Tu da che parte stai? Con i giovani che rubano le bici o con il sistema che gli ruba il futuro? Questa settimana l’Italia si è posta questa domanda e ha versato lacrime per le vetrine sfondate di Milano. Dimenticando che da qualche anno c’è una rivolta giovanile globale che va dal Marocco alle Filippine e che forse, semplicemente, adesso è arrivata anche da noi. Guy Discord, pseudonimo di un collettivo che da anni studia le rivolte della Gen-Z, è stato in piazza a Milano e Parigi e ci ha consegnato questa lunga riflessione-reportage da far leggere al tuo amico di sinistra con gli occhiali e il ditino alzato.
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Lo scorso weekend le strade di Parigi e Milano, Lione e Torino, Marsiglia e Bologna, erano diverse dal solito. Le vie dello shopping e del turismo hanno perso per diverse ore la loro normale funzione, passando da una composta routine fatta di profumi lussuosi e imbellettamenti forzati al caos dell’odore acre dei gas lacrimogeni e dei negozi saccheggiati. Non si è trattato di eventi completamente sovrapponibili: in Francia la contestazione studentesca va avanti da varie settimane ed è ormai diventata un movimento di massa capace di portare in strada quasi un milione di persone, mentre in Italia siamo ancora alle prime fasi di una protesta che potrebbe montare oppure spegnersi nel brevissimo termine. Eppure le rivendicazioni sono sostanzialmente le stesse e i manifestanti parlano lo stesso linguaggio da entrambi i lati delle Alpi. Detto questo, sappiamo che poche persone al mondo sono più fastidiose del tuo amico di sinistra che, ogni qualvolta una piazza si infiamma, sente il bisogno di muovere un ditino e esprimersi per condannare o romanticizzare le azioni violente dei manifestanti, e proprio per questo mettiamo le mani avanti e ci dissociamo da qualunque idiozia del genere si sia detta in merito. Non siamo qui a spiegarvi perché spaccare le vetrine è giusto e bello o sbagliato e impuro; ci sembra più utile e costruttivo cercare di mettere in relazione le proteste che hanno attraversato la Francia e l’Italia negli ultimi giorni con un fenomeno molto più vasto che, almeno dal 2022, sta attraversando l’intero pianeta: le proteste (e rivoluzioni) della Generazione Z.
Negli ultimi mesi abbiamo studiato questi movimenti, intervistato le persone che vi hanno preso parte e cercato di capirne tanto le rivendicazioni quanto le conseguenze – qualche volta anche andando noi stessi a prendervi parte. Tutto ciò ci ha permesso di tracciare un ritratto abbastanza completo di queste sommosse che – nonostante abbiano avuto luogo in contesti tanto lontani e diversi tra loro quanto possono esserlo il Marocco e il Bangladesh, la Serbia e il Perù, il Madagascar e il Nepal – hanno tutte dei punti di contatto. Gli stessi attivisti e giornalisti con cui abbiamo parlato hanno puntualmente sottolineato come si sentissero tutti parte di un fenomeno di portata globale, di una corrente storica, arrivando anzi a rivendicare con forza questo aspetto come qualcosa che legittimava ulteriormente la loro protesta. Nonostante una narrazione mediatica particolarmente semplicistica, si è trattato in realtà di movimenti ricchi di elementi estremamente contraddittori che ne rendono abbastanza difficile la comprensione: movimenti di classe che però preferivano identificarsi come generazionali anche quando non lo erano davvero, con rivendicazioni sociali radicali mascherate da semplice lotta alla corruzione, contro governi che, spesso, erano a loro volta eredi di esperienze politiche progressiste ma ormai diventati regimi autoritari integrati nel capitalismo globalizzato. Togliendo di mezzo tutto questo e le varie particolarità locali, cosa definisce una protesta Gen-Z distinguendola da altri tipi di contestazione politica?
Dalle nostre interviste è sempre emerso un elemento fondamentale: i governi sono considerati responsabili di aver privato le popolazioni del loro futuro e di saper rispondere alle richieste delle piazze solo con la violenza. Le due cose sono così inevitabilmente legate in un unico, grande attacco diretto alla vita delle persone che queste reagiscono insorgendo in tutti i modi possibili contro qualunque obiettivo riconducibile al potere. È un ritorno a forme di rivolta premoderne come la Grande Jacquerie che attraversò le campagne della Francia settentrionale all’inizio dell’estate del 1358: a confermare il parallelismo sono sia la furia degli attacchi contro le istituzioni – gli assalti e gli incendi dei luoghi del potere a Colombo, Dhaka, Kathmandu e Nairobi – sia l’incapacità di immaginare come prenderne possesso in modo definitivo. Da questo punto di vista, le rivolte della Gen-Z patiscono il peso della propria epoca.
Come accaduto nelle proteste degli anni Dieci, quindi, il risultato è da un lato la sconfitta – persino di quei movimenti che riescono a costringere i governanti alla fuga – e dall’altro la forte centralità del simbolico. La presa dei luoghi del potere non è pensata per durare: gli stessi manifestanti non saprebbero come gestirlo e finiscono inevitabilmente per delegarlo a terzi che, alla fine, deludono le aspettative – è il caso dell’economista Muhammad Yunus in Bangladesh e della magistrata Sushila Karki in Nepal, riformisti moderati inadeguati a dare seguito alle richieste popolari. Ciò che resta allora sono simboli e modalità di protesta che si sono progressivamente affermati un po’ in tutte le piazze del mondo, creando così una galassia di immagini, slogan e meme ripetuti di volta in volta per ricordare che in realtà ogni sommossa locale è parte di una ben più grande caccia al nobile su scala mondiale.
Il mondo che ha celebrato Luigi Mangione come un eroe dei nostri tempi è lo stesso che ha fatto proprio l’odio di classe contro i privilegi dei nepo babies e che poi è sceso in strada sventolando le bandiere del manga One Piece o indossando maschere di Spider-Man. Si tratta della stessa logica alla base del funzionamento della cultura pop, usata da tempo come fonte di simboli per i movimenti di piazza: significanti forti, riconoscibili e condivisibili, senza significati politici. È un circolo vizioso tra piazze e feed in cui alla fine non si capisce più quale dei due influenzi l’altro – un intreccio insolubile, alla è-nato-prima-l-uovo-o-la-gallina, con i meme usati nei cartelli dei manifestanti, i video delle proteste che danno origine a trend, i server Discord che diventano gli spazi principali della discussione politica – e in alcuni casi che vengono persino utilizzati dai manifestanti per nominare un nuovo capo del governo.
Stando così le cose, possiamo già affermare una cosa: non tutte le proteste contemporanee sono rivolte Gen-Z. Per esempio, le proteste contro Trump e l’ICE negli Stati Uniti o le sommosse iraniane di inizio 2026 non sono riconducibili allo stesso schema, poiché rispondono più a contesti specifici che non ad un fenomeno globale. È invece senza dubbio una protesta Gen-Z quella dei fenicotteri in Albania, di recente tornata al centro dell’attenzione mediatica per un’improvvisa impennata di violenza dopo mesi di manifestazioni pacifiche senza risultati. Qui, oltre alle modalità delle proteste, ritroviamo condizioni sociali, economiche e politiche comuni ai paesi maggiormente attraversati dalle rivolte della Gen-Z: tanti giovani, tanta emigrazione, un governo immobilista e corrotto nominalmente di sinistra ma sempre bendisposto a venire incontro agli interessi dei grandi capitali stranieri. Come ha scritto la ricercatrice Lura Pollozhani, “date queste condizioni, la domanda non è perché i giovani stiano protestando, ma perché lo fanno solo adesso”.
Per Italia e Francia, però, il discorso è ben più complesso. Anche qui il linguaggio dominante è quello socialmediatico e memetico, anche qui non si vedono forme di organizzazione vera e propria del dissenso e anche qui, infine, la spinta insurrezionale è fortemente impulsiva e motivata dalla voglia di farsi giustizia da soli contro un sistema decadente, privo di qualunque prospettiva e sempre più violento nel proprio operato – chi scende in piazza lo aveva già fatto più volte negli ultimi anni contro il genocidio a Gaza, e adesso si ritrova a dover affrontare forme particolarmente dure di repressione poliziesca. Partiamo dal contesto francese: qui il movimento sociale è nato da una serie di mobilitazioni e blocchi nei licei iniziata nei dintorni di Parigi e immediatamente repressa con estrema e inspiegabile violenza dalla polizia. A partire dal momento in cui occhi e mani dei quindicenni hanno iniziato a saltare per aria senza cognizione di causa, i liceali hanno raccolto la solidarietà degli studenti universitari, dei sindacati e persino di quello che resta dei gilets jaunes, ma riuscendo sempre a restare al centro della contestazione. Anche il 17 ottobre, il culmine del movimento e una delle piazze più partecipate degli ultimi decenni, ha visto gli studenti al centro: gli slogan e i meme nei cartelli dei manifestanti erano i loro, e persino le misure repressive sono state pensate specificamente contro di loro – come nel caso dei coprifuoco per i minorenni imposti in alcune zone di Parigi a partire da domenica sera. La Francia, insomma, è un paese in piena guerra contro i propri ragazzini.
Come era prevedibile, a dominare il dibattito pubblico francese sono stati gli scontri e la violenza. Violenza che, però, parte dalla polizia: sia in Francia che in altri paesi attraversati da rivolte della Gen-Z è stato l’operato barbaro e sconsiderato della polizia a provocare le successive violenze dei manifestanti, che hanno assunto forme diverse – barricate di bici e cassonetti, spesso incendiati, vetrine distrutte, cocktail Molotov e sassi contro la polizia, ristoranti dati alle fiamme e negozi saccheggiati. È a questo punto che riappare il nostro amico di sinistra che, ripulendosi gli occhiali, ci ricorda – anche giustamente – che questi esempi di violenza urbana a geometria variabile vanno confrontati con la violenza economica e sociale che silenziosamente attraversa la vita quotidiana di milioni di persone, comprese le giovani generazioni. Che questa violenza rimossa trovi origine in forme crescenti di discriminazione, sfruttamento e disuguaglianza è un fatto noto, e invita a dare un’ulteriore connotazione politica a questi atti. Benché non sempre accompagnati da una vera e propria coscienza di classe, questi gesti hanno obiettivi la cui natura è l’espressione diretta di un rifiuto sempre più globale nei confronti del sistema politico ed economico vigente.
In particolare, prendere di mira le grandi catene e i marchi del lusso, ormai monumenti a sé stanti dei centri storici europei, rappresenta un assalto alla proprietà privata intollerabile per qualsiasi borghesia nazionale. E se le reazioni alle vetrine sfasciate e alle immagini di ragazzi che fuggono con dei vestiti sottobraccio suscitano reazioni così indignate, è perché, se c’è una cosa che non può essere toccata né messa in discussione, è proprio la proprietà privata in quanto fondamento del modo di produzione capitalistico. Ora, senza diventare noi l’amico di sinistra con gli occhiali, è con l’istituzionalizzazione della proprietà che una piccola parte della popolazione si impadronisce delle condizioni materiali della produzione mentre un’altra ne resta priva, costretta a vendere le proprie capacità ed energie come forza-lavoro. Ritroviamo questa matrice nelle proteste delle ultime settimane: il futuro di queste generazioni è sempre legato alla ricerca di un lavoro per tirare a campare, mentre le condizioni dei loro percorsi di formazione si degradano e il mercato del lavoro si trasforma sempre più in una guerra di tutti contro tutti. Non è dunque un caso che non avere nulla da perdere e nulla in cui sperare per migliorare le proprie condizioni di vita porti alla distruzione e al saccheggio. Non tanto come semplice vandalismo quanto come rifiuto della proprietà privata in quanto istituzione cardine del sistema che li opprime – o, per dirla come un giovane intervistato subito dopo un saccheggio in Francia, “recuperiamo quello che abbiamo pagato il resto dell’ultimo anno”. È questa la contraddizione che andrebbe approfondita e che, allo stato attuale, aleggia in modo più o meno cosciente insieme ai fumi dei gas e degli incendi.
Ma questo non è il solo dato che emerge dal 17 ottobre francese. Facciamo uno sforzo e cerchiamo di ignorare, per un attimo, le immagini che nel bene e nel male hanno fatto il giro del mondo – i morti e i feriti per mano della polizia, il municipio di Limoges in fiamme, le sacrosante vetrine fracassate – e cerchiamo di vedere cosa è successo davvero nelle strade di Parigi. Nelle settimane precedenti, senza girarci troppo attorno, partecipare alle manifestazioni faceva paura: tutti avevano impresse nella propria mente le immagini della terribile reazione poliziesca e i social erano pieni di consigli su come proteggersi dalle cariche e dai gas o in caso di arresto. Non stupisce dunque che il governo prevedesse che la mobilitazione generale sarebbe finita in un flop clamoroso. Sabato mattina, però, il clima a Parigi era completamente diverso: una buona parte della città appariva completamente in mano ai manifestanti e la polizia non si vedeva praticamente da nessuna parte. Le sole sirene che si sentivano erano quelle di ambulanze e camion dei pompieri, ai quali la folla lasciava puntualmente la strada libera sgomberando le barricate.
Facendo seguito ai numerosi appelli che invitavano a non seguire il percorso autorizzato, la gente ha creato cortei spontanei che hanno riempito le vie del Marais e i grandi boulevards che collegano la vasta area che va da Place de la Bastille a Place de Clichy, senza incontrare forze dell’ordine. Paradossalmente, proprio Place de la République, il previsto punto di inizio della manifestazione legale, è stata per ore il luogo più pericoloso, con una grande concentrazione di polizia che fin dal mattino ha bloccato gli accessi e bombardato la zona di gas lacrimogeni. Altrove, invece, la polizia si è ritrovata in netta minoranza ed è dovuta scappare, lasciando i manifestanti liberi di marciare. Certo, ci sono stati i saccheggi nei negozi di lusso, ma anche quelli nei supermercati – a cui spesso sono seguite distribuzioni alimentari ai senzatetto. Ci sono stati gli assalti alle redazioni di canali televisivi di estrema destra e i blocchi di alcune autostrade. Cosa ancora più importante, la politica e i sindacati sono stati costretti ad accodarsi alla protesta senza poterci mettere il cappello – anche se il governo in pieno delirio autoritario ora sta accusando direttamente il partito di sinistra La France Insoumise di aizzare le sommosse.
Se invece vogliamo parlare di cosa è successo in Italia negli stessi giorni, la fredda cronaca spiega molto più che le migliaia di analisi, scomuniche e tentativi di intestarsi le proteste lette in questi giorni. Venerdì 16 ottobre la mobilitazione studentesca “No Meloni Day” ha coinvolto numerose città italiane, con migliaia di partecipanti provenienti soprattutto dalle realtà degli studenti medi. Proprio come in Francia, le rivendicazioni riguardavano il finanziamento dell’istruzione, le condizioni degli edifici scolastici, i percorsi di alternanza scuola-lavoro e le disposizioni del governo in materia di scuola, fra cui il recente decreto che introduce un limite del 30% per determinate categorie di studenti stranieri. Una giornata di mobilitazione studentesca come tante altre, con momenti di tensione a Bologna e scontri a Torino, ma con un livello di tensione diverso sotto la “normale amministrazione” – tanto da parte dei media di destra che procedono come sempre a criminalizzare le piazze quanto da parte dei manifestanti con negli occhi le immagini delle rivolte in Francia e Albania. Nel corso della giornata, dentro e fuori dalle manifestazioni, gira di bocca in bocca un quesito: come sarà la piazza di domani?
Da giorni, infatti, gira sui social la chiamata a una manifestazione in tante piazze italiane contro il carovita promossa da “Italia in Piazza” – un movimento apartitico e non facente riferimento a sigle sindacali o movimentiste tradizionali. Le voci che girano tra chi frequenta le chat non sono particolarmente esaltanti: richieste di autorizzazione del percorso, parole d’ordine piuttosto vaghe. Ma la curiosità è tanta. A Milano il corteo parte nel pomeriggio di sabato con circa cinquemila partecipanti, in larga parte giovani e giovanissimi, e una composizione sociale apparentemente molto variegata: si vedono sfilare bandiere palestinesi e slogan di movimento insieme a tricolori e, stando a una fonte che ha partecipato al corteo, si sente partire anche l’inno di Mameli. Dopo un lieve momento di tensione, la celere reagisce in maniera spropositata spezzando in due il corteo: una parte procede fino alla conclusione in Piazza Cimitero Monumentale, mentre un altro segmento si scontra con la polizia in piazza del Duomo, piazza dei Mercanti e via Broletto. Vengono lanciati sassi e sampietrini in risposta ai lacrimogeni e alle cariche, e fino a sera si susseguono i danneggiamenti – fra cui anche il notevole assalto a Foot Locker che tanto ha fatto discutere gli opinionisti. Il bilancio riportato il giorno successivo indica 72 persone accompagnate in questura per l’identificazione, 16 arrestate e 22 denunciate, con contestazioni a vario titolo di devastazione, saccheggio e resistenza a pubblico ufficiale. Molte delle persone identificate sono minorenni, e fra di esse, figurano anche bambini di dodici anni.
A Bologna, nello stesso pomeriggio, circa 500 persone si radunano in piazza Minghetti senza preavviso alla questura: il concentramento dà origine a un corteo che presto raggiunge una consistenza stimata di circa duemila partecipanti. Durante il percorso cominciano gli scontri con la polizia che, in alcuni segmenti del corteo, si protrarranno fino a sera. Anche qui, farà discutere l’incursione in un Burger King e in una tabaccheria, oltre che una serie di danneggiamenti minori; il bilancio finale sarà di cinque arrestati, quattro dei quali minorenni e tutti incensurati, e sette denunciati. A Torino invece il corteo contro il carovita, regolarmente preavvisato in questura, vede la partecipazione di migliaia di giovani e studenti: nella fase conclusiva un gruppo di manifestanti tenta di introdursi nella stazione Porta Nuova e alcuni di loro si introducono nella libreria Feltrinelli, che viene messa a soqquadro con grande orrore di filosofi come Recalcati e Di Cesare (a quanto pare, quando si tratta di libri sospendono il loro lavoro di interpretazione del mondo per scrivere giudizi tranchant), mentre all’esterno il grosso del corteo ingaggia uno scontro con la polizia che si protrae per oltre un’ora. Il bilancio provvisorio riportato dal Corriere della Sera indicava dodici fermati, dieci dei quali minorenni.
Il giorno successivo, domenica 18 ottobre, in Piazza del Duomo a Milano le forze di polizia controllano, nell’ordine: chiunque sembrasse giovane, chiunque sembrasse di origine non italiana, chiunque indossasse un cappello o un cappuccio. A metà pomeriggio centinaia di ragazzi fanno irruzione in alcuni negozi di grandi catene di via Torino, in misura più estesa rispetto al giorno precedente, toccando anche via Dante e piazza Castello: spaccano le vetrine di Levi’s, Under Armour, Spazio Enel, della profumeria Perlier e della sartoria Luigi Fusaro; saccheggiano Carrefour e Decathlon; danneggiano alcune grosse attività commerciali in Corso Garibaldi. Questo elenco, scritto da chi ha visto con i suoi occhi una parte dei danneggiamenti, serve a demistificare la retorica – sempre un po’ stantia – dei “piccoli commercianti che si sono visti il negozio distrutto”. Se succede, non è stato questo il caso. Arrivato in piazza Cordusio, qualsiasi osservatore poteva vedere direttamente le forme di questo scontro: i cori sono prevalentemente contro la polizia, vengono saccheggiate solo grandi catene e in generale la sensazione è quella di trovarsi in un riot propriamente detto piuttosto che in un corteo “distruttivo”.
Le facce, spesso maldestramente coperte, sono molto giovani, e in generale non si percepisce particolare aggressività né livore; sembra più, per citare Bakunin sulle rivolte del 1848, “una festa senza inizio né fine”. Gruppi di ragazzi si scambiano la merce trafugata prima di ripartire all’arrembaggio verso piazza Cordusio, dove si concentrano gli ultimi scontri, e una fonte riferisce di aver sentito due ragazzini dirsi: “Bro, ma siamo gli unici due coglioni che non hanno preso niente?”. Questa allegria fa a pugni con le reazioni delle persone che frequentano abitualmente queste zone, fra le più ricche di Milano: un uomo urla disperatamente improperi contro i giovani, una signora seduta a fare aperitivo ringhia che “bisogna prenderli tutti, bisogna sacagnarli…bisogna ucciderli!”. Fa il giro dei social l’immagine di alcuni giovani che donano i vestiti espropriati ai senzatetto, una scena che – pur inserita in una cornice fuorilegge – pare più edificante di molte delle reazioni successive ai fatti, come quella immortalata da un altro video virale: un giovane abbiente che grida contro gli “immigrati” in mezzo a via Torino. A fine giornata risultano oltre 200 persone fermate e portate in questura in varie zone del centro, circa l’80% delle quali minorenni. Al momento, vi sono 4 maggiorenni in carcere, uno ai domiciliari e 11 minorenni in comunità o ai domiciliari.
Come detto, la fredda cronaca ci racconta molto degli eventi. Vediamo come le immagini arrivate dalle rivolte in Francia e Albania abbiano innescato la volontà di tante persone di esprimere con forza il proprio sdegno verso il “carovita”, intendendolo non solo come “l’alto prezzo dei beni”, ma anche come un più generale “quanto ci fanno pagare caro il fatto di vivere”. In questo c’è qualche similitudine con le grandi rivolte degli ultimi anni, dal Nepal al Marocco – un filo comune che si può riassumere in una scritta apparsa su un muro dopo il corteo No Expo di Milano del primo maggio 2015: “Ieri ci sfruttate, oggi la pagate”.
La differenza più grande è invece il protagonismo e l’assoluta maggioranza di Gen-Z e persino di Gen-Alpha all’interno dei cortei – un dato che possiamo tristemente trarre dal numero degli arresti, in Italia come in Francia – e che contrasta con la maggior parte delle cosiddette rivolte della Gen-Z, dove la composizione generazionale è molto più variegata di quanto sembri. Da questo punto di vista, un caso più comparabile è la manifestazione degli studenti del Liceo Metastasio di Scalea, in Calabria, in solidarietà con la protesta dei Tir in corso nel Sud Italia – la stessa dinamica già vista in Perù. Oltre a questo, è inutile nascondersi dietro una foglia di fico: la Francia e l’Italia settentrionale non possono essere considerate alla pari di Madagascar e Bangladesh – piaccia o meno, siamo ancora al centro di un sistema imperialistico mondiale e sarebbe assurdo mettere sullo stesso piano il senso di assenza di un futuro che provano i nostri giovani e quello che provano i giovani che vivono in nazioni sfruttate, derubate e spesso anche bombardate ogni giorno proprio dai proprietari di quelle vetrine che qui qualcuno ha sfondato. È comunque estremamente interessante il ruolo giocato da quelle individualità a metà tra la metropoli e la periferia, come i ragazzi con background migratorio nel caso italiano o i giovani delle colonie francesi in mobilitazione ormai da vari anni – a Mayotte, una regione d’oltremare nell’Oceano Indiano, i liceali hanno iniziato a bloccare le scuole già a fine agosto.
In tutto questo, il nostro amico di sinistra non ha ancora chiuso la bocca e si è subito messo a cercare di costruire un soggetto che, nei fatti, agisse da riflesso della propria identità spettacolare. Dopotutto, quello a cui stiamo assistendo potrebbe non essere che un grande show per chi guarda le strade senza volervi prendere parte, per poi avere la presunzione di voler spiegare a chi protesta come debba farlo, perché vada fatto così, e sulla base di quali importanti letture abbia la forza e il diritto di dirlo. Questo modo di fare, lo avrete capito, a noi non piace e preferiamo guardare alla realtà con più leggerezza e empatia. Mark Frechette, all’inizio del film di Michelangelo Antonioni Zabriskie Point, esclama “Sono disposto a morire…ma non di noia!” e noi facciamo nostra questa frase nel leggere i muri di testo scritti da destra a sinistra. I filosofi, dicevamo, si sono finora occupati di interpretare il mondo e lanciare scomuniche per paura che il mondo stesso cambi. Noi sorridiamo ai ragazzi che vogliono imporre con forza questo cambiamento e continueremo a essere, anche fisicamente, con loro.
Guy Discord è un collettivo di autori e attivisti impegnati da un anno in una ricerca sulla rivolta globale della Gen-Z.





