Alla fine di settembre in Russia si sono tenute le prime elezioni legislative dall’inizio della guerra in Ucraina e senza nessuna sorpresa sono state stravinte da Russia Unita, il partito di Putin. Tra brogli, intimidazioni e esclusioni dei candidati più fastidiosi per il Cremlino, ai russi è rimasta solo una valvola di sfogo: i meme. Giovanni Savino, professore di Storia della Russia all’Università Federico II di Napoli, su come funziona la “democrazia” russa.
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«Scusate, state contando i voti?».
«No, li stiamo semplicemente disegnando».
Il dialogo, di per sé surreale, è tra un gatto e un uomo, quest’ultimo seduto a uno scrittoio: è un’immagine di Stradajuščee srednevekov’e (Medioevo sofferente), pagina di divulgazione storica e meme molto popolare nella “russosfera” e che raccoglie illustrazioni e quadri del passato per commentare l’attualità. La miniatura ritrae l’evangelista Matteo in un manoscritto proveniente da Bruges datato inizio XVI secolo e oggi conservato a Rouen; la cornice dialogica ha due riferimenti: il primo a un altro meme, diventato virale nel 2021, dove ci sono otto gatti per strada e una bancarella improvvisata dove vendono pesci. Quattro dei felini guardano in direzione del venditore e gli chiedono: «Ma vendete pesci?», e di rimando «No, li sto solo mostrando», con la risposta, un po’ sconsolata «che bello…». Il secondo riferimento è alle elezioni per il rinnovo della Duma, la Camera bassa del sistema parlamentare russo, appena tenutesi dal 18 al 20 settembre, che hanno visto un’affermazione senza precedenti di Russia Unita, il partito di Vladimir Putin; qui la battuta sui voti, è netta, decisa, arriva dritta perché il verbo risovat’, «disegnare», appartiene da tempo anche al lessico informale con cui si descrivono risultati elettorali aggiustati, ridefiniti secondo le volontà delle autorità.
Durante i tre giorni delle legislative, come c’era da aspettarsi, l’internet russo è stato invaso da meme accompagnati da foto o filmati di situazioni surreali ai seggi: giusto per restare in Italia, domenica mattina a Milano ad accogliere la fila di votanti vi era un tizio mascherato da orso e una donna vestita da Masha, proprio come nel popolare cartone animato. Tra folklore, sarcasmo e disperazione, il repertorio è vario, e va operata una distinzione sia con le immagini grottesche di chi si è recato ai seggi, si direbbe, “just for fun”, sia con quei post e reels in grado di raccontare altro: il tormentone six-seven, la mobilitazione, le pubblicità per il servizio militare, le lotte all’interno dell’opposizione in esilio. A essere interessante, però, è quanto tutto questo racconti di come il linguaggio della Runet, il web in russo, traduca nei propri simboli l’attualità politica. Attenzione, questo non vuol dire che i meme possano dirci, con un certo grado di accuratezza, cosa pensino i russi, né tantomeno siano un campione rappresentativo della società — molti di essi provengono da chi ha già sviluppato un sentimento critico nei confronti del potere e vengono rilanciati da media indipendenti come Vërstka, che cura una meravigliosa e utilissima rassegna settimanale di meme su Instagram. Si tratta, però, di una fonte qualitativa: mostrano quali riferimenti funzionano senza bisogno di spiegazioni, quali associazioni sono immediatamente riconoscibili e in che modo un determinato pubblico rende intelligibile un rituale politico del quale sembra conoscere già le regole.
Ed è qui che il meme diventa a suo modo scienza, perché le elezioni del 2026 sono state preparate dall’Amministrazione presidenziale attraverso obiettivi molto precisi: già a marzo era stato reso pubblico che Russia Unita dovesse ottenere un risultato del 55% a fronte di un’affluenza al 50%; fonti anonime avevano parlato a Meduza di indicatori di prestazione molto più ambiziosi, con un dato del 60% per il 55% di votanti. Nel corso dei mesi, però, la corsa a un risultato strabiliante per il partito ha rallentato, complici anche le difficoltà registrate dalla retorica trionfalista sulla guerra, con i massicci attacchi quotidiani di droni ucraini che hanno colpito raffinerie, aeroporti, gli hub dei colossi del commercio online Wildberries e Ozon e anche edifici civili, a cui si è unita la crisi dei rifornimenti di benzina e altri carburanti. Alla fine, però, è stato un mix delle due agende imposte dall’alto ad affermarsi: il partito di Putin ha ottenuto il 57,96%, a votare è stato il 59.32% dell’elettorato, un aumento di circa otto punti percentuali rispetto al 2021.
Il riferimento all’indicatore di prestazione (Key Performance Indicator, KPI, in inglese) non è un caso, nel sistema putiniano, dove lo spirito aziendalista, nonostante la mutazione militaristica, continua a essere la vera anima: non vi è costruzione del consenso, come avveniva nei regimi del XX secolo – autoritari o meno – né tantomeno vi è una volontà finale di mobilitare; le elezioni sono un insieme di obiettivi, di soglie, di minimi da raggiungere, regione per regione, percentuale per percentuale, deputato per deputato. Una concezione dove permane qualcosa di presente già in Unione Sovietica, il mettere la spunta per segnare la presenza alle riunioni di partito, la galočka, ma che nella Russia contemporanea si è tramutata in una concreta pressione soprattutto sui dipendenti pubblici e delle holding private e parastatali affinché votino, spesso utilizzando il DEG (Distancionnoe elektronnoe golosovanie), la piattaforma informatica per il voto a distanza, a cui tanti elettori sono stati registrati e dove l’affluenza è stata del 90%. Un sistema opaco, comodo per verificare se davvero si è votato, mandando uno screenshot o il certificato al responsabile al lavoro, o alle coordinatrici delle classi frequentate dai figli. Questa trasformazione tecnologica di forme di mobilitazione in nome di una concezione prettamente amministrativa e commerciale del voto viene colta dai meme, che la riescono a tradurre in una critica immediatamente comprensibile.
Per questo il gatto che chiede se i voti vengano contati, e riceve la risposta su come siano disegnati, appartiene a un immaginario datato, seppur ancora valido visto che si può votare alle urne; oggi vi è un update tecnologico di un certo livello. Ad offrirlo è lo stesso presidente, il cui voto è stato espresso online in un video che ha creato decine, forse centinaia, di versioni in cui il leader russo gioca a Solitario, ascolta tracce del peggiore pop locale, disegna una casetta su Paint, cerca piante, progetta su Autocad, ordina un panino, è alle prese con i videogiochi. Questi meme toccano obliquamente il potere, ma ve ne sono di altri, ben più sferzanti, che riescono meglio in questo compito: in un reel dove si riprende il video, sotto l’immagine di Putin al computer compare un improbabile «pannello di controllo “Elezioni 2026”». Ci sono Russia Unita, il KPRF, il LDPR, Novye Lyudi e Yabloko, e accanto a loro compaiono barre e percentuali: basta spostare un cursore per modificare il risultato. Yabloko non ha neppure bisogno di una percentuale, risulta “bloccato”, con accanto un pulsante ban. Il messaggio è diretto, le elezioni non vengono più modificate da un tratto di penna, bensì vengono configurate; il presidente non getta schede nelle urne, non redige verbali o ordina a un presidente di seggio il da farsi, perché è l’unico che dispone dei privilegi necessari per modificare i parametri del sistema. Il passaggio è interessante perché aggiorna anche l’immaginario della manipolazione politica, dove al broglio materiale si sostituisce la metafora della piattaforma: il sistema esiste, funziona, produce dati, ma qualcuno possiede un livello di accesso superiore a quello degli utenti normali.
Ovviamente nella realtà non c’è Putin seduto dietro a un monitor a manipolare dati a piacimento, ma l’immagine riesce a spiegare il concetto di consultazioni gestibili senza troppi affanni; Vërstka, nel bilancio pubblicato all’indomani delle elezioni, ha ricostruito pressioni sui dipendenti pubblici, difficoltà per gli osservatori, irregolarità e l’impegno dell’apparato per ottenere un risultato molto alto per Russia Unita. Il meme fa ciò che i meme sanno fare meglio: prende un meccanismo complesso e lo riduce a un’interfaccia familiare, senza bisogno di ulteriori approfondimenti, bastano uno slider, una percentuale, un pulsante con la scritta ban. E quando durante lo scrutinio ufficiale vi è un aggiornamento e la percentuale di Russia Unita si impenna, la realtà diventa meme, e il commento di un utente online su X, «bisogna esser bravi a disegnarsi il 48% dei voti in mezzo minuto», fa tornare il verbo risovat’ — stavolta non serve neppure costruire una vignetta, è lo screenshot del dato a diventare il meme.
Ma non sono solo Russia Unita e Vladimir Putin a esser al centro delle riflessioni degli utenti online: appare lo screenshot di un commento con scritto «a che punto bisogna ridurre un paese per cercare la salvezza nel KPRF», scrive un utente; in un’altra immagine un personaggio anime dall’aria trionfante accompagna la frase «come sono andato oggi a votare per il KPRF». Qui l’ironia funziona proprio perché non è propaganda comunista, e il partito di Gennadij Zjuganov appare l’unica scelta disponibile di un assortimento politico alquanto scarno e già selezionato, mentre in un altro caso si gioca su omonimie linguistiche: «amici, conoscete qualche buon lifehack per sistemare il režim?», chiede un user, dove režim può indicare tanto il regime politico quanto la routine quotidiana, e qualcuno gli risponde: «Non votare EdRo» (diminutivo di Edinaja Rossija, Russia Unita). Una sorta di paragone al negativo, in cui il partito al potere vince, ma non convince.
Fin qui sono gli utenti a trasformare le elezioni in meme, con uno smartphone o alla tastiera del portatile, ma durante la lunghissima tre giorni di apertura delle urne è avvenuto anche il contrario: il meme è entrato nel seggio. A Kazan’, al seggio numero 67, è stata organizzata una festa a tema six-seven, il tormentone nato negli Stati Uniti e diventato globale attraverso TikTok, uno di quei fenomeni la cui fortuna dipende anche dall’assenza di un significato preciso e dal piacere di riconoscere un codice condiviso. La coincidenza con il numero del seggio era troppo invitante: il six-seven è diventato una performance dentro lo spazio fisico dell’elezione, attuata da giovanissimi, senza alcun legame evidente con la propaganda o con lo sfottò. È interessante la dinamica di rovesciamento, nella quale non vi è più la messa in ridicolo del linguaggio politico ma è il rituale elettorale a incorporare i codici della cultura online, il seggio un set dove girare un contenuto da poter poi postare. E questo diventa un ulteriore strumento nell’arsenale della polit-technologija, la “tecnologia della politica”, ovvero il combinato disposto di tecniche comunicative, costruzione dell’immagine, gestione amministrativa e mobilitazione con cui, nella Russia contemporanea, si organizzano le condizioni stesse nelle quali avviene la competizione politica.
Poi, se qualcuno se ne fosse dimenticato, c’è la guerra. «Ciao! A che ora comincia domani la mobilitazione?», domanda qualcuno durante il voto, e un altro chiede: «Quelli che hanno votato Russia Unita, a che ora devono presentarsi domani al voenkomat?». Ancora più efficace è lo screenshot di un messaggio che annuncia l’invio di una convocazione militare, accompagnato dalla frase: «Come vi dicevo, sono andato a votare». Non vi è un rapporto casuale tra voto e cartolina-precetto, piuttosto una sequenza logica costruita in questo modo: elezioni –> Russia Unita –> guerra –> mobilitazione –> voenkomat (l’ufficio di reclutamento). Non c’è bisogno di altra spiegazione. Un procedimento simile vi è nella fotografia che ritrae un 6x3 di Russia Unita dove vi è solo lo slogan «Za stabil’nost’!», «Per la stabilità!», solo che il cartellone si trova nei pressi di una stazione di servizio dove si vede la colonna con esposti i prezzi del carburante. Non occorre, in questo caso, nemmeno una didascalia: è l’inquadratura a fare il lavoro del meme, collocando uno dei mantra alla base del pluridecennale sistema putiniano nel contesto quotidiano di un’estate dove code chilometriche alla ricerca di pompe con carburante disponibile si dipanavano nelle città; non è nemmeno necessario contraddire lo slogan, perché il fermo immagine dice tutto.
Attraverso questo meccanismo, si è spiegata e commentata anche il ban di Yabloko, la formazione liberal-progressista contro la guerra la cui lista federale è stata esclusa: ci sono stati casi di elettori che si son recati ai seggi, anche nelle rappresentanze diplomatiche all’estero, portando con sé delle mele, fotografandole nelle cabine, offrendole ai membri delle commissioni elettorali, con successivi sequestri. Il riferimento è chiaro – yabloko significa «mela» – e proprio per questo efficace: il partito scompare dalla scheda e ritorna sotto forma di frutto, travalicando il meme in senso stretto.
Nella macchina memetica ci è finita anche l’opposizione in esilio, soprattutto la Fondazione per la lotta alla corruzione (FBK), erede del lascito di Alexey Navalny, e Maksim Katz, protagonisti di una vera e propria faida durata anni e che hanno trovato un accordo, alla vigilia del voto, sui candidati da sostenere nei collegi uninominali, proseguendo nella tattica dell’umnoe golosovanie — quel “voto intelligente” volto a penalizzare Russia Unita. Il video dell’annuncio, in cui oltre a Katz vi era Yulia Navalnaya, è diventato materiale perfetto per memare, perché un riavvicinamento così sorprendente si è fatto notare: «Ciao, hai visto che Yulia Navalnaya e Maksim Katz stanno insieme? Ho pensato subito a te e a quello che c’è stato fra noi…», recita una battuta costruita come il messaggio di un ex che cerca una scusa qualsiasi per rifarsi vivo. Qualcun altro ha pubblicato una scena di Breaking Bad a ricordare a Leonid Volkov quanto avesse polemizzato aspramente con Katz per ora girarci assieme un video. Il meme sembra svolgere una funzione di archivio, perché conserva tutto: dichiarazioni, antipatie, polemiche, contraddizioni, da tirare fuori quando serve. Ovviamente questo comporta un limite, perché bisogna aver seguito la storia della faida tra FBK e Katz, ricordare le puntate precedenti, capire perché vederli assieme faccia notizia; così la politica diventa lore, con i suoi personaggi, le loro guerre private, le loro mosse nel corso di stagioni dove inattesi ritorni di fiamma sono sempre possibili.
Ma cosa servono in definitiva i meme durante elezioni il cui risultato è scontato e poco interessante? La risposta più semplice potrebbe essere che è una forma di resistenza umana, un po’ come il settimanale Cuore negli anni Novanta, ma – oltre alla differenza della produzione memetica da quella satirica di una rivista – sarebbe dar a essi una funzione di mobilitazione politica che non sempre possono avere. Ridere di Russia Unita non rende automaticamente oppositori, così come condividere una battuta sui risultati «disegnati» non ci dice necessariamente cosa si pensi della guerra, di Putin o del KPRF. La risata può nascere da rassegnazione, cinismo, sarcasmo, ostilità, o semplicemente perché quel meme fa ridere. Vi è però un risultato inatteso: i meme costruiscono un vocabolario comune. Non è necessario spiegare in tante parole come viene manomesso il voto, quando basta pubblicare un’immagine di qualcuno che «disegna» una percentuale; il sistema dei risultati prestabiliti diventa un pannello con gli slider; il KPRF l’ultima possibilità rimasta; il rapporto tra elezioni e guerra una domanda sull’orario in cui presentarsi al voenkomat; Yabloko, escluso dalla scheda, può tornarci sotto forma di mela. Il meme non è uno spiegone sulla politica odierna, perché la comprime, e chi lo adopera ha già presente il contesto; è proprio per questo che non ci dice cosa pensino i “russi”, una categoria fin troppo ampia per essere racchiusa nella enorme proliferazione di immagini online, ma ci racconta quali associazioni funzionino senza essere spiegate, quali riferimenti sono dati per scontato e quale sia la grammatica attraverso la quale una parte della “russosfera” traduce l’esperienza della politica quotidiana. Torniamo così al gatto da cui siamo partiti: nella miniatura cinquecentesca non si contano i voti, li si «disegna»; nel reel con Putin alle prese con le percentuali non vi è bisogno di disegnarli, basta spostare il cursore con il mouse e in mezzo vi è una piccola cronistoria di come sia cambiata la percezione della manipolazione dei risultati elettorali, passando dalle penne posate sui verbali di seggio al sistema da configurare con un solo click. Il problema è però chi ha le credenziali da admin, quale sia la password di questo sistema.
Giovanni Savino è professore e ricercatore di Storia della Russia all'Università Federico II di Napoli. Cura la newsletter Russia e altre sciocchezze e un omonimo canale Telegram.





