La vittoria di Lula al secondo turno delle elezioni brasiliane è stato un risultato storico non solo per il paese (dove nessun candidato aveva mai perso il primo turno e vinto il secondo), ma anche per il continente intero. Attraverso una mobilitazione impressionante “l’esercito di Lula” ha spostato milioni di voti, invertendo il trend di destra che sta sconvolgendo gli equilibri dell’America Latina e mandando un messaggio a Washington: il Brasile non sta nel cortile di nessuno. Francesco Leone Spallino, giornalista freelance che vive a Foz de Iguaçu, in Brasile, ci racconta come è andata.
TEMPOLINEA è la newsletter di Iconografie sul caos globale. Esce ogni settimana ed è gratis, ma farla ha dei costi: per aiutarci a sostenerla e ricevere delle uscite speciali, abbonati.

“É hora da virada, o Brasil virou, agora é Flávio o presidente que o Brasil esperou” “È l’ora della svolta, il Brasile ha cambiato rotta, Flávio è il presidente che il Brasile stava aspettando”
Sono le parole, scandite a ripetizione, che arrivano dalle casse fissate su un piccolo pulmino dipinto di verde e oro. Sulla fiancata, le parole “Deus, Pátria, Família, Liberdade”, davanti c’è il volto di Jair Bolsonaro. Il corteo bolsonarista procede lungo l’Avenida Juscelino Kubitschek, una delle arterie centrali di Foz do Iguaçu. Non lo sanno ancora ma Flávio, il 4 ottobre 2026, conquisterà Foz con il 60,96% dei voti, quasi doppiando Lula, rimasto al 31,46% (nazionale: Flavio 47,03%, Lula 45,16%). È la svolta, il cambiamento, la virada del jingle: i sondaggi davano avanti Lula.Nell’intero Paraná, lo stato del Brasile nel quale si trova Foz, il rapporto è stato del 59,91% contro il 31,20%.
La riprova che il Paraná è storicamente uno stato di destra è stata l’elezione al primo turno a governatore di Sérgio Moro, il giudice della Lava Jato che spedì Lula in prigione con quello che molti considerano un processo-farsa, poi annullato dalla Corte suprema. Ex ministro della Giustizia di Jair, se ne andò in rotta con lui (pare che avrebbe volentieri spedito in galera anche Jair) e oggi siede comodo nel Partido Liberal, il partito dei Bolsonaro. Ordine, sicurezza, anticomunismo, autoritarismo, diffidenza verso le istituzioni e verso l’egemonia del Partido dos Trabalhadores esistevano prima di Jair e gli sopravviveranno: la novità del bolsonarismo è averne fatto un’identità immediata, con una faccia, un cognome, un gesto, un numero.
Una parentesi per chi vota ancora con la matita copiativa: in Brasile votare è obbligatorio e si vota su un’urna elettronica con un tastierino. Ogni candidato ha un numero: 13 è il PT di Lula, 22 il PL di Flávio. Per questo i numeri sono ovunque, sulle magliette, nei jingle, nelle dita alzate ai cortei.
“Esse ano eu não dou bola pra ninguém, meu coração com o Flávio já tá ocupado. É o 22, é o meu presidente, o meu considerado” “Quest’anno non do retta a nessuno, il mio cuore è già occupato da Flávio. È il 22, è il mio presidente, il mio prediletto”
Questa la musica che sento, questa volta sotto forma di lambada a ripetizione, nel piccolo locale del “QG 100% Bolsonaro” di Foz, centro nevralgico delle attività dei sostenitori di Flávio in città. Il gruppetto di bolsonaristi si ferma nelle vicinanze e saluta chi passa davanti in macchina facendo il 22 con le dita e il famoso gesto della pistola, segno distintivo della campagna che fu di Jair Bolsonaro, padre di Flávio. Dentro la stanzetta un divano, festoni verde-oro, un ritratto incorniciato di Jair Bolsonaro, e una foto, più piccola, della famiglia al completo: sembra più un luogo di culto o un memoriale che una sezione politica. Ma il vero “protagonista” della stanza è un cartonato di Jair a grandezza naturale, attrazione che ha generato una fila di sostenitori intenti a farsi scattare foto con il proprio beniamino.
È il caso di ricordare che Jair Bolsonaro sta attualmente scontando una pena di 27 anni e 3 mesi per organizzazione criminale armata, tentata abolizione violenta dello Stato democratico, colpo di stato, danneggiamento qualificato e, per non farsi mancare niente, deterioramento di patrimonio storico. Li sta passando ai domiciliari per “motivi umanitari” ed è interdetto dai pubblici uffici e dalla partecipazione alla vita politica. L’entourage della campagna di Flávio è riuscito brillantemente ad aggirare questi divieti trasformando Jair, da persona in carne ed ossa, ad essere “sintetico”: un torvo Jair digitale, costruito con l’IA, appare nei convegni del figlio, canta allegramente jingle nei reel di Instagram, o ghigna indossando una maglietta della seleção prima di segnare un rigore ad un portiere con la maglia del PT. A volte sembra possibile dimenticare che il candidato non è lui ma il figlio. Quale è la differenza tra tutto questo e il di gran lunga meno sofisticato cartonato? In entrambi i casi non si sta più riproducendo una persona, ma costruendo un’icona, un’immagine in grado di continuare il suo modello anche quando assente. Che Jair sia di carne, di cartone o di pixel diventa allora irrilevante: ciò che conta è incarnare quello che porta avanti. E a Flávio non serve sostituire suo padre: lui non è altro che uno dei tanti corpi dentro i quali il bolsonarismo può continuare a vivere.
“Minha mãe é Bolsonaro, meu pai é Bolsonaro, minha avó é Bolsonaro, meu avô é Bolsonaro…” “Mia madre è Bolsonaro, mio padre è Bolsonaro, mia nonna è Bolsonaro, mio nonno è Bolsonaro…”
La canzone dalle casse degli attivisti al QG è cambiata e mi dà l’occasione di rispolverare nel mio portoghese i parenti fino al quinto grado. Ma completa anche la risposta alla domanda di prima. Il bolsonarismo non ha bisogno di Jair perché abita già altri corpi, e stanno scritti sulla fiancata del pulmino: Deus, Pátria, Família, Liberdade. I primi tre erano il motto dell’Integralismo brasiliano degli anni Trenta, il quarto l’ha aggiunto Jair: a un orecchio italiano suonano parecchio familiari, e se ancora non ci foste arrivati da soli ci pensa la campagna di Flávio ad aiutarvi, diffondendo un’immagine ricalcata sul famoso “SI SI SI” del plebiscito fascista del 1934.
La Família è questa: Bolsonaro non è più un semplice candidato, è un cognome che si eredita, come quello di minha mãe e meu pai. La Pátria è una caserma: “sou da tropa, da tropa do capitão” / “sono della truppa, della truppa del capitano”. Deus lo incontreremo più avanti, in piazza, a mani alzate. La Liberdade ha il suono con cui si chiude il funk: una pistola che scarrella, la stessa che il corteo mimava con le dita. Per il bolsonarismo la libertà è sempre stata un’arma: “Voglio tutti armati! Un popolo armato non sarà mai schiavo”, urlava Jair ai suoi ministri nel 2020, contro i lockdown dei governatori. Poi arriva l’ultimo verso, “não fecha com ladrão” / “non stare dalla parte del ladro”. E ladrão, quando parla la destra brasiliana, è quasi sempre preceduto da un’altra parola: “Lula”.
“Lula lá, brilha uma estrela, Lula lá, cresce a esperança, Lula lá, o Brasil criança, Na canção que vai brotar” “Lula là, brilla una stella, Lula là, cresce la speranza, Lula là, il Brasile bambino, sboccerà in questa canzone”
L’iconico ritornello, creato da Hilton Acioli per la prima campagna presidenziale di Lula nel 1989, ha un’impostazione chiaramente lirica, ben diversa dai funk generati con l’IA a cui questa campagna ci ha abituato. Suona appena percettibile da uno speaker sopra il brusio del “Comitê Popular de Luta” di Foz do Iguaçu, il centro organizzativo della campagna di Lula, dove la sera del 5 ottobre la sinistra della città si è data appuntamento per un’assemblea aperta. “È solo un 1,8% di differenza, non è tantissimo. Ma è l’1,8% più pesante della nostra storia”, dice Diego, giovane militante del PT. La stanza non basta a contenere tutti e un capannello si assiepa davanti alla porta. I sondaggi davano Lula avanti, le urne hanno detto il contrario, e ora serve un’impresa che sembra impossibile: da quando il Brasile elegge il presidente in due turni, chi è arrivato secondo al primo turno non ha mai ribaltato il risultato al ballottaggio. Virada, in portoghese, vuol dire svolta ma anche “rimonta”: quella che serve al PT non si è mai vista.
La musica viene staccata e dagli speaker si iniziano a sentire gli interventi eseguiti dai vari rappresentanti degli studenti, da quelli del PT e di alcune sigle comuniste. I meno militanti se ne stanno al fresco fuori dalla stanza gremita, che è senza finestre e con livelli di ossigeno drammaticamente bassi. Nel frattempo, lungo la strada, passano macchine che dimostrano vicinanza al comitato suonando il clacson o manifestano il proprio disappunto con i lulisti insultandoli dal finestrino: la reazione corale provocata alla folla è, rispettivamente, un “olè olè olè olè, Lula, Lula” o un “Bolsonaro, vai tomar no cu” (Bolsonaro vaffanculo) scandito in coro.
La stanzetta del comitato di Foz non era l’unico luogo dove la sinistra brasiliana stava cercando di capire cosa fosse successo: Lula stesso, tre giorni dopo il primo turno, davanti ai parlamentari alleati, ha ammesso che quella appena conclusa era stata la campagna “meno organizzata” a cui avesse partecipato dal 1989. Aveva creduto, ha detto, che i risultati del governo sarebbero bastati per arrivare in testa al primo turno. Un partito che discute del proprio futuro sulle note di un inno di quasi quarant’anni fa, con la stella rossa del PT e il cappello di paglia in testa a Lula, sembra uscito da un’altra epoca: quella delle lotte sindacali, delle dittature militari e del Piano Condor, della democratizzazione e del muro di Berlino che cade. Per chi quegli anni li ha vissuti, quei simboli pesano ancora. Nel 1989 Lula perse contro Fernando Collor, eppure la sua candidatura dimostrò che il Brasile poteva essere governato anche da chi era sempre rimasto fuori dalle stanze del potere. Il lulismo, per milioni di persone, è stato questo: la rivalsa degli esclusi, l’uscita dalla povertà assoluta, il figlio dell’operaio che diventa dottore (sapesse, contessa...).
Un reel di Instagram che mi compare davanti (come se non fossi uno scrollatore compulsivo) sul telefono, mentre aspetto fuori dal comitato la fine degli interventi, mi riporta alla realtà attuale: c’è un cane generato con l’IA con uno sticker del PT in testa che sta ballando un jingle, che ripete a ruota “Esse ano Lula bota o Bolsonaro pra mamar, Vai dar PT, vai dar, Vai dar PT, vai dar / Quest’anno Lula “darà una lezione” a Bolsonaro, a vincere sarà il PT, vincerà”
Oggi non c’è più l’Unione Sovietica, né la dittatura militare: ci sono l’IA, Instagram, Donald Trump e, a quanto pare, cani che ballano. E molti elettori, soprattutto i più giovani, non hanno conosciuto il Lula del cappello di paglia e degli scioperi, l’operaio che sfidava i generali. Hanno conosciuto il Lula della Lava Jato, un PT infestato dagli scandali di corruzione, il presidente che blocca i siti di scommesse e fa infuriare gli influencer. Così l’identità lulista, anche per ragioni “politiche” (il candidato vicepresidente nel ticket di Lula è un suo ex avversario elettorale), ha smesso di vivere solo della propria storia e ha puntato sui fatti “concreti” del governo come l’inflazione bassa, grandi passi avanti contro la povertà, la tutela della natura: per molti il lulismo non è assolutamente sinonimo di una ideologia romantico-rivoluzionaria, ma di una specie di “governo del fare” di berlusconiana memoria.
È anche per questo che la parola ladrão, ripetuta fino alla nausea dai bolsonaristi, funziona così bene: scavalca la storia ideologica del lulismo e attacca direttamente sul concreto. Non c’è bisogno di discutere quanto cattiva (o buona, a sentir loro) fosse la dittatura militare, né di fare i conti con le aspettative tradite: Lula ladrão basta e avanza. Quarant’anni di storia del PT si riducono a un’identità altrettanto immediata: il ladro, il corrotto, il politico sclerotico. Lula ha 80 anni, è al terzo mandato e dal 1989 a oggi è stato presente in tutte le tornate elettorali meno tre.
Ci sono giovani politici cresciuti sulle piattaforme, come Nikolas Ferreira e Lucas Pavanato a destra o la giovanissima Ana Elisa ed Erika Hilton a sinistra, che sui social ci sono nati, e da lì sono arrivati in Parlamento. Lula no: per lui Instagram è solo una vetrina in più (ostile, vista la posizione di Meta) in cui esporre un personaggio costruito altrove, nelle fabbriche che gli sono costate un dito a 18 anni, nelle galere della dittatura militare.
“Foi com a melhor camisa pra portar da fundição, dubiu em cima da mesa e falou pra multidão, se reuniu com a galera, parou o pátio lotado, ss seus olhos brilhavam, o povo tava do lado” “Indossava la camicia migliore da portare in fonderia, salì sul tavolo e parlò alla folla, si riunì con la gente, ha fatto fermare la piazza, gli occhi gli brillavano, il popolo era dalla sua parte”
È la storia che racconta il “Rap do Silva”, uno dei jingle di questa campagna. Nato nel 1945 a Caetés, nel Pernambuco più povero, Lula arriva a San Paolo a sette anni dopo tredici giorni su un pau de arara, il camion dei migranti nordestini. Negli anni Settanta guida gli scioperi dei metalmeccanici; nel 1980 fonda il PT e la dittatura lo arresta. Perde tre elezioni presidenziali prima di vincere nel 2002, e nel 2010 lascia il governo con l’80% di approvazione. Poi la Lava Jato e 580 giorni in cella a Curitiba, prima che le condanne vengano annullate; nel 2022 torna e vince. Una storia così non si può costruire sui social anche solo perchè viene da un’epoca in cui i social non esistevano.
Quando l’assemblea si scioglie andiamo con alcuni amici in una shawarmeria (sapevate che in Brasile ci sono più libanesi che in Libano?), e in macchina il telefono mi spara a tutto volume un funk contro Flávio Bolsonaro, abbastanza esplicito:
“Até com chocolate o cara se complica, Flávio rachadinha na cabeça da minha pica, amigo da milícia, vai parar no tribunal, Flávio Bolsonaro na cabeça do meu pau” “Anche con il cioccolato il tizio si mette nei guai, Flávio corrotto può ciucciarmi il cazzo, amico delle milizie, finirà davanti al tribunale, Flávio Bolsonaro può succhiarmi il cazzo”
Il cioccolato è quello di un negozio Kopenhagen che Flávio aveva a Barra da Tijuca, nella zona ovest di Rio: secondo l’accusa serviva a riciclare i soldi delle rachadinhas, la parte di stipendio che gli assistenti parlamentari restituivano a chi li aveva assunti, ma Flávio non è mai stato processato. La zona ovest è anche feudo delle milícias, gruppi di ex poliziotti nati per proteggere le favelas dal narcotraffico e diventati poi la sua copia carbone; da deputato, Flávio rese omaggio in aula ad Adriano da Nóbrega, poi indicato come capo di un gruppo di sicari, la cui madre e la cui moglie lavoravano nel suo ufficio. Nato nel 1981 dentro l’Accademia militare dove si era formato il padre, deputato a 21 anni, senatore nel 2018, nel dicembre 2025 è stato scelto dal padre come erede: la biografia di Flavio non potrebbe essere più diversa da quella di Lula. Ed è proprio a Rio, dove ha il suo centro di potere,che il 3 ottobre ha chiuso la sua campagna, con fuochi d’artificio così forti che la parrocchia ha chiuso le porte e finito la messa in anticipo: ad agosto aveva promesso di decretare che il Brasile appartiene a Gesù Cristo. La musica era la seguente:
“sô, sai pra lá, esquerdista, sai do meio, a direita tá chegando, o bonde todo tá sem freio, não adianta se esconder, todo mundo tá ligado, quem ficar parado é petista disfarçado” “Sciò, vattene, sinistroide, togliti di mezzo, la destra sta arrivando, tutta la banda è senza freni, non serve a niente nascondersi, tutti sanno come stanno le cose, chi non balla è un petista camuffato”
La musica è la stessa che sento domenica 18 ottobre, Praça do Mitre, in pieno centro a Foz; l raduno si chiama Pró-Brasil e la convocazione chiamava a un movimento pacifico per Dio, patria, famiglia, libertà e sicurezza: il motto del pulmino, con una parola in più. A un certo punto la musica si ferma e la piazza prega, occhi chiusi e mani alzate,mentre accanto, nella chiesa cattolica, è in corso la messa. Quasi tre evangelici su quattro votano Flávio.
Intanto Lula ha imparato a parlare la lingua dei social; gliela insegna un deputato che su quella lingua ha costruito la propria carriera, André Janones. Ad aprile Janones aveva aperto su WhatsApp un canale chiamato Exército do Lula, l’esercito di Lula. Dopo il primo turno esplode: quasi due milioni di iscritti il 7 ottobre, cinque il 17, più di dieci alla fine. Funziona a senso unico: parla solo lui, con audio e “missioni” quotidiane, post da rilanciare tutti insieme, nuovi contatti da arruolare. La sua regola per la comunicazione di Lula è “più marciapiede e meno elicottero”: basta con le immagini dall’alto dei grandi comizi e con il presidente che scende dall’elicottero, meglio un Lula filmato con un telefono qualunque, a piedi, in mezzo alla gente.
Il pomeriggio del 23 ottobre, due giorni al voto, Praça da Paz, nel centro di Foz, è animata da qualche centinaio di attivisti per Lula. Ballano, suonano, salutano le auto che passano. Tre settimane fa la sinistra di Foz si leccava le ferite in una stanza senza finestre e quasi senza ossigeno; oggi sembra più a suo agio all’aperto, fradicia per le piogge incessanti che hanno allagato il vicino Paraguay e che ora sferzano i manifestanti. Mentre mi avvicino alla piazza una ragazza mi ferma per dirmi che se per me l’istituzione del salario minimo è una cosa buona allora dovrei votare per Lula perché è grazie a lui che esiste. Il mio essere un gringo mi impedisce di votare in Brasile (e di avere un salario minimo nel mio Paese d’origine, che è l’Italia), ma non mi impedisce di riconoscere una campagna elettorale molto più attiva rispetto a prima. Il solito Diego informa il pubblico di come i sondaggi mostrano Lula in recupero. Lo scarto però continua ad essere sostanziale. Si parla di una differenza da colmare di milioni di voti.
Il governo del fare, in queste settimane, ha tirato fuori il bazooka elettorale. Il 16 ottobre il Senato ha promulgato la fine della scala 6x1: cinque giorni di lavoro e due di riposo, invece di sei e uno. È una conquista che si misura in ore di vita; quando la società scende in strada ed esige, ha detto Lula quel giorno, le conquiste arrivano.
Sabato 24, la vigilia del voto, torno al “QG 100% Bolsonaro”. Il locale è in fibrillazione, con persone che entrano ed escono munite di scintillanti sticker prodotti con l’IA che recitano “Tropa do Flávio 22”. Mentre tutti chiacchierano, entrano ed escono, si scambiano informazioni, il cartonato di Jair Bolsonaro mi guarda solitario dal fondo della stanza. Mi perdo nei suoi occhi di cartone fino a quando un’attivista richiama la mia attenzione per consegnarmi degli sticker: “Domani non dobbiamo far uscire i petisti di casa!”.
Detta così, sembra una battuta da stadio. Quella stessa sera, a Montes Claros, nel Minas Gerais, tenere i petisti lontani dalla strada diventa qualcosa di più: un gruppo con le magliette di Flávio prende a bottigliate e mattonate il camion con le casse di un corteo pro-Lula. La consigliera comunale del PT Iara Pimentel, colpita al volto da un sasso che le apre la testa, sviene e viene portata via in ambulanza. Sopravvive, anche se sui social qualcuno l’ha già data per morta, e la Polizia federale apre un’inchiesta.
Quattro anni fa qui a Foz era andata peggio. La sera del 9 luglio 2022 Marcelo Arruda, guardia municipale e tesoriere del PT di Foz, festeggia i cinquant’anni con i festoni del partito e la faccia di Lula sulla maglietta. A settecento metri, a una grigliata, c’è Jorge Guaranho, poliziotto penitenziario federale e bolsonarista, che sul telefono di un dirigente del club vede le immagini delle telecamere: una festa a tema PT. Sale in macchina e si ferma davanti alla festa urlando il nome di Bolsonaro, con i jingle della campagna a tutto volume. Volano insulti, Marcelo gli tira addosso una manciata di terra. Guaranho se ne va, torna pochi minuti dopo con la pistola e spara; Marcelo, ferito, risponde al fuoco, ma morirà in ospedale qualche ora più tardi. Nel febbraio 2025 una giuria popolare di Curitiba condanna Guaranho a vent’anni per omicidio aggravato. In aula, per spiegare la lite, ha detto che Marcelo non aveva insultato lui. Aveva insultato la musica.
Quattro anni dopo, la musica è cambiata, la violenza no. E non è un caso isolato: nei cinquanta giorni di campagna del primo turno, le ONG Terra de Direitos e Justiça Global hanno contato 134 episodi di violenza politica, uno ogni nove ore.
“Meu coração é vermelho, de vermelho vive o coração, tudo é garantido após a rosa vermelhar, tudo é garantido após o sol vermelhecer” “Il mio cuore è rosso, e di rosso vive il cuore, tutto è garantito quando una rosa diventa rossa, tutto è garantito quando il sole rosseggia”
Domenica notte a Foz la festa è nella via del comitato, davanti alla stanzetta senza finestre del 5 ottobre, e dalle casse esce “Vermelho”: una canzone nata per il bue rosso e bianco dei festival folclorici amazzonici, scritta da Chico da Silva e portata in tutto il Brasile da Fafá de Belém e diventato un inno politico a sinistra. La folla spara fuochi artificiali, ferma macchine e autobus, si abbraccia, urla e canta.
E’ finita 51,79% a 48,21% per Lula: è la prima rimonta al ballottaggio nella storia del Brasile. Foz resta con Flávio, ma la virada si fa anche qui, con 10.000 voti in più per Lula rispetto al primo turno. E sarà proprio nelle vicinanze della città che Bolsonaro si rifugerà nella notte tra il 26 e il 27 ottobre in attesa di attraversare il confine con l’Argentina e fuggire dai suoi guai giudiziari verso Miami, con l’aiuto dell’amministrazione statunitense.
Sui telefoni gira il discorso della vittoria. Lula ringrazia Janones, “il nostro generale”; poi, dal palco della Paulista, chiede alla folla di cantare l’Inno dell’Indipendenza, perché il Brasile non sta nel cortile di nessuno. L’ombra di Washington, infatti, incombe: il giorno dopo le elezioni i mercati in Brasile crollano, Trump mette in dubbio la credibilità dei risultati. Questa amministrazione ha rispolverato la dottrina Monroe, e nel continente le tessere del domino sono cadute una dopo l’altra: mancano solo Cuba e il Brasile. Ma intanto l’aria è quella della festa.
La sera del 5 ottobre, nella stanzetta del comitato, ero convinto che l’identità avrebbe battuto la Storia: che due parole, “Lula ladrão”, bastassero a cancellare quarant’anni di lotte. Che un risultato elettorale “quasi impossibile” da recuperare fosse la fine di Lula.
Mi ero dimenticato che di virade impossibili il lulismo ne aveva già fatte parecchie. La prima era stata quella di un metalmeccanico senza diploma e senza un dito che diventa presidente. E da lì la Bolsa Família, figli a scuola e vaccinati, la luce arrivata nelle case del sertão, i tetti di Minha Casa Minha Vida, il salario minimo, il figlio dell’operaio diventato dottore, il Brasile uscito dalla mappa della fame. Quest’anno le svolte sono state un canale WhatsApp, migliaia di piazze sotto la pioggia, Diego e i suoi compagni che qui a Foz e in tutto il Brasile hanno portato a votare Lula 10 milioni di persone in più. E quel rosso romantico-rivoluzionario che sembrava impossibile da vedere nel 2026 nella notte torna nell’aria in una canzone d’amore
“O velho comunista se aliançou ao rubro do rubor do meu amor, o brilho do meu canto tem o tom e a expressão da minha cor: Vermelho!“ “Il vecchio comunista si è alleato con il rossore del mio amore, lo splendore del mio canto ha il tono e l’espressione del mio colore: Rosso!”
Il vecchio comunista ha fatto la virada. Un’altra volta.
Francesco Leone Spallino è un giornalista freelance. Ha collaborato con Vatican News, InsideOver e Rai. Vive a Foz do Iguaçu, nel sud del Brasile.






