Miss Cammello
Joel Golby va al festival dei cammelli in Arabia Saudita
Dune. Sul Golfo nel XXI secolo è il nuovo numero di Iconografie in uscita a maggio. Come dice il titolo, parla delle petromonarchie arabe. Questa è una versione ridotta di una delle storie che contiene: un reportage dello scrittore e giornalista inglese Joel Golby dal King Abdulaziz Camel Festival, meglio noto come “Miss Cammello”.
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Sto fissando un poster nel museo dei cammelli. Al centro del poster: una grande caricatura di un cammello. Fuori dal cammello, spuntando in piccoli rami ondulati, foto di cammelli che fanno varie facce da cammello diverse-ma-estremamente-simili. Guarda negli occhi di un cammello e non vedrai nient’altro che una serena tranquillità che ti guarda di rimando. Guarda negli occhi di un cammello e questi sbatterà calmo le palpebre e masticherà. E invece no, dice questo poster. I cammelli contengono moltitudini. “TRATTI DELLA PERSONALITÀ DEL CAMMELLO”, si legge. “Familiarità”, “Sensibilità”, “Lealtà”, Intelligenza”, “Protettività”. L’attributo successivo è un mix di due parole: “Prepotenza/Leadership”. E lì, sospesa intorno all’orecchio della caricatura del cammello, una singola parola, in nero: “Paura”. Tutto ruota intorno ai cammelli e i cammelli sono tutto qui al...King Abdulaziz Camel Festival, Arabia Saudita!
DOMANDA: Perché eri a un festival dei cammelli in Arabia Saudita?
RISPOSTA: Perché era lì, e quando c’è una cosa è nella natura umana andare a vederla.
DOMANDA: Com’è un festival dei cammelli? Cos’è un festival dei cammelli?
RISPOSTA: Non lo so esattamente perché il festival dei cammelli a cui sono andato ha iniziato a essere organizzato nel marzo 2017, cioè esattamente sei settimane prima che arrivassi in Arabia Saudita per andarlo a vedere, per cui necessariamente era del tutto incompiuto, e in realtà tutto sommato ho visto molti meno cammelli di quanto mi aspettassi, che ne vedessi visto che sono volato fino in Arabia Saudita per andare a vedere dei cammelli.
DOMANDA: “E quindi in realtà cos’era?”
RISPOSTA: Fondamentalmente era un grande parcheggio pieno di cammelli. Ho fatto sette ore di volo e due di macchina. E questo era. Era un parcheggio pieno di cammelli, in Arabia Saudita.
DOMANDA: Consiglieresti vivamente il festival dei cammelli come esperienza turistica?
RISPOSTA: No, non arriverei a dire “vivamente”, no.
Quindi sono in una tenda, più tardi, che cerco di capire il fascino dei cammelli. Ai miei piedi: un vassoio abbandonato con pollo grigliato, gamberi del Golfo, riso, frutta, om ali, un budino che è essenzialmente cornflakes imbevuti di latte e riscaldati con l’aggiunta di anacardi; alla mia destra: un piccolo piedistallo imbottito su cui sono appoggiati due (due) due bicchieri di carta usa e getta di caffè arabo e un bicchiere di plastica più grande di tè dolce. Il sole sta tramontando sfocato e il cielo passa dall’azzurro al nero. C’è un ragazzo il cui compito nella tenda sembra essere quello di portarmi tè e caffè ogni volta che alzo una mano per chiedere “tè” o “caffè”. Quando non mi porta tè e caffè, se ne sta in piedi sulle punte dei piedi, fissando di nascosto la TV. C’è qualcosa di particolarmente inusuale nel vedere un enorme televisore HD nuovo di zecca collegato alla corrente in una tenda: incastonata tra i tappeti che rivestono le pareti per deviare il calore cocente del sole, una finestra perfettamente libera, un frammento di tecnologia in mezzo alla sabbia. In televisione c’è un vecchio programma della BBC in cui delle famiglie moderne vivono per un giorno la vita degli schiavi o dei nobili in una casa in stile Downton Abbey, doppiato in arabo. Prima: un documentario naturalistico in cui per qualche ragione le scimmie erano doppiate e in qualche modo, nonostante parlassero arabo, avevano un accento britannico. Il ragazzo delle bevande mi porta altro tè. Sono rimasto al sole per dieci ore e sto delirando. Le scimmie sono inglesi e i cammelli sono bellissimi.
Ci sono due tipi di cammelli in Arabia Saudita, i cammelli neri e i cammelli bianchi. Se vai più a fondo di così le cose si fanno più complesse. (C’è un trivia spesso-ripetuto-ma-mai-factcheckato-stile-gli-eschimesi-con-la-neve riguardo ai cammelli: “In arabo,” si dice, “ci sono più di mille parole per indicare il cammello!” che no, non ci sono, ma è certamente vero che ci sono fino a 40 tipi e sottotipi di cammello, e che ci sono parole per indicarli, allo stesso modo in cui noi abbiamo parole come “carlino” e Labrador”, ma in Arabia Saudita non vanno in giro a dire che gli occidentali hanno migliaia di parole per indicare i cani). Ma per ora – in anticipazione della valanga di informazioni sui cammelli che sto per riversarvi addosso – è più facile se li dividiamo semplicemente in cammello nero del sud (majaheem) e cammello bianco del nord (maghateer). I cammelli hanno due stomaci. I cammelli camminano così: zampa anteriore destra, zampa posteriore destra, poi zampa anteriore sinistra e zampa posteriore sinistra. Adesso mettetevi a quattro zampe e provateci voi. Non potete. Nessun altro animale sulla Terra cammina come il cammello. Cammelli: i cammelli bevono 136 litri d’acqua in 13 minuti, e poi non bevono più per settimane. Quando i cammelli espirano, le loro narici catturano le goccioline di condensa del loro respiro e le rimettono in circolo nel loro corpo. Ci sono 1,7 milioni di cammelli in Arabia Saudita, 3,4 milioni di stomaci. Ci sono 7,1 milioni di cammelli in Somalia. Il pelo di cammello può essere filato per produrre un tessuto grezzo usato per fare tappeti e tende da deserto. La carne di cammello può essere consumata. Il latte di cammello appena munto è denso, schiumoso e caldo. Guarda nella bocca di un cammello se vuoi vedere un piccolo barlume dell’inferno. I piedi dei cammelli sono solo due grossi alluci con unghie dure e con sotto uno strato di pelle spesso come una scarpa. I cammelli sono progettati per subire sbalzi di temperatura estremi e non essere quasi mai sudati. Un cammello può emettere abbastanza saliva con un singolo sputo da coprire completamente la tua metà superiore, fragile umano in maglietta. Tutto questo per dire che i cammelli sono degli scherzi della natura, delle cose assolutamente anormali, e non, come pensavate prima, dei semplici cavalli goffi, ed è per questo, in un certo senso, che vengono celebrati e riveriti, ed è per questo che mi trovo in Arabia Saudita per andarli a vedere.
Il King Abdulaziz Camel Festival si svolge 130km a nordest di Riad, ed è noto informalmente come il concorso di bellezza “Miss Cammello”. Ciò non è esattamente vero: i cammelli che sfilano qui vengono giudicati in base a una grande varietà di fattori, di cui parleremo più avanti, che possono essere presi e messi insieme in una vaga approssimazione del termine “bellezza”, ma chiamarlo “Miss Cammello” fa venire in mente cammelli con il rossetto che camminano sui tacchi, ruotano sul posto alla fine della passerella e tornano indietro per sparire dietro una tenda scintillante. Invece è solo una pista da corsa nel mezzo del deserto (c’è letteralmente una tribuna e il resto della pista si apre su una distesa di nulla) con un sacco di cammelli che ci corrono sopra in gruppo, e quattro uomini con dei blocchi per gli appunti che annuiscono in segno di approvazione. Avete presente quando andate a una festa e nell’aria c’è un’atmosfera elettrizzante, un’eccitazione che non si può spiegare né ricreare artificialmente? Ora immaginate l’esatto opposto. Con i cammelli. Qui è così, con i cammelli che vanno avanti e indietro per tre ore la mattina, mentre una serie di gradinate appena erette più-o-meno-piene-ma-non-del-tutto rimbombano il calpestio di qualche centinaia di uomini in abito tradizionale. Mi viene dato il permesso di andare sulla pista per un po’, per fare delle foto – pastori di cammelli armati di bastoni di plastica al neon galoppano in testa, facendo ya-ya-ya! e fischiando mentre la mandria di cammelli si muove calma dietro di loro, sfilando di fronte a un gruppo distante di giudici, passandogli davanti una, due, tre volte forse, per poi sparire in lontananza, il tutto mentre una folla di qualche centinaia di persone si porta le mani agli occhi per guardarli in silenzio. E fine, sono le 11 di mattina ed è finito tutto. Tutti si riversano nel villaggio del festival dei cammelli per guardare foto di cammelli invece che cammelli veri. Alcuni salgono su un bus e vanno a casa. Tutto qui. Il festival dei cammelli è questo. Va avanti così per sei settimane. Che cosa ci trovano?
Quindi, la mattina presto a questo festival dei cammelli è il momento in cui si tiene l’effettivo festival dei cammelli. Prima che il sole sorga e bruci la terra sotto di sé: anche se i cammelli possono sopportare temperature e siccità estreme, gli umani no, quindi se vuoi guardare sfilare dei cammelli devi fare colazione presto e uscire tra le 9 e le 11. Sto ancora cercando di capire la logistica di tutto questo: in quanto ospite del festival dei cammelli, dormo qui in quella che chiamano la baracca, un tetro prefabbricato grigio a breve distanza dal centro visitatori. Il resto del King Abdulaziz Camel Festival si estende intorno a me: un piccolo spazio centrale asfaltato che puoi attraversare a piedi in tre minuti netti, il villaggio del festival appunto, dove c’è un affollato mercato, un museo dei cammelli, un osservatorio (???). Poi, subito dietro, lo spazio dove si svolge la parata: una struttura ad arco con una tribuna grigia e una pista che si perde nel deserto. E poi...e poi c’è un enorme, enorme parcheggio, quasi completamente vuoto. Ed è tutto. Quindi, la cosa che non capisco è questa: tutti questi uomini amanti dei cammelli, arrivati qui alle 8 di mattina, sono venuti oggi in macchina da Riad? Si sono svegliati alle 6 per salire su una jeep o un pullman e venire fin qui oggi per vedere i cammelli? Oppure hanno dormito qui, in tende e baracche che non posso vedere, e si sono svegliati presto per andare a fare il tifo per i cammelli? E dove sono andati dopo averli visti? Alcuni sono saliti su un bus – li ho visti. Alcuni hanno passeggiato per il mercato prima che il calore del sole rendesse intollerabile stare all’aperto per più di pochi minuti. Chi. È. Venuto. Qui. Per. Vedere. I. Cammelli. Oltre. A. Me. Dove. Vanno. Da. Dove. Vengono. C’è. Qualcuno. A. Cui. Piacciono. Davvero. Così. Tanto. I. Cammelli.
L’Arabia Saudita sta scommettendo sul fatto che alla gente piacciano così tanto i cammelli, sul fatto che non solo i cittadini sauditi (anche se per loro è “tradizione”, mi dice un funzionario, “non è solo per gli stranieri, è per noi. Per le generazioni più giovani. A noi non interessa questo genere di cose. Gli altri, sai, sono gente di città, non gli interessano i cammelli. Se dimentichi il tuo passato, non ne hai uno”) ma anche quelli delle nazioni amanti-dei-cammelli che circondano l’Arabia Saudita – il Sudan, lo Yemen, gli Emirati, il Bahrain, l’Iraq – vengano qui a vederli. Il King Abdulaziz Camel Festival fa parte del progetto Saudi Vision 2030, un piano di sviluppo per far partire il motore del turismo nel paese versando nel serbatoio litri e litri di benzina (soldi – in questa metafora la benzina sono i soldi) e girando e girando la chiave sperando che il motorino parta e metta in moto la macchina. Probabilmente prima però dovrebbero risolvere la questione del visto. Entrare in Arabia Saudita vuol dire salire su un aereo e schivare una serie di ostacoli: ogni visitatore ha bisogno di un visto, le visitatrici donne non saudite devono avere uno sponsor che le viene a prendere all’aeroporto, chiunque sia stato in Israele fa fatica anche solo a partire, ecc ecc ecc. In teoria queste regole così restrittive di recente sono state rilassate per riflettere il nuovo volto amichevole dell’Arabia Saudita, ma in realtà nessuno all’aeroporto sembra aver mai visto un messaggio di approvazione del visto in vita sua e tutti sembrano intenzionati a trattenermi – stanco e accartocciato dopo un volo di sette ore, col corpo che si scioglie nel modo in cui i corpi si sciolgono solo quando li togli dall’aria condizionata a palla della cabina di un aereo e li butti nel caldo secco di un paese arabo – e, per farla breve, mi fanno aspettare due ore in una sala d’attesa in stile ospedaliero mentre tre tizi in un gabbiotto trattengono il mio passaporto, scrollano WhatsApp sul mio iPhone, estraggono da una tasca un altro iPhone un po’ più vecchio e rotto e scrollano da WhatsApp anche su quello, e poi decidono finalmente che posso andarmene e timbrano le carte che me lo consentono, che per tutta la durata del procedimento sono rimaste lì sul bancone. Sono le cinque di mattina e il mio taxi scivola sull’asfalto nuovo come sul ghiaccio, l’alba è bellissima, la notte blu inchiostro cede il passo all’alone arancione del giorno, come se qualcuno avesse mischiato i due colori con il pollice, e l’aria è fresca e secca prima che il sole sia sorto abbastanza da scaldarla. È un’alba stupefacente, che ti rende pensieroso, riflessivo, triste e quieto. Ti fa venire voglia di prendere tutti gli addetti alla dogana dell’aeroporto e seppellirli dove non li troveranno mai, là fuori nel deserto.
Questo posto nel mezzo del deserto è stato scelto per la sua importanza storica: è un punto equidistante dal nord, dall’ovest, dall’est e dal sud del paese (il sud è noto con il terrificante nome di “Quadrante vuoto”, per cui sembra che lì ci siano un sacco di scheletri maledetti mezzi erosi dalla sabbia che proteggono tesori favolosi), per cui era tradizionalmente un utile snodo commerciale. Non è che questo spieghi come mai in questo posto non ci sia niente, e niente nemmeno nei dintorni, nessuna traccia di vita, solo deserto, in ogni direzione, attraversato da lingue di asfalto, e questo villaggio del festival dei cammelli. Ma lo accetto. Qui è dove la nuova tradizione si fonde con l’antica, eccetto alcuni cuccioli di cammello che sono stati portati qui sulla ribalta di un pickup Toyota, la maggior parte dei trentamila animali in esposizione è arrivata qui dopo una marcia di diverse settimane. Anni fa si temeva che i cammelli nel Golfo si sarebbero estinti, che sarebbero stati rimpiazzati dalle auto – che senza il bisogno delle Navi del Deserto sarebbero scomparsi, e con loro un aspetto irrecuperabile delle tradizioni del paese. Ma invece i cammelli sono esplosi come oggetto ricreativo in un modo che nessuno avrebbe potuto prevedere e oggi, quantomeno, il festival dimostra che animali e macchine possono ancora vivere insieme, qui fuori, tra le sabbie.
Il primo cammello che vedo è un cucciolo di tre giorni molto malato che sembra troppo – davvero troppo – stia per morire, sdraiato sotto un pezzo di cartone mentre il suo proprietario gli solleva la testa e l’accarezza, gli fa kth-kth-kth nell’orecchio, gli muove la testa avanti e indietro, con il collo che oscilla paurosamente nella calura. La giornalista che parla arabo si piega e gli parla: “Il mio amico è un veterinario”, dice, “può aiutarlo”. Grida al telefono per quella che sembra un’eternità prima che una voce dura e metallica gli risponda. “Agopuntura”, dice al proprietario del cucciolo di cammello. Tutti sembrano tranquilli di fronte al cammello morente. Il proprietario gli solleva la testa e la spinge di nuovo giù. Io ve lo dico, questo cammello è fottuto. L’agopuntura non lo salverà.
Ora siamo in una tenda che beviamo latte di cammello. Latte di cammello, recensione: è solo latte, ma è caldo perché l’hanno appena estratto da un cammello, inoltre fa un sacco di schiuma. Non è che non mi è piaciuto. Era solo latte. Pazienza. C’è qualcosa di sacro nel latte. È il liquido della vita. Un corpo in grado di produrre un pasto nutriente. Fa crescere i bambini. Il latte è magico. Più tardi, in una tenda beduina, un uomo che capisce più inglese di quanto ne sappia parlare mi chiede se ho bevuto il latte di cammello. Sì, rispondo. Buono. Scoppia a ridere, e insieme a lui tutti gli altri tizi nella tenda, seduti intorno al tappeto, la stanza che trema dalle risate. Mi sento perso in un oceano di ironia straniera. Ali, il traduttore, mi viene in soccorso: “Perché... ti fa venire una reazione”. Si indica lo stomaco. “Alcune persone”. “Ti fa cagare addosso?” “Sì”. Ma io non mi sono cagato addosso, dico loro. Indosso dei pantaloni marrone chiaro. Se avessi avuto una scarica di diarrea da cammello, ve ne sareste accorti. Non mi sono cagato addosso! Ali non traduce. “Eh, solo alcune persone”. Digli che non mi sono cagato addosso! “Tipo solo il dieci percento delle persone”. Mi giro verso gli uomini della tenda, scuoto la testa, mi indico lo stomaco, facendo segno di no. Non mi sono cagato addosso! Non mi sono cagato addosso! Ma non c’è modo di spiegarlo. Pensano tutti che mi sono cagato addosso. Peraltro non capisco perché per dare il benvenuto a qualcuno nel tuo paese dovresti dargli una bevanda che lo fa cagare addosso. Ecco. Ecco un trivia sulle sfilate di cammelli che non sono riuscito a infilare da nessun’altra parte: a volte, tra i cammelli in parata, addobbati con festosi abiti decorativi e cavalcati da un tizio con un bastone di plastica al neon che urla ya-ya-ya, c’è una Toyota con un cucciolo di cammello rannicchiato nel cassone. “Perché?” chiedo. Ed è perché la mamma del cucciolo di cammello, che sta sfilando, non può tollerare di stare a più di tot metri di distanza dal figlio, per cui devono farglielo stare vicino portandolo in macchina. Ecco il trivia sulle sfilate di cammelli.
Poniamo che abbiate un cammello e che sia davvero bellissimo – bella gobba, orecchie piccole, occhi grandi, pelliccia stupenda – ma le sue labbra fanno cagare. È il suo unico difetto. Cioè tipo questo è un cammello davvero, davvero, davvero bono. Ma ha queste labbrine piccole piccole. Lato labbra non ha proprio niente. È praticamente privo di labbra. Le labbra proprio non ci sono. E poniamo che stiate per partecipare a un contest di bellezza per cammelli in cui la dimensione delle labbra è uno dei parametri per valutare i cammelli. Ma voi avete un cammello che è praticamente senza labbra. Senza labbra non avete chance di vincere. Cosa fate. SOLUZIONE: Voi siete Kris Jenner, il cammello è la vostra bellissima figlia e le iniettate le labbra di silicone. Sono serio: il King Abdulaziz Camel Festival è costretto a usare il pugno duro in fatto di doping, il che include fare il filler alle labbra ai cammelli. Per le prossime edizioni hanno in programma di avere un comitato dedicato a giudicare i casi di doping. Come mi ha spiegato Fahd Abdulla al-Semari, organizzatore del festival e guru dei cammelli: “Il punto è questo, come nello sport, ci sono persone che rovinano i cammelli. Usano il silicone, barano. Abbiamo identificato tre casi, e li abbiamo squalificati. È una questione molto delicata: ora abbiamo creato un comitato speciale per ideare un sistema per prevenire questo genere di cose. Come succede negli sport in cui gli uomini usano sostanze, come il Tour de France, o il nuoto. Siamo molto seri su questa cosa adesso, ci preoccupa molto. Quindi abbiamo creato un comitato ad hoc”. Il vostro cammello senza labbra è Lance Armstrong. Il vostro cammello senza labbra è Yulia Efimova. Non c’è niente di puro a questo mondo, nemmeno i cammelli.
La cultura beduina è una cultura che posso approvare. In sostanza alla fine di ogni giornata – o, in realtà, spesso anche durante il giorno quando fa troppo caldo o semplicemente non c’hai voglia – ti siedi con un thermos di tè dolce e vassoio dorato di datteri e consumi metodicamente entrambi; tutti si riuniscono in queste tende, sistemazioni stravaganti e rustiche dalla forma semplice e squadrata, con piccoli cuscini bassi lungo le pareti e uno spazio aperto al centro, i cuscini bassi intervallati da cuscini più grandi, squadrati, che fungono da tavoli, e stanno lì e mangiano e c’è la televisione accesa e si dicono cazzate. Io non dico cazzate, ovviamente; ogni volta che qualcuno entra nella tenda, calciando le scarpe fuori dalla porta, alza le mani in modo solenne e dice “Salaam alaikum” – che essenzialmente vuol dire “bella raga” – e tutti gli rispondono tranne me perché non importa quante volte e quanto lentamente mi è stato insegnato a dirlo, sembro non essere in grado di contorcere la mia bocca e applicare il mio cervello a dire “sa-laam a-lai-koom”. Ma tutti gli altri sembrano divertirsi un sacco, dicendo stronzate, raccontando barzellette lunghissime e terribili, mentre tutti ridono. Qualcuno fa l’imitazione di un motore che secondo me va avanti troppo a lungo ma che tutti sembrano adorare. Beduini. Il tizio mezzo sdraiato accanto a me si sporge e mi spiega che gli dispiace, che non parla inglese, che vorrebbe parlarlo. Tutto ok, gli dico, per favore non scusarti, dai, non è che io invece parlo arabo. Ma poi tira fuori il telefono e mi mostra un’app: se tutti e due parliamo lentamente nel microfono, l’app prende le nostre parole e le traduce e possiamo avere un abbozzo di conversazione. Viva il futuro.
E poi lui mi chiede se finora mi è piaciuta l’Arabia Saudita, e sì, è bella, anche se sono ancora un po’ infastidito per il fatto di essere stato trattenuto all’aeroporto all’arrivo, per cui gli spiego tramite l’app di traduzione la questione del visto, delle due ore di attesa, del fatto che lo stesso tizio che aveva appena timbrato il visto è andato tipo a dieci metri di distanza a controllare molto lentamente il mio passaporto, nel senso bro non l’hai già visto abbastanza il mio passaporto e loro annuiscono e alzano gli occhi e grugniscono ematici come per dire, “già”, come per dire “eh, i visti”. Mi viene spiegato, però, che sono stato relativamente fortunato, che sono tra coloro che hanno potuto vedere il nuovo volto simpatico della frontiera saudita – che fino ad appena un anno fa le cose erano molto più rigide, con la polizia religiosa, la Hayaa, e tutto: erano autorizzati a separare le coppie di maschi se non gli piaceva l’impressione che davano, a rasare pubblicamente la testa degli uomini se ritenevano che avessero un taglio di capelli inappropriato. Nel 2012, i membri della Hayaa sono stati accusati di aver provocato un incidente mortale inseguendo una macchina dalla cui autoradio si sentiva della musica; di recente, dopo un incidente in cui hanno aggredito una donna fuori da un centro commerciale di Riad, i loro poteri sono stati finalmente limitati. Ma persino qui al festival dei cammelli sei consapevole della quieta e attenta presenza della polizia: per entrare nell’area effettiva in cui si svolge il festival devi guidare attraverso diversi posti di blocco; più tardi siamo passati di fianco a una distesa sconfinata di caserme che, mi viene detto, alloggiano gli oltre 1000 poliziotti e pompieri che sono qui a tutelare l’ordine durante il festival. Ci sono 30.000 cammelli qui, 1.300 proprietari di cammelli. Un pubblico di 400.000 visitatori in 44 giorni di festival. Circa una guardia armata ogni 9,5 visitatori giornalieri. Sembra un po’ tanto. “Ah, è per il re”, mi dicono con un gesto della mano. Re Salman bin Abdulaziz dovrebbe arrivare a chiudere la cerimonia, salutando una moltitudine di dignitari qui riuniti: dietro di me, mentre stamattina sfilavano i cammelli, una squadra di operai segava e perforava selvaggiamente per erigere il suo palco d’onore, plasmando un festival dei cammelli dalla sabbia con la pura forza di volontà. Quando i 30 milioni di dollari totali di premi verranno assegnati alla fine della cerimonia, i più grossi andranno al principe Sultan bin Saud bin Mohammed al-Saud e a sua altezza reale il prince Abdul al-Rahman bin Abdulaziz al-Saud. Sono di nuovo nella tenda insieme al tizio con l’app di traduzione: “Adoriamo il sistema”, mi dice. Pausa. “A volte”, aggiunge. E tutta la tenda ride.
Prima di andarmene da qui, è destino che io salga su un cammello. I cammelli, mi avvertono, si alzano in piedi nel modo più folle possibile e immaginabile: prima alzano le zampe posteriori, sbilanciandoti in avanti, e poi alzano le zampe posteriori, facendoti oscillare all’indietro verso una qualche forma di equilibrio. Mi aspetto un’esperienza da montagne rosse, ma invece è molto più morbida: il cammello sotto di me è placido, calmo nonostante il grande peso che sta portando, e trotta tranquillamente, una specie di galoppo svogliato, nell’area designata per le passeggiate. C’è un che di onniscienza nello stare in groppa a un cammello, allo stesso modo di quando stai sollevato su una bici e sei un po’ più alto e ti senti un po’ più saggio di quanto non dovrebbero essere normalmente gli esseri umani: guardi in basso e osservi il paesaggio che ti circonda, ne registri i dettagli, osservi l’orizzonte. Ho bevuto il latte e visto la sfilata e non ho ancora capito i cammelli. Li ho visti alzarsi e li ho visti sdraiarsi, li ho visti sputare e li ho visti morire. Ho visto cammelli neri e ho visto cammelli bianchi. Ho avuto un migliaio di conversazioni tutte uguali sui cammelli, su cosa li rende belli, sul perché tutti sono così appassionati di cammelli. So tutto delle orecchie e degli occhi e delle labbra e delle gobbe. Ho visitato il museo dei cammelli. Ho guardato le stelle dall’osservatorio dei cammelli. Ho fatto sette ore di volo e due ore di macchina nel caldo secco del deserto per vedere quanti più cammelli possibile. Non ho capito i cammelli. E ora quassù, librandomi in alto, ci arrivo: i cammelli sono semplicemente dei piccoli, strani, placidi, utili mostriciattoli, navi statuarie che passano nella notte del deserto, pazzi totali scatenati che amano donare latte e carne e vita e una forma di trasporto; amano dondolarsi dolcemente su e giù, sbattere le labbra, ondeggiare all’indietro la gobba. I cammelli sono dei grandi. Cioè, certo, non sono come i cani. Ma sono comunque ok dai.
Joel Golby è uno scrittore inglese, ex Staff writer di VICE UK. Il suo ultimo libro è Four Stars. A Life. Reviewed (Mudlark, 2024). Questo articolo è apparso per la prima volta nella raccolta Brilliant, Brilliant, Brilliant Brilliant Brilliant (Mudlark, 2019).






