Investimenti
Leila Belhadj Mohamed su come l'estrema destra è riuscita a farci parlare di remigrazione
“Remigrazione” è la parola del momento, uno slogan che sembra uscito dal nulla per conquistare il dibattuto pubblico di mezza Europa – ma è solo la punta dell’iceberg. Leila Belhadj Mohamed, giornalista e podcaster, racconta il lavoro sommerso con cui l’estrema destra ha costruito l’ecosistema mediatico che oggi le permette di imporre la sua agenda nel dibattito pubblico.
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Nel giro di pochi anni, la parola “remigrazione” è uscita dagli ambienti dell’estrema destra identitaria per entrare nei programmi di partito, nelle campagne elettorali e, sempre più spesso, nel linguaggio della politica istituzionale. Da quel momento il dibattito si è concentrato quasi esclusivamente sul suo contenuto: è compatibile con lo Stato di diritto? È una provocazione? È una proposta politicamente praticabile? Sono tutte discussioni necessarie – forse, però, arrivano quando il lavoro più importante è già stato fatto. Una proposta politica non occupa improvvisamente il centro della scena: prima ancora di essere discussa, deve trovare le condizioni per apparire plausibile. Deve esistere una narrazione capace di trasformarla nella risposta apparentemente naturale a un problema dato per acquisito. Nel caso della remigrazione, quel problema ha un nome preciso: teoria della sostituzione etnica: l’idea secondo cui l’Europa starebbe attraversando un processo di sostituzione demografica e culturale della popolazione autoctona, per mezzo delle migrazioni, favorito dalle dalle élite politiche. Se si accetta questa premessa, la remigrazione smette di apparire come una proposta estrema e diventa, agli occhi di chi la condivide, una risposta coerente. È qui, però, che il dibattito tende a fermarsi: ci si concentra sulla proposta politica e sui suoi promotori, molto meno sul processo che l’ha resa possibile, come se certe idee riuscissero a imporsi esclusivamente per la loro capacità di convincere. Fermandosi qui, però, non si capisce come tutto ciò sia stato possibile: bisogna fare un passo in più e osservare anche un altro livello, quello degli spazi in cui queste idee vengono elaborate, diffuse e progressivamente trasformate in senso comune.
Negli ultimi anni una parte della destra radicale ha investito con particolare sistematicità proprio in questi spazi: media, think tank, case editrici, piattaforme digitali, creator, reti transnazionali di attivisti e finanziatori. Spazi di produzione culturale, insomma, non come un’attività collaterale alla politica ma come il terreno su cui una determinata lettura della realtà viene costruita, consolidata e distribuita. Sono investimenti che non riguardano direttamente la emigrazione ma ciò che la rende una risposta sempre più pensabile: ciascuno svolge una funzione diversa ma tutti contribuiscono a costruire un immaginario capace di trasformare una lettura del mondo in senso comune. La remigrazione è dunque il punto in cui questo lavoro diventa visibile e la sua normalizzazione come idea racconta una storia molto più lunga – quella di un investimento nella costruzione di un’egemonia culturale di destra. Nessuna egemonia nasce spontaneamente: richiede tempo, organizzazione, luoghi in cui elaborare idee, strumenti per diffonderle e risorse per mantenerle vive. Osservata da questa prospettiva, quindi, la remigrazione smette di apparire come il successo improvviso di uno slogan e comincia ad apparire come il momento in cui un lavoro a lungo condotto sottotraccia arriva in superficie.
Vediamo le tappe principali di questo lavoro. I primi a comprendere che la battaglia politica non si sarebbe giocata soltanto nei parlamenti, ma negli spazi in cui si forma l’opinione pubblica, sono stati alcuni attori della destra statunitense. Negli anni della prima campagna di Donald Trump, il miliardario Robert Mercer non si limitò a sostenere candidati: investì in Breitbart, contribuì alla crescita di Cambridge Analytica e a costruire un’infrastruttura mediatica capace di dare continuità, diffusione e legittimità a una determinata lettura del mondo. L’ex strategia di Trump Steve Bannon intuì forse prima di altri che quel modello poteva essere esportato: con The Movement tentò di costruire una rete transnazionale capace di mettere in relazione partiti, fondazioni e movimenti della destra europea, convinto che la conquista del consenso passasse anche dalla condivisione di linguaggi, narrazioni e strategie comunicative. Sono stati loro i pionieri di una trasformazione del modo in cui viene concepito l’investimento politico: il finanziamento va oltre il momento elettorale e riguarda la costruzione di un ecosistema culturale. Dai media che producono contenuti, alle piattaforme che li distribuiscono, fino agli attivisti che li traducono in linguaggio politico, alle conferenze che mettono in relazione soggetti diversi, ai finanziatori che garantiscono continuità a questo processo. È grazie a questa infrastruttura che teorie marginali ed estremiste come quella della sostituzione etnica possono uscire dagli ambienti identitari, fermentare e produrre proposte politiche come la remigrazione.
Questa trasformazione emerge ancora più chiaramente se si osserva chi riceve questi investimenti. Non soltanto partiti ma anche figure che operano in una zona ibrida tra attivismo, informazione e produzione di contenuti. Il britannico Tommy Robinson è probabilmente il caso più emblematico: nel corso degli anni ha costruito gran parte della propria influenza fuori dalle istituzioni, trasformando manifestazioni, video, piattaforme digitali e campagne mediatiche in un dispositivo permanente di mobilitazione. Diverse inchieste hanno ricostruito il sostegno economico che ha ricevuto dall’imprenditore tech statunitense Robert Shillman e i suoi legami con una rete più ampia di organizzazioni e finanziatori della destra radicale transatlantica. Ma il punto non è Robinson: è il modello che rappresenta, cioè una rottura con il modo in cui si costruisce il consenso nella politica tradizionale. Non più partiti e organizzazioni, ma singoli individui produttori di contenuti e comunità online incentrate su di loro. Sono produttori di consenso prima ancora che leader politici, ed è proprio per questo che diventano un investimento strategico.
Questa rottura avviene anche su un altro piano, quello delle stesse infrastrutture attraverso cui l’informazione circola. Se Robert Mercer e Steve Bannon si sono dedicati alla creazione di un insieme di media, l’entrata nell’agone politico dei miliardari tech aggiunge un elemento ulteriore: il capitale, oltre a sostenere la produzione culturale, arriva a controllare direttamente le infrastrutture attraverso cui quella produzione circola. Elon Musk rappresenta probabilmente il caso più evidente: il suo acquisto di Twitter l’ha trasformato da uno spazio comunicativo neutro in uno spazio di destra, dove l’opinione politica del proprietario decide quali contenuti circolano, quali vengono amplificati e quali rimangono ai margini. Nel 2023 Musk ha provato persino a diventare lui stesso un creatore di contenuti, presentandosi al confine tra Stati Uniti e Messico con cappello da cowboy e occhiali da sole e filmandosi in diretta su X mentre parlava della crisi migratoria. Negli anni successivi ha più volte dato il suo sostegno a candidati di destra in tutto il mondo – un processo culminato nella sua intervista del 2025 alla leader di AfD Alice Weidel. Peter Thiel è un altro caso che mostra la questione da un’altra prospettiva: attraverso una rete di fondazioni, investimenti, rapporti personali e relazioni politiche ha contribuito a sostenere candidati come JD Vance e a influenzare la forma politica del secondo trumpismo. Se Mercer aveva mostrato come finanziare un’infrastruttura mediatica, Musk e Thiel raccontano una fase ulteriore: quella in cui il capitale tecnologico partecipa contemporaneamente alla produzione culturale, alla distribuzione dei contenuti e alla costruzione delle reti politiche che trasformano quell’immaginario in consenso.
Pensare che questa trasformazione riguardi soltanto gli Stati Uniti sarebbe però un errore. Anche in Italia iniziano a emergere esperienze che sembrano rispondere alla stessa logica – investire nella costruzione di spazi di produzione culturale molto prima che il confronto si sposti sul terreno elettorale. Il caso più rilevante è quello di Welcome to Favelas, che da pagina Instagram dedicata al degrado delle città italiane è diventata una vera e propria media company di destra, vantando legami con lo stesso Elon Musk tramite il suo referente italiano, Andrea Stroppa. Un altro caso, come ha ricostruito un’inchiesta di WIRED, è quello di Esperia Italia, un progetto editoriale che si inserisce in un ecosistema più ampio di relazioni imprenditoriali, professionali e politiche, con l’ambizione dichiarata di occupare uno spazio culturale della destra italiana e non privo di legami con referenti politici e di governo. La destra globale ha capito l’importanza della produzione culturale: è un investimento strategico, uno spazio dove si elaborano le categorie interpretative che formeranno le priorità politiche del futuro.
Leila Belhadj Mohamed è una giornalista e podcaster freelance e l’autrice della newsletter Matassa.




