Il rovescio della medaglia
Il Comitato Insostenibili Olimpiadi sulle criticità di Milano-Cortina 2026
Dopo due settimane di eventi sportivi, si stanno per chiudere i Giochi olimpici invernali di Milano Cortina 2026. L’evento, largamente presentato dal governo come un momento di orgoglio nazionale, è in realtà uno dei momenti in cui diventano più palesi le svariate contraddizioni politiche, economiche e sociali dell’Italia contemporanea, e, fatto ancora più grave, permette loro di esplodere. Ne abbiamo parlato con due militanti del Comitato Insostenibili Olimpiadi – una rete di organizzazioni politiche e sociali fondata a Milano nel 2023 proprio per denunciare la situazione.
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Le Olimpiadi e, in generale, i grandi eventi sportivi sono, ormai da vari anni, sempre più contestati nelle città in cui si tengono e si portano puntualmente dietro un lascito negativo: Atene 2004 ha contribuito all’esplosione della crisi greca, la doppietta brasiliana di mondiali di calcio e giochi olimpici ha fatto esplodere immense proteste in tutto il paese e Parigi 2024 ha favorito l’implementazione di durissime politiche di marginalizzazione sociale. Quali sono le criticità più gravi legate alle Olimpiadi di Milano-Cortina?
Troppo spesso quando si parla delle Olimpiadi e più in generale dei grandi eventi si cerca di neutralizzarli dal punto di vista dell’impatto che questi hanno sui complessi ecosistemi sociali e ambientali in cui sono organizzati. Si tratta però da sempre di veri e propri veicoli di accelerazione di processi già in corso e di riorganizzazione degli spazi urbani e antropici che li subiscono: non è l’evento che si adatta a un territorio, ma il contrario, anche a causa della crisi di profittabilità del capitalismo contemporaneo a cui le classi dirigenti sembrano saper rispondere soltanto con ricette che non tengono conto della realtà – nel caso italiano, rispondendo all’imperativo di rendere le città “attrattive” e capaci di garantire la redditività ai fondi finanziari che investono sul patrimonio immobiliare. La spettacolarità dei grandi eventi, però, rappresenta un ottimo strumento di distrazione e scollegamento tra lo spettacolo e il suo impatto sociale. Le Olimpiadi di Milano e Cortina, come fu già Expo 2015, sono una declinazione di quella mega-macchina di spostamento di ricchezze, reddito e risorse dal basso verso l’alto: è il caso dell’area pubblica dell’ex scalo ferroviario di Porta Romana, su cui è sorto il Villaggio Olimpico e che dopo l’evento diventerà l’ennesimo studentato privato alle porte dei quartieri popolari del sud-est, o dell’Arena di Santa Giulia realizzata con fondi pubblici a copertura degli extra-costi e dei lavori straordinari da realizzare.
Lo stesso discorso si applica allo sfruttamento delle risorse idriche alpine, già da anni “regalate” ai padroni della neve artificiale e ora concesse per l’innevamento dei siti di gara con oltre un milione di metri cubi d’acqua (l’equivalente di 12 piscine olimpioniche svuotate ogni giorno), attraverso bacini a oltre 2000 metri di altezza, in alcuni casi pronti a evento concluso. A Milano, negli ultimi 15 anni, è stato registrato un ricambio sociale per oltre 450 mila abitanti e un forte aumento del costo della vita, a fronte di una crescita del lavoro stagionale e precario, tipico delle “economie-evento”, e di una sottrazione di migliaia di appartamenti dal mercato abitativo normale a quello tossico degli affitti brevi. Nel quartiere popolare di Corvetto, colpito dall’organizzazione dei giochi olimpici, si è registrato il maggiore aumento dei valori immobiliari a fronte di un tessuto sociale tra i più poveri della città. Questo non avviene mai in modo indolore, dal momento che la “mano invisibile del mercato” si avvale puntualmente di quella (molto fisica e visibilissima) della violenza poliziesca, attraverso sfratti, sgomberi e controlli a sfondo razziale, soprattutto sulla popolazione giovanile di seconda e terza generazione.
Gli organizzatori dei giochi stanno rivendicando da mesi di aver messo in piedi un evento perfettamente sostenibile dal punto di vista economico e ambientale, laddove numerose inchieste hanno dimostrato il contrario – voi stessi, in risposta a questa retorica, parlate dei “giochi più insostenibili di sempre”. Che cosa intendete dire?
Quando parliamo dei “giochi più insostenibili di sempre” intendiamo evidenziare proprio la distanza che c’è tra la narrazione ufficiale e ciò che emerge guardando concretamente al modello di sviluppo rappresentato dall’organizzazione di Milano-Cortina 2026. Le Olimpiadi sono paradigmatiche di un sistema che consideriamo insostenibile non solo dal punto di vista ambientale, ma anche economico e sociale: un modello che produce consumo di suolo, cementificazione, spreco di risorse e trasformazioni urbane e territoriali che rispondono più agli interessi di pochi speculatori che non ai bisogni reali delle comunità. La proposta del grande evento diffuso su oltre 450 chilometri di arco alpino doveva garantire la “sostenibilità” per i territori, mentre il riutilizzo o l’adattamento di impianti pre-esistenti prometteva il contenimento di nuovo consumo di suolo e della spesa, che sarebbe dovuta essere a carico dei privati. Queste premesse avevano addirittura portato il Comitato olimpico internazionale a riscrivere il paradigma organizzativo delle Olimpiadi, proprio sul modello proposto per quelle invernali del 2026. Tutto questo, però, fondava in partenza su premesse critiche: ai privati sarebbe stata concessa la gestione decennale di ampie porzioni di città e aree montane pubbliche o comuni, oltre a un generoso aumento delle volumetrie commerciali e turistiche e di “servizi”, strade e housing sociale per le stesse.
Inoltre, come denunciavamo già nel 2019, non ci sono state Olimpiadi, prendendo anche solo la finestra temporale che va da Barcellona 1992 a Parigi 2024, senza sovraccosti pubblici e stati d’eccezione imposti alle comunità ospitanti. Ma anche le previsioni peggiori sono state superate: il dossier delle opere si è ingrossato spaventosamente, con un parallelo grave problema di trasparenza sui dati e sui meccanismi di finanziamento della spesa e degli extra-costi esplosi e coperti dal pubblico – tanto che oggi la spesa complessiva oscilla tra i 5 e i 6 miliardi, prevalentemente pubblici. Sono state consumate grandi quantità di suolo, in città come in montagna, e di risorse naturali. Quasi il 60% delle opere, prevalentemente stradali, non è stato né completato né avviato, ma comunque finanziato, trovandoci ad esempio di fronte al caso limite dell’ultimo cantiere olimpico che chiuderà soltanto nel 2033 – la tanto attesa variante di Vercurago, tra Calolziocorte e Lecco. Le Olimpiadi diffuse hanno invece portato a una cantierizzazione intensiva su un territorio vasto. Dal punto di vista economico, contestiamo innanzitutto la retorica dell’evento “a costo zero”. Parliamo di miliardi di fondi pubblici già stanziati, di opere calate dall’alto e di un’eredità fatta di debiti e infrastrutture costose da gestire e poco utili per chi vive i territori. Il meccanismo dei grandi eventi, inoltre, crea condizioni straordinarie – deroghe, procedure semplificate, governance emergenziale – che favoriscono una gestione privatistica di risorse pubbliche e concentrano benefici economici su settori specifici come turismo e immobiliare.




