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Nello stadio primario

Nathan Sperber sull'economia politica della Cina

mar 13, 2026
∙ A pagamento

Ogni discorso sull’economia globale, come quelli che facciamo sempre più spesso nelle ultime settimane, ha inevitabilmente al proprio centro il ruolo della Cina. Il paese, dopotutto, è ormai una delle principali economie al mondo ed è diventato leader globale in svariati settori – attirandosi così la sempre più forte ostilità degli Stati Uniti. Ma come funziona davvero l’economia cinese e quali sono le ambizioni del paese nel lungo termine? Ne abbiamo parlato con Nathan Sperber, sociologo ed economista francese, ricercatore di economia politica ed esperto di Cina.


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La Cina è la seconda più grande economia del mondo e un attore geopolitico di primo piano. Eppure, quando se ne parla, si continua ad avere difficoltà a identificare quale sia il suo modello economico: è socialista? È capitalista? Come definiresti il sistema cinese?

La Cina stessa si definisce come una società nello “stadio primario del socialismo” (社会主义初级阶段). Questa qualifica è stata adottata dal XIII Congresso del Partito comunista cinese nel 1987, e ancora oggi Xi Jinping ricorda regolarmente che questa resta la “condizione nazionale fondamentale” (基本国情). In breve, nello schema teorico del partito, allo stadio storico attuale lo sviluppo delle forze produttive è prioritario rispetto alla trasformazione dei rapporti di produzione. Ufficialmente questa situazione è destinata a durare fino al centesimo anniversario della fondazione della repubblica popolare, cosicché sarà solo nel 2049 che la Cina potrà uscirne per poter finalmente diventare un “paese socialista moderno” (社会主义现代化国家). Occorre ricordare che, nella definizione cronologica stadiale marxista-leninista che tutti i regimi socialisti hanno adottato a partire dal XX secolo, anche la fase del “socialismo” (社会主义) – che l’URSS dichiarò di aver raggiunto negli anni ‘30 – è a sua volta precedente alla realizzazione del vero e proprio “comunismo” (共产主义).

Questo è il lato teorico. Per quanto riguarda la pratica si può dire che le strutture fondamentali dell’economia cinese attuale per certi aspetti si avvicinano a quelle dell’Occidente, mentre per altri se ne distinguono marcatamente. Il rapporto tra capitale e lavoro, per esempio, è simile a quello esistente nella maggior parte dei paesi del mondo: solo una piccola minoranza di posizioni nel settore pubblico è permanente e la maggior parte della popolazione deve confrontarsi con un mercato del lavoro relativamente flessibile e persino meno protettivo di quello dell’Europa occidentale. Una differenza invece è che, per quanto riguarda la gerarchia del potere economico, in Cina le grandi concentrazioni di capitale sono nelle mani del potere pubblico: le principali banche, compagnie assicurative, fondi di investimento, imprese energetiche, delle telecomunicazioni e dei trasporti, così come i principali attori dell’industria pesante e gran parte delle imprese delle costruzioni e del settore immobiliare, sono tutte aziende pubbliche. Riprendendo un’espressione di Lenin, si può dire che il Partito-Stato controlla direttamente le commanding heights dell’economia reale e della finanza, settori cruciali da cui dipende l’intero andamento economico del paese. Ciò non significa che non esistano grandi imprese private, come le piattaforme internet, ma che la scala dei loro asset rimane nettamente inferiore a quella dei grandi gruppi pubblici. Questo costituisce un contrasto fondamentale con l’attuale configurazione del potere economico in Occidente.

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