomano tra il 1915 e il 1917 nel quale si stima che morirono fino a 1,5 milioni di persone di etnia armena. Una tragedia di proporzioni inaudite, ulteriormente aggravata negli anni e decenni successivi dall’impunità per i responsabili di quei fatti e dal continuo negazionismo di Stato portato avanti ancora oggi dalla Turchia e dai suoi alleati. Ogni 24 aprile il genocidio viene commemorato con grandi iniziative pubbliche tanto nella capitale Erevan, quanto dagli armeni dispersi in giro per il mondo; più passa il tempo, però, più l’occasione ha mutato di significato, concentrando in modo più o meno diretto il discorso su altre questioni più attuali, ovvero la guerra.
Il conflitto, a sua volta, ha le proprie origini negli anni Venti del Novecento e risale alla decisione delle autorità sovietiche di assegnare la regione alla Repubblica Socialista Azera nonostante la popolazione fosse in maggioranza armena. La scelta fu fonte di una profonda insoddisfazione che però rimase latente per il resto della storia dell’URSS e non riemerse fino al 1987, quando in Armenia e nel Nagorno-Karabakh si formò il “Movimento del Karabakh”, una mobilitazione di massa per chiedere l’unione della regione alla madrepatria. Qualsiasi rivisitazione dei confini fu osteggiata dall’Azerbaijan e le tensioni e le violenze crebbero per tutti gli anni successivi finché, nel 1992, non sfociarono in un sanguinoso conflitto conclusosi soltanto nel 1994 con la vittoria armena. Il Nagorno-Karabakh divenne così una repubblica de facto indipendente, ma non riconosciuta da nessun Stato membro dell’Onu e la cui esistenza si reggeva interamente sul sostegno dell’Armenia. Inoltre, nel 1993, la Turchia ruppe i rapporti diplomatici con Erevan in sostegno degli alleati azeri chiudendo il confine che divide i due paesi.
La vittoria, celebrata ogni 9 maggio, era legata a stretto giro alla formazione del nuovo stato armeno che aveva riguadagnato l’indipendenza nel 1991. Una vittoria pagata a caro prezzo, senz’altro, ma che permetteva di giustificare i tanti e dolorosi sacrifici: i morti, le persone rimaste senza casa, le ristrettezze economiche e l’isolamento internazionale. Una vittoria che comportò anche una parziale rinuncia alla sovranità, visto che la Russia rimase in controllo delle risorse nazionali e i soldati di Mosca pattugliavano i confini dello Stato – come d’altra parte accade ancora oggi. Ma quello che contava più di ogni altra cosa era che la riconquista di uno di quei territori che facevano parte della “Grande Armenia”, le aree oggi collocate principalmente nella Turchia orientale in cui risiedevano gli armeni prima del genocidio, permettesse una sorta di parziale riscatto per gli abusi subiti in passato. La questione non era però chiusa lì: dopo essersi pesantemente riarmato senza sosta per due decenni grazie ai proventi di gas e petrolio, l’Azerbaijan testò le difese armene dapprima nel 2016 per poi attaccare il Nagorno-Karabakh nel 2020 e riconquistarne una parte significativa. Il cessate il fuoco mediato dalla Russia a seguito di 44 giorni di guerra non durò a lungo e già nel 2022 l’esercito di Baku arrivò ad occupare alcune aree dell’Armenia e, dopo aver isolato per nove mesi la regione portando la popolazione alla fame, a lanciare un’offensiva finale contro l’ultima parte dell’Artsakh rimasta sotto il controllo armeno, costringendo all’esodo i suoi oltre 100mila abitanti – una politica che è stata definita come una forma di genocidio. Questo ci riconduce all’immediata attualità.
Ho visitato l’Armenia all’inizio della campagna elettorale, in occasione delle commemorazioni del genocidio del 24 aprile, e poi nei giorni delle elezioni. Visivamente, tra i miei due soggiorni, il paese si è sorprendentemente riempito di cuoricini e spillette con la forma del paese – senza l’Artsakh, volutamente escluso. Non c’era angolo delle strade, in città e in campagna, in cui non si vedessero manifesti elettorali dominati da questi due elementi grafici e dal ritratto di Pashinyan inusualmente sorridente. La simbologia richiama direttamente la politica estera intrapresa dal governo dopo la definitiva perdita del Nagorno-Karabakh, inquadrata in quella che lo stesso primo ministro ha definito come la “dottrina dell’Armenia Reale”. In altre parole, questo principio è riassumibile nell’idea che sia necessario per il futuro del paese concentrarsi sul benessere del territorio internazionalmente riconosciuto, lasciando perdere una volta per tutte i sogni revanscisti sulla “Grande Armenia” e le varie recriminazioni territoriali come di altro genere nei confronti dell’Azerbaijan e della Turchia. Nel giorno del voto, davanti alla sede di seggio nella scuola numero 1 della cittadina di Armavir, una quarantina di chilometri dalla capitale, un giovane elettore di Contratto Civile a cui chiedo le motivazioni della sua scelta mi spiega che gli armeni devono: “Dimenticarsi il passato e pensare al futuro”. Non è però semplice per tutti dopo tutti i traumi il cui ricordo è costantemente rinnovato dai monumenti di cui l’Armenia è costellata alle vittime del genocidio e ai morti dei conflitti più o meno recenti, e il fatto che l’Azerbaijan ancora detenga nelle proprie carceri esponenti dell’ormai ex-stato separatista e stia progressivamente distruggendo ogni traccia culturale, architettonica e umana della presenza armena in Nagorno-Karabakh.
Proprio su questo punto si articolava la campagna elettorale delle principali forze di opposizione e, in generale, un po’ tutto il dibattito politico armeno. Se Pashinyan si presenta come leader del “partito della pace” e definisce i propri principali avversari come il “partito della guerra a tre teste”, questi ultimi lo accusano di essere un agente della Turchia e dell’Azerbaijan, con uno di essi che lo scorso 14 maggio lo ha descritto come una sorta di robot con un chip in testa azionato direttamente da Baku. Sempre ad Armavir, un signore sulla sessantina che si presenta come un veterano delle tre guerre in Nagorno-Karabakh e dichiara di aver votato Armenia Forte, mi ferma per dirmi che Pashinyan è un “traditore che ha abbandonato il paese”, tra improperi ed espressioni ingiuriose. “Anche queste forze politiche parlano di pace”, mi aveva spiegato ad aprile il giornalista Arsen Kharatyan, “associandola però ad aggettivi quali stabile, dignitosa e garantita”. Rimane da chiarire cosa questo esattamente significhi a livello negoziale, al di là di un percepito bisogno di una fetta dell’opinione pubblica di “difendere gli interessi nazionali”.
La battaglia si è combattuta con violenza anche rispetto ai simboli nazionali, primo fra tutti il monte Ararat, situato in territorio turco ma perfettamente visibile da tutti gli angoli di Erevan. La montagna, a tutti gli effetti sacra per gli armeni, è stata di recente rimossa dai timbri del passaporto che vengono stampati all’ingresso in Armenia, in nome della riconciliazione con la Turchia. Proprio per questo, molti partiti di opposizione hanno piazzato la sagoma o la fotografia della montagna sullo sfondo dei loro manifesti elettorali. Basta entrare in una casa armena in qualsiasi parte del mondo per comprendere quanto questo simbolo sia importante per la loro identità. Allo stesso modo, è ormai ridotto ad un semplice simbolo anche il Nagorno-Karabakh, nonostante i rifugiati siano lì a dimostrare il contrario; eppure, per Pashinyan, quella vicenda non è che “un errore del passato”; al contrario, in occasione della tradizionale fiaccolata la sera del 23 aprile, organizzata da uno dei partiti di minoranza a cui ho partecipato, la perdita dell’Artsakh veniva raccontata come la continuazione diretta del genocidio. Enormi bandiere dell’ex repubblica venivano portate in giro da persone di tutte le età nella lunga marcia verso il memoriale del genocidio su una collina che domina il centro di Erevan. All’apertura dell’evento uno dei suoi organizzatori alternava i nomi di luoghi del genocidio a quelli di località del Nagorno-Karabakh cadute in mano azera. I manifestanti gridavano “Baykar”, ovvero una lotta che per loro non è finita, e bruciavano un’enorme bandiera turca sulla centralissima Piazza della Repubblica.
La fine del Nagorno-Karabakh ci porta all’altra grande iniziativa dell’esecutivo degli ultimi anni. Persa la contesa con l’Azerbaijan, la dipendenza dalla Russia non ha più ragion d’essere, a maggior ragione se si considera che Mosca ha largamente disatteso il suo ruolo di garante della sicurezza armena non difendendo in nessun modo né la regione separatista né l’Armenia stessa nel momento del bisogno. Quindi, Erevan ha iniziato a spingere per diversificare la propria politica estera e avvicinarsi come mai prima d’ora all’Unione Europea e agli Stati Uniti, trovando sponde a Bruxelles e Washington. Tutto ciò, come era preventivabile, non è stato ben accolto a Mosca che in primo luogo ha reagito minacciando ritorsioni economiche – l’economia armena, dopotutto, è molto dipendente dalla Russia, sia per l’importazione di gas a prezzi bassi sia per le esportazioni di prodotti agricoli. Come se non bastasse, lo scorso 9 maggio, i toni si sono ulteriormente alzati quando il presidente russo Vladimir Putin ha evocato scenari infausti, ricordando che “la crisi ucraina è iniziata con l’integrazione europea”. All’avvicinarsi del voto, dalle parole si è passati ai fatti con la sospensione della vendita di merci armene in Russia e l’invito a svolgere nel paese un referendum per scegliere tra l’ingresso nell’UE e la permanenza nell’Unione Economica Euroasiatica, l’organizzazione politica post-sovietica a guida russa di cui fanno parte anche Bielorussia, Kazakistan e Kirghizistan. Infine, è stata lanciata una massiccia offensiva di fake news e si è persino paventato l’uso dei due milioni di membri della diaspora armena in Russia per influenzare l’esito del voto. Nonostante le immagini delle code all’aeroporto la notte prima del voto che giravano sui social e il panico “sull’arrivo degli armeni dalla Russia” che molte persone mi hanno espresso nel giorno del voto, a conti fatti tutto questo ha pesato parzialmente sui risultati delle elezioni.
Quanto è certo è che restano numerose le sfide che il nuovo governo dovrà affrontare, come dopotutto ha ricordato lo stesso Pashinyan nel discorso con cui ha proclamato la vittoria nelle prime ore dell’8 giugno. In primo luogo, trovare un qualche equilibrio tra la volontà di rafforzare i rapporti con l’Occidente e la necessità di mantenere i rapporti con la Russia. Se questo non avverrà, il paese piomberà in un’inevitabile crisi economica. Poi occorre proseguire i negoziati con Azerbaijan e Turchia; nonostante Erevan abbia sostanzialmente accettato tutte le richieste azere ai tavoli negoziali, Baku richiede che venga emendata la stessa costituzione armena dal momento che nel suo preambolo contiene un riferimento alla dichiarazione d’indipendenza del paese che, a sua volta, cita il Nagorno-Karabakh. Eppure, senza una maggioranza qualificata di due terzi dei seggi non si potrà iniziare questo processo ed è difficile immaginarne le implicazioni. Per arrivare alla firma del trattato di pace dovrà essere anche costruita la cosiddetta Trump Route for International Peace and Prosperity (TRIPP), un’infrastruttura in territorio armeno volta a collegare l’exclave azera del Nachicevan al resto del paese, su cui restano tanti dubbi circa come dovrebbe funzionare o anche solo essere realizzata. Trovandosi letteralmente a pochi metri dall’Iran e visto che, come suggerisce il nome, vedrà il coinvolgimento di investimenti statunitensi, non sono chiare le possibili reazioni di Teheran al riguardo. Accanto ai negoziati, infine, continuano le sfide identitarie: basteranno spillette e cuoricini a far digerire cambiamenti così repentini e radicali?
Resta, infine, anche la sfida democratica. Pashinyan è salito al governo nel 2018 ergendosi a capo di una serie di movimenti di piazza contro la corruzione e i brogli elettorali che lui stesso aveva ribattezzato come la “Rivoluzione di Velluto”. Negli ultimi otto anni, è cambiato tanto in Armenia, il paese è migliorato in tutti gli indici democratici ed è diminuita la corruzione. Un terzo mandato, però, non è mai una buona notizia e i casi dei violenti attacchi verbali del premier ad alcuni rifugiati del Nagorno-Karabakh che lo avevano confrontato durante la campagna elettorale danno inevitabilmente da pensare. Ad ogni modo, il quadro politico rimane di fatto lo stesso: da una parte c’è Pashinyan, dall’altra l’opposizione che è ancora espressione della vecchia classe oligarchica che governava il paese prima del 2018. Nel discorso dell’8 giugno il primo ministro ha promesso una guerra agli “oligarchi-criminali”, dando l’idea che la legislatura appena iniziata sarà polarizzante almeno quanto la precedente. “Prima del 2018 non potevamo scegliere, adesso possiamo farlo”, mi dice una giovane elettrice di Erevan che, con le sue parole, forse sintetizza meglio di chiunque altro ciò che davvero conta: il risultato del voto ha espresso le preferenze di massima dell’opinione pubblica nazionale, qualcosa che fino a poco tempo fa era tutt’altro che scontato in Armenia.
Aleksej Tilman è un analista specializzato nelle dinamiche politiche e sociali dell’area caucasica, di cui ha scritto per testate come Meridiano 13 e Valigia Blu.






