Fenicotteri
Simona Toçi sulle proteste in Albania
Il primo ministro albanese Edi Rama, eletto come progressista e poi rivelatosi una sorta di versione balcanica del berlusconismo, è in crisi come mai prima d’ora. Il paese è attraversato da un enorme movimento di protesta contro la costruzione di un resort di lusso voluto da Jared Kushner all’interno di un parco naturale – che in realtà è il pretesto per contestare il modello di società imposto al paese con il ritorno del capitalismo. Simona Toçi, studiosa esperta di Balcani, spiega cosa sta succedendo dall’altro lato dell’Adriatico.
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Da più di due settimane, le piazze di Tirana si sono riempite di migliaia di cittadini scesi in strada per protestare contro la costruzione di un resort di lusso sull’isola di Sazan, parte del Parco Nazionale Marino di Karaburun-Sazan, e nella vicina area di Zvërnec. Il progetto immobiliare, che prevede oltre 10.000 unità tra camere e alberghi di lusso, è sostenuto dalla società di investimento Affinity Partners, fondata da Jared Kushner, imprenditore americano e genero di Donald Trump. Lo stesso Kushner, tra l’altro, è coinvolto anche in un altro controverso progetto edilizio nell’area balcanica, a Belgrado, in Serbia, dove ha proposto un piano di riqualificazione dell’ex quartier generale dello Stato Maggiore jugoslavo, gravemente danneggiato dai bombardamenti della NATO del 1999. Anche in quel caso l’iniziativa ha prevedibilmente suscitato una forte reazione popolare, intrecciandosi con le più ampie proteste studentesche iniziate dopo la tragedia della stazione di Novi Sad nel novembre 2024.
Gli interessi imprenditoriali di Kushner si inseriscono in un quadro più ampio che, in nome di uno “sviluppo” senza freni, rischia di compromettere interi territori ed ecosistemi; nel caso dell’Albania, la sfida del turismo di massa è stata interpretata come un’opportunità per attrarre capitali stranieri, ma senza un reale controllo pubblico né adeguate garanzie per le comunità locali, che vedono la propria terra trasformarsi progressivamente in uno spazio privatizzato e inaccessibile. L’isola di Sazan, d’altronde, non è l’unico territorio minacciato dalla cementificazione: poco distante si trova la laguna di Valona-Narta, uno degli ecosistemi più ricchi e delicati d’Europa, che ospita oltre 200 specie di uccelli, tra cui i fenicotteri, non a caso divenuti il simbolo di questa mobilitazione di massa. Ebbene, proprio in quest’area è prevista la costruzione dell’aeroporto internazionale di Valona, un’infrastruttura che incarna pienamente la strategia politica volta a incentivare un turismo sempre più orientato alle fasce più abbienti.
Alimentate dalla contrarietà alla svendita pezzo per pezzo del Paese e alla distruzione del suo patrimonio naturale, le piazze di Tirana hanno continuato a riempirsi al grido di “Shqipëria nuk shitet” (“L’Albania non si vende”). Il movimento si è caratterizzato fin dall’inizio per il suo carattere trasversale e spontaneo, risultando presto difficilmente cooptabile dal principale schieramento di opposizione, il conservatore Partito Democratico. Il leader Sali Berisha, storico rivale del premier Edi Rama e protagonista delle precedenti mobilitazioni antigovernative degli ultimi mesi, ha infatti difeso il progetto di Kushner, in linea con una retorica fortemente filoamericana e vicina alle posizioni di Donald Trump tipiche del suo partito. Dopotutto, è proprio per questo motivo che, tra i cartelli esibiti dai manifestanti in piazza, comparissero slogan come “Rama n’burg, Berisha n’burg” (“Rama in prigione, Berisha in prigione”), a testimonianza di una contestazione che prende di mira l’intera classe politica e non soltanto il governo in carica.

L’Albania di queste proteste è il risultato di un paese che, da oltre trent’anni, vive in un eterno periodo di transizione. Dopo la caduta del regime comunista, si promettevano una democrazia europea e una prosperità economica fondata sul mercato. Questa prospettiva si è però scontrata con la realtà: da quasi vent’anni l’Albania è rimasta nella “sala d’attesa” dell’adesione all’Unione europea e, nel frattempo, ha perso oltre il 40% della sua popolazione a causa dell’emigrazione. L’Albania di oggi è il risultato di un paese che da oltre trent’anni vive in un eterno periodo di transizione. Dopo la caduta del regime comunista, si promettevano una democrazia europea e una prosperità economica fondata sul mercato. Questa prospettiva si è però scontrata con la realtà: da quasi vent’anni l’Albania è rimasta nella sala d’attesa dell’adesione all’Unione europea e, nel frattempo, ha perso oltre il 40% della propria popolazione a causa dell’emigrazione. Uno dei processi che più ha segnato il passaggio dall’Albania di Enver Hoxha a quella contemporanea è stata la cosiddetta shock therapy – ben dettagliata e raccontata dall’intellettuale albanese Lea Ypi nel suo libro di memorie Libera. Diventare grandi alla fine della storia –, ovvero il rapido processo di liberalizzazione e privatizzazione dell’economia pensato per integrare al più presto il paese nel sistema capitalistico globale.
Questo percorso di stravolgimento dell’economia albanese trova ancora oggi una delle sue espressioni più evidenti nella cementificazione che, da Durazzo fino alle spiagge di Ksamil, avanza in nome di un turismo che dovrebbe salvare una volta per tutte l’Albania dalla povertà. L’overtourism e il turismo di lusso – come nel caso del progetto promosso da Jared Kushner – che dovrebbero portare ricchezza al paese, rappresentano invece soltanto un tassello di un più ampio processo di trasformazione e svendita del territorio nazionale. Un processo che, dalle coste albanesi, trova il suo epicentro nella città di Tirana. La capitale non rappresenta soltanto il centro del potere politico e istituzionale, il luogo in cui si immagina l’Albania di domani, ma anche quello in cui tale visione prende concretamente forma. Tirana, in questo senso, incarna appieno lo spirito dell’Albania della “transizione”: grattacieli sempre più alti ridisegnano lo skyline cittadino, mentre la città si trasforma in un laboratorio architettonico permanente, dove progettisti ed architetti da tutto il mondo sperimentano nuove forme e linguaggi urbani. Il risultato è una città in continua costruzione, piena di cantieri che sembrano non avere fine.
La sperimentazione artistica quasi schizofrenica che attanaglia Tirana rappresenta a sua volta una metafora perfetta della figura dell’attuale primo ministro, Edi Rama, al suo quarto mandato consecutivo nonché artista lui stesso. Proprio sotto il suo governo, nel 2017, è stato approvato il piano urbanistico Tirana 2030, progettato dall’architetto Stefano Boeri. Questa promessa doveva rendere Tirana una città moderna e attenta alle aree verdi, trasformando la capitale albanese in una città al pari delle altre grandi capitali europee. Non a caso, il 2030 è anche la data in cui, secondo Edi Rama, l’Albania diventerà membro dell’Unione europea. Ma oggi, nel 2026, la città ha subito soltanto un processo di verticalizzazione, con palazzi sempre più alti e prezzi ormai inaccessibili alla maggioranza della popolazione locale. L’impatto di questo fallimento, tuttavia, non è soltanto economico, ma anche culturale. L’identità di Tirana è stata cambiata e, col tempo, sono spariti molti dei segni che la rendevano albanese nella sua composizione urbana. Gli edifici storici vengono costantemente demoliti, modificati, privatizzati o privati dello status di protezione garantito dalla legge (un po’ come nel caso di Zvërnec), in nome della costruzione di nuovi spazi ben lontani dalla struttura originaria della città.
Lungo il viale principale di Tirana, il Bulevardi Dëshmorët e Kombit (Viale dei Martiri della Nazione) si concentra gran parte della storia del Paese e di tutti i cambiamenti che la capitale ha subito ad ogni cambio di regime, governo e sistema di potere. Gli esempi perfetti che rappresentano il rapporto tra pubblico e privato e i radicali cambiamenti subiti da Tirana sono quelli dello stadio Air Albania e del Teatro Nazionale Albanese. Il precedente stadio Qemal Stafa (intitolato ad un eroe della Seconda guerra mondiale e tra i fondatori del Partito Comunista Albanese) è stato demolito, nonostante appartenesse alla categoria II dei monumenti protetti, ed è stato sostituito da una nuova struttura costruita e gestita attraverso una partnership pubblico-privata che, come descrive l’architetta Doriana Musai nel documentario Tirana Verticale – Architettura del Potere, si configura come uno stadio a gestione privata che, volta per volta, viene concesso all’uso pubblico. Lo stesso destino ha subito il Teatro Nazionale Albanese, parte di un patrimonio culturale inestimabile, demolito nel 2020 nonostante le proteste dei cittadini. Questo rappresenta uno dei tanti momenti in cui la cittadinanza ha smesso di accettare di essere vittima di una Tirana che cambia al servizio di tutti, tranne che dei cittadini comuni che la abitano.
L’elenco dei cambiamenti subiti dalla città di Tirana potrebbe essere infinito. Dalla Piramide di Tirana, eredità del periodo comunista e oggi completamente trasformata dallo studio olandese MVRDV, che rappresenta forse un’occasione mancata per una vera riflessione sull’eredità del regime nella società albanese, fino alle profonde modifiche della piazza Skanderbeg, il cuore della capitale. Attorno alla piazza sorgono oggi enormi palazzi, tra cui un edificio a forma del volto di Skanderbeg, l’eroe nazionale albanese, che hanno suscitato non poche polemiche. Polemiche aumentate dopo l’arresto del sindaco di Tirana, Erion Veliaj, esponente del Partito Socialista di Edi Rama, da parte dell’agenzia anticorruzione SPAK nell’ambito dello scandalo degli inceneritori – un grave caso di concessioni inutili e costose garantite ad aziende private. La corruzione continua, infatti, a rappresentare uno dei principali problemi dell’Albania contemporanea. Essa si annida nell’ambiguità di un sistema pubblico sempre più privatizzato e nel quale a volte sembra che persino lo stesso Stato agisca come un soggetto privato. In questa progressiva privatizzazione dello Stato, accompagnata da una fiducia sempre minore nelle istituzioni da parte dei cittadini, si trova una delle chiavi interpretative dell’Albania di oggi. Da un lato pesa ancora l’eredità comunista, durante la quale lo Stato esercitava un controllo assoluto sulla società; dall’altro cresce la sfiducia verso istituzioni percepite come distanti e poco trasparenti.
Il desiderio di entrare nell’Unione Europea ha ulteriormente influenzato questa dinamica. L’adesione richiede infatti il rispetto di criteri fondamentali, tra cui la lotta alla corruzione. Le pressioni provenienti da Bruxelles e le indagini della SPAK hanno spinto Tirana a cercare sempre più il sostegno dei propri alleati internazionali. Proprio in questo contesto si inseriscono anche le iniziative più reazionarie come l’accordo con l’Italia per la costruzione dei CPR, che utilizzano lo stesso territorio nazionale in uno strumento funzionale a una più ampia agenda di politica estera. Un’agenda costruita non solo attraverso gli interessi strategici degli Stati, ma anche tramite rapporti personali tra leader politici – è ancora una volta il caso del rapporto tra Edi Rama e Giorgia Meloni, sempre accolta con un inchino dal premier albanese. Proprio nel caso dell’accordo dei CPR, il governo albanese strizza l’occhio a un sistema di esternalizzazione delle frontiere dell’UE in cui i paesi balcanici si allineano a un sistema repressivo verso l’immigrazione, tacitamente approvato anche da Bruxelles.
Lo stesso meccanismo sembra emergere anche nel caso del progetto di Jared Kushner. Nell’ultimo periodo l’Albania si è progressivamente allineata agli Stati Uniti, sia per ragioni geopolitiche sia per la centralità assunta dalla lotta alla corruzione sostenuta da Washington e Bruxelles, tra i principali finanziatori della SPAK. Dal sostegno alle iniziative internazionali promosse dalla presidenza americana fino all’appoggio a Israele in un paese che riconosce la Palestina dal 1988, dichiarando l’Iran come Stato sponsor del terrorismo, Rama sembra sempre all’inseguimento degli Stati Uniti e della loro approvazione. In questo quadro, il coinvolgimento di Kushner assume un significato che va oltre il semplice investimento economico, considerando anche il ruolo politico da lui ricoperto durante l’amministrazione Trump. È qui che, come nel caso dei CPR, si manifesta una delle contraddizioni più evidenti dell’Albania contemporanea. Parti del territorio vengono cedute, o addirittura svendute, a grandi progetti presentati come opportunità di sviluppo e modernizzazione. In cambio si promettono investimenti, crescita economica e prosperità futura. È una promessa che accompagna il paese fin dalla fine del comunismo e che sembra averlo reso ostaggio di una corruzione “stravagante”, fatta di palazzi sempre più assurdi, ministeri guidati dall’intelligenza artificiale e proposte che, puntualmente, riempiono i media senza avere nessuna base politica reale, come quella della creazione di un micro-Stato per la comunità religiosa dei Bektashi. Tutti tasselli che compongono il quadro di un paese ancora intrappolato nell’eterna attesa della fine di questa lunga transizione e dell’inizio di una nuova storia.
Simona Toçi è una studiosa italo-albanese, esperta di Balcani e di Europa orientale.




