Tra gli sguardi distratti dei triestini e quelli sospettosi della polizia, ogni sera decine di migranti si ritrovano a Piazza del Mondo. Per la maggior parte di loro Trieste e l’Italia non sono neanche l’ultima tappa del viaggio, ma solo il primo assaggio di quell’invisibilità che l’Europa ha riservato loro. Matilde Moro, giornalista freelance, è andata a Trieste per incontrare chi nei migranti ha deciso di vederci esseri umani.
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A Trieste ogni cosa è duplice o triplice. Così sosteneva Scipio Slataper, celebre triestino e autore di Il mio Carso. In effetti basta passare qualche giorno in città per rendersi conto che qui le cose effettivamente cambiano nome. Ci sono nomi che si sono modificati nel tempo, a seconda del potere vigente; il nome delle cose cambia semplicemente a seconda di chi le definisce. C’è il gigantesco Molo Audace, che prima del Fascismo era Molo San Carlo, oppure Porto Vecchio, che prima era Porto Franco, voluto da Carlo VI e costruito alla fine del 1800, e che il comune ora con un ambizioso e controverso progetto di riqualificazione/speculazione sta trasformando in “Porto Vivo”. Stesse mura, stessa pietra, nomi diversi.
Lo stesso vale per la piazza davanti alla stazione: sulla targa, a pochi passi dalla statua dell’imperatrice Elisabetta d’Austria — eterno spettro che aleggia marmoreo sulla città — sta scritto Piazza della Libertà. I triestini però la chiamano Piazza del Mondo, almeno da quando nel 2018 sono arrivati qui Lorena Fornasir e Gian Andrea Franchi, trasformando completamente il bassofondo invisibile di Trieste, fatto delle persone che arrivano in città dalla rotta balcanica. “Avevamo già lavorato con i migranti a Pordenone”, racconta Franchi, “e così abbiamo deciso di continuare quando ci siamo trasferiti a Trieste”. Mentre mi parla, Gian Andrea, classe 1936, è seduto su una panchina proprio davanti alla stazione. Dall’altra parte della strada le persone iniziano ad affollarsi a decine: c’è chi è appena arrivato e chi è qui da mesi o anni, chi vuole proseguire (la maggior parte) e chi restare. Tutti sanno che in Piazza del Mondo la sera possono trovare qualcosa da mangiare, un paio di scarpe o uno zaino.
“Dopo un po’ di tempo ci siamo accorti che in queste zone c’erano queste persone, che sembravano fantasmi, i migranti in transito, di cui nessuno si occupava”. Così lui e Lorena hanno fondato Linea d’Ombra, che in poco tempo è diventata un punto di riferimento in città, per i migranti in transito così come per l’attivismo locale. All’invisibilità, Lorena e Gian Andrea hanno contrapposto la presenza. Ogni sera, da più di otto anni, scendono in piazza per provare a rispondere a un bisogno che altrimenti rimarrebbe inascoltato.
Silvia Rubini vive a Trieste e si è unita quasi subito a Linea d’Ombra. È in piazza anche questa sera: “Sono venuta qui la prima volta ormai più di quattro anni fa, quando ho letto delle vicende giudiziarie che Lorena e Gian Andrea stavano affrontando a causa del bene che cercavano di fare. All’inizio avevo una maggiore timidezza, portavo un po’ di cibo, vestiti, qualcosa per aiutare e restavo in disparte. Poi piano piano mi sono avvicinata sempre di più, e ora mi sento parte di questo posto”. Silvia ha un sorriso amaro. Spiegare perché viene qui ogni sera è facile. Sceglie con attenzione le parole: “Non volevo assolutamente fare la carità. Quello che faccio non è elargire briciole, ma esserci. Per me stare qui è fare pace con la consapevolezza del privilegio in cui vivo, rendermi conto che il mondo non si esaurisce nella vita che io ho senza nessun merito la possibilità di fare. C’è invece un mondo intero di persone che devono muoversi per cercare un futuro”. E sono molte più di quanto si possa pensare, la regola piuttosto che l’eccezione: circa 304 milioni di persone al mondo vivono in un Paese diverso da quello in cui sono nate, mentre il dato sale a 700 milioni se si considerano anche le migrazioni interne. Significa una persona su otto. “Le persone che arrivano qui”, racconta Silvia, “sono state maltrattate e disumanizzate a tutte le frontiere che hanno dovuto attraversare, portano addosso le cicatrici dei morsi dei cani della polizia bulgara, sono state gettate nei fiumi, hanno visto morire i loro compagni, ma sono persone che vogliono vivere”.
Stando in Piazza, Linea d’Ombra cerca di dar loro qualcosa più di un aiuto materiale: un posto dove sentirsi visti, un momento di tregua in un lungo viaggio, che nella maggior parte dei casi non è ancora finito. “È un posto dove queste persone semplicemente le incontro. E credo che riconoscerle come persone, in un momento in cui la vita viene continuamente svalutata e calpestata, sia una cosa importante. Occuparsi di chi ha dovuto lasciare affetti, casa e il suo posto per cercare un futuro è riconoscere la sua esistenza”. Non solo a livello individuale: significa non voltarsi dall’altra parte davanti a uno dei fenomeni che maggiormente definiscono il nostro tempo, e alle responsabilità che ne derivano. Stare a contatto con le migrazioni significa riconoscere il sistema che le genera.
“È tutto collegato”, spiega Gian Andrea, che oltre ad aver fondato Linea d’ombra ha alle spalle una carriera da docente di Storia e Filosofia. “È come se il capitalismo si fosse liberato di ogni freno e ora contasse solo la legge dello scambio, senza più alcun tipo di freno sociale o democratico. Fare un discorso storico sul significato di questo tipo di migrazioni è essenziale. Queste persone sono una specie di messaggio che viene dal mondo, da un mondo profondamente in crisi, e insieme anche una proposta indiretta di cambiare le cose se non vogliamo trovarci tra qualche decennio in una catastrofe”. È questo il momento per ascoltare.
Trieste offre in questo senso un osservatorio privilegiato. Non solo per ascoltare “i messaggi dal mondo”, ma per rendersi conto di come i governi europei stanno rispondendo. Già Italo Svevo e Umberto Saba, in quella che sembra un’altra epoca, come raccontano Angelo Ara e Claudio Magris nel loro Trieste, un’identità di frontiera (1982), avevano fatto di Trieste “una stazione sismografica dei terremoti spirituali che si apprestavano a sconvolgere il mondo”. Oggi, mentre la storia sembra ripetersi, qui come in Europa e nel resto mondo, la stazione sismografica triestina torna ad essere estremamente utile. Le parole chiave del terremoto odierno sono le stesse del paradigma che sembra ripetersi identico in tutta Europa: sicurezza, sorveglianza, militarizzazione.
Così fuori dalla stazione dei treni, insieme a Lorena, Gian Andrea, qualche volontario e decine di richiedenti asilo e persone in transito, da qualche mese si presentano anche due camionette della polizia. Le decine di agenti triestini qualche volta osservano i volontari, qualche volta si avventurano nella Piazza, chiedono documenti, portano via qualcuno. Non c’è giorno che non stiano lì, sempre lì, a ricordare che si è guardati; sono la spia di un qualcosa di più ampio. Nel suo Città in Guerra: Appunti di Geopolitica Urbana (Bollati Boringhieri, 2026), Francesco Chiodelli, professore di geografia economica e politica dell’Università di Torino e direttore del Centro di ricerca interdipartimentale in studi urbani OMERO, analizza la relazione tra l’attuale “regime di guerra globale permanente”, sorveglianza e città. Secondo Chiodelli nel nuovo ordine mondiale la città esprime un elemento critico di per sé. Nelle città, scrive, sono “problematici tutti quegli elementi che hanno da sempre costituito l’essenza della vita urbana: il cosmopolitismo, la folla, la diversità, la promiscuità dei flussi di mobilità, la mobilitazione sociale”. A maggior ragione è quindi problematica una città come Trieste, con la sua “identità di frontiera”, con le sue visibili, vitali contraddizioni: “Trieste”, scrivono ancora Magris e Ara, “è stata e rimane ricca di contrasti, ma soprattutto ha cercato e cerca la propria identità in quei contrasti e nella loro insolubilità”.
Un insieme di contrasti e vitalità che l’attuale sistema europeo non può e non ha intenzione di tollerare. Così il Comune di Trieste sta facendo di tutto per chiudere la Piazza del Mondo, espressione troppo evidente di questa realtà. Il 9 giugno il consiglio comunale ha approvato una variazione di bilancio da un milione e duecentomila euro per costruire una recinzione attorno alla piazza. Fondi che, inutile dirlo, sarebbero più che sufficienti per creare una sistemazione dignitosa per le persone che frequentano la piazza. Si può pensare alla riconversione del Mercato di Via Gioia, che da anni le associazioni cercano di far aprire per questo scopo. Invece ad oggi la maggior parte delle persone continuano a dormire per strada, oppure, dopo la chiusura dell’ottocentesco Silos dove trovavano rifugio, dentro ai magazzini vuoti del Porto Vecchio, spesso per terra e senza alcun riparo. Questo significherebbe però ammettere l’esistenza di queste persone, che sembra invece conveniente restino invisibili.
È proprio nella direzione di una maggiore invisibilizzazione, più di ogni altra cosa, che va anche il nuovo Patto sulla Migrazione e L’Asilo dell’Unione Europea, entrato in vigore lo scorso 12 giugno. A commentarlo è Gianfranco Schiavone, già componente del direttivo dell’Asgi, l’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione, e attualmente presidente del Consorzio italiano di solidarietà-Ufficio rifugiati onlus di Trieste: “L’obiettivo di fatto è una compressione del diritto d’asilo. Sembra però difficile, come millantano i promotori, immaginare che ai nuovi regolamenti corrisponderà realmente un aumento degli allontanamenti dall’Unione Europea. Quello che certamente aumenterà sarà il numero di persone presenti in Europa senza permesso di soggiorno. La compressione del diritto d’asilo non scoraggerà gli arrivi, non scoraggerà certamente la presentazione delle domande; piuttosto avrà come effetto un innalzamento vertiginoso dei tassi di rigetto, questo si. Il che non produrrà maggiore sicurezza o coesione sociale, ma quasi certamente solo maggiore sofferenza, molta più confusione, e invece meno sicurezza. Questo è un punto a cui tengo molto: i cittadini europei devono sapere che in realtà questa fabbrica politica è una fabbrica dell’insicurezza, venduta come fabbrica della sicurezza”.
Le misure gridate ai quattro venti — rimpatri, espulsioni —, secondo Schiavone sono difficilmente applicabili sia dal punto di vista pratico-logistico che soprattutto da quello giuridico, perché “in piena violazione della Convenzione di Ginevra del 1951 ed in assoluto contrasto con l’articolo 78 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea”. Il Patto sarebbe così destinato unicamente a contribuire alla fabbrica di fantasmi che è la frontiera, perché maggiori minacce non significa meno arrivi ma solo più invisibilità e marginalizzazione: “Se domani si vedranno molte più persone allo sbando in strada, se si vedranno molti più stranieri in condizioni di marginalità sociale, magari attratti dalla microcriminalità, sarà esattamente l’effetto di queste politiche. Siamo di fronte a un meccanismo irrazionale e irragionevole, che viene sperimentato con l’idea di vendere qualcosa che non si potrà fare, vendere risultati che non si potranno ottenere e incassare un rapido consenso. Un consenso che si brucerà nell’arco di mesi o al massimo qualche anno, e poi delle macerie si occuperà qualcun altro nel futuro”.
Rispetto a Trieste, e al modo in cui le nuove politiche stanno modificando la città, Schiavone parla di “estetica della violenza e della militarizzazione”. Poco importa se da questa estetica derivano o meno conseguenze reali: “Si finge di fare qualcosa, si sperperano i soldi pubblici e basta, perché bisogna tenere conto che nel mondo dell’immigrazione ciò che conta quasi sempre non sono gli effetti ma il messaggio. Che cosa avviene nella realtà non importa, importa solo la rappresentazione della realtà, anche quando è completamente distante dalla realtà stessa. Fa niente, basta che il messaggio, più o meno muscolare, sia arrivato al potenziale elettore”.
Come sottolinea Gian Andrea, è davvero tutto collegato. Unire i pezzi, dalle politiche di Bruxelles alle nostre città, dalle migliaia di storie individuali di chi si sposta alle dinamiche del "nuovo ordine globale", non è semplice. Un buon modo per cominciare è passare un po' di tempo a Trieste, tra Piazza del Mondo e il Molo Audace. Da una parte il cantiere che sta gentrificando il Porto Vecchio, dall'altra le persone che ancora dormono lì dentro con quel poco che hanno, cedendo un pezzo di dignità a ogni umiliazione, mentre i passanti guardano altrove.
Matilde Moro è una giornalista freelance, i suoi contributi sono stati pubblicati su testate come L’Espresso, Domani, Marie Claire e Scomodo.





