Divina inefficienza
Francesco Leone Spallino sulla Chiesa e l'intelligenza artificiale
Cosa pensa la Chiesa cattolica della Silicon Valley? È questa la domanda chiave per capire il pontificato di Leone XIV, il papa americano laureato in matematica che ha presentato la sua prima enciclica, dedicata alla rivoluzione dell’intelligenza artificiale, insieme a uno dei fondatori di Anthropic. Francesco Leone Spallino, giornalista esperto di questioni vaticane, spiega cosa c’entra Robert Prevost con Elon Musk e Peter Thiel e perché quello della salvezza è un settore in cui la Chiesa non ammette competitor.
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“Che differenza c’è tra una macchina che funziona e un uomo che esiste?” Padre Paolo Benanti mi ha posto questa domanda alla fine di una lunga conversazione che abbiamo avuto nel 2024, quando Papa Francesco era ancora vivo e l’intelligenza artificiale era per molti vaticanisti poco più che una curiosità. Ero andato dal francescano, docente di etica della tecnologia alla Pontificia Università Gregoriana di Roma, aspettandomi almeno un minimo di prospettive apocalittiche; alla fine, invece, ne ero uscito tutto sommato rassicurato. Non tanto perché il frate avesse certezze forti riguardo ai problemi etici e morali dell’intelligenza artificiale, quanto perché non sembrava affatto individuarli come problemi nuovi. Dietro il suo sorriso placido c’era tutta la conoscenza di un’istituzione millenaria che, se forse non è esperta di algoritmi, conosce comunque piuttosto bene gli esseri umani. All’epoca pensavo di star facendo un’intervista sull’AI ma, con il senno di poi, ho capito che in realtà stavo raccogliendo note per capire il pontificato successivo.
Pochi mesi dopo quell’incontro, Papa Francesco era morto. Confesso, con una punta di disgusto verso me stesso, di aver partecipato in quei giorni al Fantapapa: tra le poche cose che avevo indovinato c’era il nome del suo successore, Leone. “Che egotrip ti stai facendo”, mi aveva detto un amico. Ammetto che portare due papi consecutivi nel mio nome rendeva la mia anagrafica particolarmente cool negli ambienti vaticani, ma se avevo scommesso su Leone era stato per un’altra ragione: l’idea che l’AI corrispondesse a una nuova rivoluzione industriale, con tutte le sue premesse sociali, si era già insinuata dentro la Chiesa. E cosa fa la Chiesa durante una rivoluzione? Scrive una nuova Rerum Novarum – e per farlo serve un Leone. Nel 1891 Leone XIII aveva pubblicato l’enciclica che avrebbe fondato la moderna dottrina sociale della Chiesa, nel periodo storico in cui la rivoluzione industriale aveva creato una nuova categoria sociale, l’operaio. Nello stesso periodo si affermava altresì la nuova contesa tra capitalismo e socialismo, con in mezzo milioni di uomini divenuti al contempo numeri, ingranaggi, potenza generativa e forza rivoluzionaria. La Rerum Novarum era stata l’ingresso della Chiesa in quella battaglia, non meno cruenta delle crociate, ricordando ai contendenti che l’uomo non era soltanto il braccio che muove le macchine della produzione o, peggio ancora, la massa che spinge le ruote di una macchina rivoluzionaria, ma anche anima. E l’anima è prerogativa indiscutibile della Chiesa.
Ed ecco che, poco più di un secolo dopo e nel pieno di una nuova rivoluzione, dalla loggia di San Pietro, si affaccia Robert Francis Prevost, il primo papa statunitense della storia. Se i conclavi avevano escluso questa possibilità per decenni facendo valere la regola per cui non si nomina pontefice il “cappellano” di una superpotenza, il tabù veniva finalmente superato proprio nel momento in cui gli Stati Uniti apparivano aggressivi e divisi come mai prima. Eppure, l’immensa proporzione storica della crisi imperiale americana che si sta consumando sotto i nostri occhi non è una grande novità per la Chiesa: anzi, è proprio su questo che ha costruito la propria filosofia della Storia. Nel 410 i visigoti di Alarico entrarono a Roma e la saccheggiarono per tre giorni: lo shock fu enorme dal momento che Roma era il mondo. I contemporanei identificarono subito i cristiani come i colpevoli, poiché avendo abbandonato gli dèi tradizionali avevano condannato l’impero alla rovina. A rispondere fu un vescovo di una provincia nordafricana, Agostino di Ippona, che impiegò tredici anni per scrivere la sua replica: La città di Dio. Nella Storia, scrisse, convivono da sempre due città, quasi indistinguibili: la città terrena, costruita sul dominio, la potenza e l’amore di sé spinto fino al disprezzo di Dio, e la città di Dio, costruita sul movimento esattamente contrario. Insomma nessun impero è l’ultima parola, nemmeno quello che si proclama eterno: Roma può cadere, perché non è che la città terrena di turno. Se erano parole di consolazione per i fedeli terrorizzati, erano anche una dichiarazione di superiorità rispetto al potere terreno: voi passate, noi restiamo. La Chiesa ha già seppellito un impero che si credeva eterno. Sedici secoli dopo, ecco un’altra civiltà che crede di essere il mondo e si sente i barbari addosso. Il conclave, chiamato a darle un interlocutore, ha compiuto, come spesso fa, una scelta didascalica: un figlio dell’impero, formato nell’ordine agostiniano e che, come lui, l’impero l’ha guardato per decenni dalla provincia. Agostino era un provinciale africano che scriveva alla capitale; Prevost è un uomo della capitale che ha scelto la provincia. La sua Roma si chiama Washington DC; la sua Ippona, Chiclayo.
Robert Francis Prevost è nato nel 1955 a Dolton, sobborgo meridionale di Chicago, figlio di un sovrintendente scolastico e di una bibliotecaria: un’infanzia nel cuore amministrativo e ordinato dell’impero, di cui assorbe senza troppa ribellione la cultura – è un fan sfegatato dei Chicago White Sox – e anche la lingua tecnica, studiando matematica alla Villanova University; è il primo papa della Storia con una laurea in questa disciplina. Intendiamoci, Prevost aveva sempre voluto fare il papa: i vicini raccontano che già da bambino organizzava messe, con tavolo e tovaglia messi in cortile per rappresentare l’altare. La vera svolta arriva però nel 1985, quando parte per il Perù stabilendosi dapprima a Trujillo e poi a Chiclayo, di cui diventa vescovo; nel 2015 prende persino la cittadinanza peruviana, dimostrando la forte vicinanza emotiva al paese andino. Quest’anno ha detto che avrebbe tifato per gli Stati Uniti ai mondiali di calcio, ma solo perché il Perù non si è qualificato. L’uomo del centro che si fa uomo della periferia e passa vent’anni a battezzare, sposare e seppellire quelli che l’impero chiama aliens, i barbari alle porte. Mentre lo scrivo mi trovo nel punto in cui Brasile, Argentina e Paraguay si toccano e i confini si attraversano in motorino, senza che nessuno ti chieda il passaporto: da queste parti la frontiera è soprattutto una questione di prezzi – si va in Paraguay per l’elettronica, si torna in Brasile per la spesa. Vivendoci, si capiscono meglio due cose: la prima è la prospettiva di Prevost, ovvero che l’impero visto dalla provincia ha tutto un’altro sapore rispetto al centro. La seconda è la visione di Agostino: quando i confini li vivi ogni giorno impari che le frontiere vere sono altre. Agostino, infatti, individuava le due città dentro l’impero romano; Prevost le ha viste dentro l’impero americano. Quanto le due città siano mescolate lo dice l’albero genealogico dello stesso papa: uno dei fratelli maggiori, rimasto in Illinois, è un sostenitore dichiarato di Trump, di quelli che ne rilanciano i meme su Facebook. Eppure i due fratelli si sfidano quotidianamente a giochi di società sul cellulare e, prima della nomina papale, si riunivano ogni anno per il pranzo del Ringraziamento. Il confine delle due città attraversa anche i tavoli delle cucine e, in termini più ampi, proprio l’Illinois è diventato uno dei principali campi di battaglia.
Nel 2025, il giorno di Ognissanti, ad alcuni detenuti del centro di detenzione per migranti di Broadview, a mezz’ora d’auto dai luoghi dell’infanzia di Prevost, è stata negata la comunione. I vescovi americani hanno condannato la campagna di deportazioni dell’ICE con una durezza che non si vedeva da decenni e Leone li ha appoggiati, esigendo che i religiosi potessero entrare nei centri. “Nessuno ha detto che gli Stati Uniti debbano avere frontiere aperte”, ha concesso ai giornalisti, “ciò che non è ammissibile è il trattamento disumano di chi vive e lavora nel paese da anni”. A Broadview, a ben guardare, non si è consumata una disputa sulla politica migratoria, ma un conflitto tra giurisdizioni concorrenti. Lo Stato può trattenere corpi, è il suo mestiere e Leone glielo riconosce (“date a Cesare quel che è di Cesare”), ma negare la comunione a un detenuto significa pretendere anche il resto: trattare l’anima come un accessorio del corpo recluso. È il gesto della nazione che si vuole proprietaria dell’uomo intero. Per questo la richiesta “di soccorso” del papa, ovvero di far entrare i religiosi nei centri, non è tanto carità, quanto rivendicazione di competenza. Il caso di Broadview, per quanto esemplare, non è che una piccola battaglia. Quando a contendersi la proprietà dell’uomo non è più un singolo Stato con i suoi centri di detenzione, ma un’intera rivoluzione tecnologica con il suo catalogo di salvezze, la Chiesa smette di rispondere episodio per episodio. La risposta vera alla rivoluzione la dà come la dà da duemila anni: per iscritto, con il sigillo.
Il 15 maggio 2026, 135 anni esatti dopo la firma della Rerum Novarum, Leone XIV ha firmato Magnifica Humanitas, “sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale”, ed è anche stata anche la prima volta nella storia in cui un papa ha partecipato personalmente alla presentazione di una propria enciclica. Accanto a Leone sedeva Christopher Olah, cofondatore di Anthropic, in quel momento ai ferri corti con la Casa Bianca proprio sull’uso militare dei suoi modelli. Di cosa si parla, quando si parla di AI e armamenti, l’ha recentemente spiegato Alexander Kokhanovskyy, produttore di droni e figura di vertice dell’industria bellica ucraina, che ha raccontato al New Scientist di un “test” condotto due anni fa da un’unità militare tra Bakhmut e Chasiv Yar: dieci quadricotteri programmati per coprire tre-cinque chilometri in una decina di minuti e poi attivare la “modalità Terminator”, in cui un modello di intelligenza artificiale cerca i bersagli e li attacca da solo. Kokhanovskyy preme per un cambio di regole, perché l’Ucraina (per ora) vieta di automatizzare la fase finale della kill chain. È probabile che la soglia delle macchine che decidono “autonomamente” di uccidere sia stata varcata proprio così: in via sperimentale, senza comunicati, con la notizia arrivata ai giornali ad anni di distanza e il tono di un aggiornamento di prodotto. La Bestia dell’Apocalisse, insomma, altro non è che il prodotto di una startup. L’enciclica tocca il punto parlando di deresponsabilizzazione: quando la kill chain si automatizza, non si trova più l’autore. Se già in guerra la colpa individuale evapora, con una uccisione automatizzata risulta difficilissimo attribuire una responsabilità. Per un’istituzione che ha costruito duemila anni di dottrina sull’idea di imputabilità dell’uomo (peccato, pentimento, assoluzione), va da sé che una guerra senza colpevoli sia un incubo di mercato. Ed è esattamente da qui, dall’uomo che rischia di sparire dai propri stessi atti, che l’enciclica comincia davvero. In 245 paragrafi, “intelligenza artificiale” compare appena quindici volte, mentre “persona” quasi duecento e “dignità” circa cento. È un documento che parla di AI per non parlare di AI: assume la tecnica come la nuova questione sociale e poi si spende difendere “l’uomo” dagli aggettivi “aumentato, ottimizzato, profilato, superfluo”. La parola che lo percorre è potere: i motori dello sviluppo, constata l’enciclica, sono attori privati transnazionali con risorse superiori a quelle di molti governi, un potere tutto privato e perciò più difficile da orientare al bene comune. Ma, sia chiaro, il bersaglio di Magnifica Humanitas non è il capitale che possiede le nuove macchine, né il transumanesimo, così come questi non erano i bersagli di Rerum Novarum. Il bersaglio, ancora una volta, è l’uomo.
Certo, non mancano le stoccate agli avversari. Fra le citazioni di cultura pop presenti nell’enciclica che spaziano da Picasso a Spielberg, quella che è saltata più all’occhio è la seguente: “Non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo; il nostro compito è di fare il possibile per la salvezza degli anni nei quali viviamo, sradicando il male dai campi che conosciamo, al fine di lasciare a coloro che verranno dopo una terra sana e pulita da coltivare”. Ebbene, la frase è tratta da un discorso dello stregone Gandalf, personaggio del Signore degli Anelli e di altri romanzi dello scrittore (cattolico) J.R.R. Tolkien. La citazione è troppo succulenta per essere ignorata, considerando che lo scrittore è stato cooptato a più riprese dall’estrema destra e, più recentemente, anche da diverse aziende tecnologiche americane. Non solo cattolici come JD Vance hanno preso in prestito termini tolkieniani – il suo fondo d’investimento si chiama Narya, come uno degli anelli del potere – ma il lessico fantasy dell’autore è stato letteralmente saccheggiato da personaggi “eretici” come Peter Thiel, che ha adottato termini come Palantir, Anduril e Mithril per i propri progetti. A una lettura nichilista e apocalittica delle opere di Tolkien, Leone contrappone lo spirito profondamente cattolico dell’autore: se è vero che nel Ritorno del Re è presente ciò che può ricordare un’ascensione – Frodo e altri personaggi che con la barca si recano a Valinor – questa non ha caratteri esplicitamente biblici. Al contrario, niente incarna lo spirito cattolico dell’opera meglio delle righe finali, dove il giardiniere e vero eroe dell’opera, Samwise Gamgee torna a casa a prendersi di nuovo cura dei suoi campi; sarà solo in un secondo momento che anche lui raggiungerà Valinor. Riprendersi Tolkien, per Leone XIV, significa riprendersi il tempo cristiano da chi l’aveva trasformato in un quasi desiderabile conto alla rovescia, ribadire che la fine è un giardino da lasciare in ordine. La custodia, invece della fuga. Difficile non trovare un forte collegamento concettuale con il predecessore: l’enciclica Laudato Si’ di Papa Francesco si occupava proprio di questo tema.
Ma se è vero che i nuovi “nemici” della Chiesa cattolica – il bunker di Thiel in Nuova Zelanda, il paradiso a pagamento su Marte di Musk, l’idolatria trumpiana – passeranno come una Roma in fiamme saccheggiata dai visigoti o come i visigoti stessi, il problema è l’invasione del mercato. Perché proprio intorno all’intelligenza artificiale si affollano diverse escatologie, concorrenti nel business della salvezza della Chiesa: stesso prodotto, cambia solo il packaging. Superando il bisogno di un Agostino, l’America contemporanea si è scritta da sola la propria teologia politica in forma di serie tv. Si chiama The Boys, e mette in scena un mondo in cui i supereroi sono prodotti aziendali, fabbricati, gestiti e commercializzati da una corporation. Sarebbe troppo facile leggere la serie come una semplice parodia del trumpismo, e va piuttosto interpretata come una sintesi di tutte quelle promesse di salvezza del tardo impero americano: c’è l’escatologia della Silicon Valley con la mente caricata nel silicio, la morte come errore da correggere e il transumanesimo – che l’enciclica nomina espressamente tra le ideologie da cui guardarsi. C’è la promessa uguale e contraria che da Mosca e dintorni annuncia la guerra finale tra lo Spirito e la Materia, la santa Tradizione contro l’Occidente digitalmente corrotto – è il Soldier Boy della serie, il super-soldato di un’America d’altri tempi che impugna il passato come arma. C’è la promessa accelerazionista evangelica, che vede nell’AI – insieme, ad esempio, a Israele – il segno apocalittico del ritorno di Cristo da facilitare, il conto alla rovescia a cui la citazione di Gandalf risponde per le rime. E c’è quella della purificazione nazionale associata al trumpismo, la più evidente e gretta, che ha la sua icona fin dall’inizio in Homelander, la nazione americana fattasi carne e messia a stelle e strisce. Dietro tutti questi personaggi, si cela una unica entità, l’azienda Vought, ovvero quello che qualcuno chiamerebbe il capitalismo.
Leggere tutto questo come una guerra del Vaticano contro il sistema capitalistico sarebbe un errore. La Chiesa non combatte il mercato, ci convive e lo usa da secoli. Gli imprenditori hanno finanziato cattedrali, gli ordini religiosi hanno amministrato patrimoni enormi e dopotutto lo stesso Vaticano è una sofisticata macchina economica. Il problema nasce quando il capitale smette di essere un interlocutore e diventa un concorrente, quando non si limita più a vendere prodotti ma propone una teoria della salvezza fatta di immortalità, redenzione tecnologica, trascendenza artificiale – insomma, quando invade il mercato delle anime. Questo scontro è spiegato molto bene sempre in The Boys: Homelander, un semidio prodotto in laboratorio da una corporation, decide di diventare prima capo dell’azienda (e va bene), poi presidente (e va ancora bene) e infine Dio stesso (e qui non va più bene). Oltre all’assurdo tempismo tra l’uscita delle puntate dedicate alle manie divine del supercattivo e i post “divineggianti” di Trump fatti con l’AI, tutto questo segnala una rotta di collisione più profonda: quella tra il Dio fabbricato e il Dio, per così dire, titolare del marchio. Finché il capitale si accontenta di vendere il suo prodotto sui suoi terreni di gioco, ovvero intrattenimento, sicurezza, perfino patriottismo, la Chiesa tollera. Ma quando pretende l’adorazione, quando il salvatore sintetico o nazionale reclama l’anima oltre al portafoglio, sta sconfinando nell’unico mercato che quell’istituzione presidia, gelosamente, da duemila anni. Sebbene la spranga dell’antieroe protagonista della serie Billy Butcher diventi l’arma di chi combatte il dio falso con puro odio, la Chiesa risponde solitamente con dei testi ben più potenti di una barra di metallo.
La Rerum Novarum, a suo tempo, fu una mossa magistrale di potere. Leone XIII guardò l’operaio stretto tra il capitale e la macchina, e si infilò nel mezzo per riaffermare il proprio diritto sull’anima del lavoratore. Magnifica Humanitas ripete il gesto con una fedeltà quasi filologica: stessa data e stesso bersaglio, cioè l’uomo che la nuova macchina vorrebbe ridurre a profilo e spingere a cercare la salvezza da qualche altra parte. Leone XIV lo dice in una delle pagine più belle dell’enciclica: “per un algoritmo l’errore è qualcosa da correggere, per una persona può essere l’inizio di un cambiamento profondo; il futuro di una persona non è calcolabile”. Questa è, tecnicamente, una proposta commerciale: l’unica azienda sul mercato che della gestione dell’errore umano ha fatto il proprio core business – significativamente attraverso il perdono – ricorda al pubblico che la concorrenza non offre lo stesso servizio. Anzi, come abbiamo visto tra Bakhmut e Chasiv Yar, sta lavorando per abolire del tutto la figura di chi sbaglia. L’Agostino di Chicago si rivela un ottimo venditore; sa bene come parlare il linguaggio dell’impero.
Magnifica Humanitas, insomma, assomiglia molto al suo autore. È il documento di un uomo cresciuto nel cuore dell’Impero e maturato ai suoi margini; di qualcuno che conosce i linguaggi dell’efficienza e del mercato perché ha studiato matematica, e che conosce le sottigliezze del potere. Leone XIV, a dispetto dell’apparenza, sta tenendo fede al suo nome: poco importano le accuse di non essere abbastanza duro verso i deliri trumpiani o riguardo a gli orrori di Israele in Palestina. Il Papa sa bene che nella lunga durata della Storia non verrà ricordato per un tweet dove richiama parti sorde alla pace, ma piuttosto per documenti come Magnifica Humanitas. Ho il sospetto che del pontificato di Prevost non si parlerà come di quello di un papa docile ma come di quello che, ancora una volta, ha mostrato gli artigli della Santa Romana Chiesa. Come Agostino davanti a Roma che brucia, Leone XIV guarda una civiltà convinta di essere definitiva e le ricorda che nessuna potenza è eterna, nessun algoritmo è sovrano – per adesso: si parla di nazionalizzazioni – e che, ancora, la salvezza non si trova nella città terrena ma in quella di Dio.
Che differenza c’è tra una macchina che funziona e un uomo che esiste? Padre Benanti mi rispose allora che il funzionare è la catena “if this, then that” – se accade questo, allora segue quello. È la logica dell’algoritmo, ma anche, in fondo, quella del mercato. Ma l’umano non si comporta necessariamente in questo modo, perché esistere vuol dire anche fare qualcosa che non è efficiente. Leone sta rivendicando proprio questo: in un momento storico di coscienze in microchip e intelligenze artificiali, lui reclama competenza sulla materia al suo più alto stadio: l’uomo. Ed è forse per questo che cita Tolkien nella sua enciclica, perché alla fine della fiera non ci sarà un impero universale, una macchina geniale o un supereroe immortale, ma solo un giardiniere che rivendica il diritto di prendersi cura di qualcosa.
Francesco Leone Spallino è un giornalista esperto di questioni vaticane. In passato ha collaborato con Vatican News.



