Ni hao bro
Mattia Salvia sugli zoomer occidentali che diventano cinesi
Come mai i giovani occidentali sono in fissa per la Cina? Certo, è un meme, ma ogni trend memetico che diventa virale racconta sempre qualcosa della società che lo crea e delle emotività contrastanti che lo attraversano. Mattia Salvia – managing editor di Iconografie – analizza il meme “becoming chinese”, a metà tra la fine della Storia e il tramonto dell’Occidente.
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Da qualche mese a questa parte, i feed algoritmici di TikTok e Instagram si sono riempiti di giovani occidentali che squattano con in mano delle bottiglie di birra Tsingtao, mangiano noodles, bevono acqua calda e, più in generale, adottano questa o quella caratteristica un po’ random della cultura cinese. “You met me at a very Chinese time of my life” è la frase che, facendo il verso al finale di Fight Club, accompagna tutti questi contenuti. “Se non ve ne siete accorti, tutti stanno diventando cinesi”, ha scritto la rivista Vogue (!) commentando il trend. Che è nato, ovviamente, negli Stati Uniti, ma che esprime un sentimento ormai diffuso, per quanto in forma minore, un po’ in tutto l’Occidente: un sondaggio internazionale del Pew Research Center ha scoperto che in quasi tutti i paesi censiti (16 su 17) gli under-34 hanno una percezione molto più positiva della Cina rispetto a quella degli over-50. Una spaccatura generazionale che è già stata interpretata da alcuni commentatori come una forma di ribellione alla narrazione mediatica generalmente negativa della Cina – più i grandi ti dicono di odiare la Cina, insomma, più tu per ripicca diventi cinese.
Era già da qualche anno che in Occidente covava una fascinazione sotterranea per la Cina. Come punto di inizio – o quantomeno come punto in cui abbiamo cominciato ad accorgercene – possiamo prendere la grande offensiva di soft power cinese messa in atto durante la prima fase della pandemia di Covid: mentre qui da noi mancavano le mascherine chirurgiche, da Pechino arrivavano aerei carichi di dispositivi di protezione individuale; mentre qui il virus era fuori controllo e la gente era lasciata a se stessa e in preda a continui cambi di regolamenti, in Cina il governo costruiva ospedali in tempo record e adottava misure di contenimento efficaci. Mentre in passato la diversità del modello sociopolitico cinese era vista solo come qualcosa di negativo, il 2020 è stato insomma il primo momento in cui collettivamente l’abbiamo percepita in positivo.
È stato solo un momento: ben presto è stata messa in moto una grande campagna di propaganda su come la Cina avesse tenuto nascosto il Covid, su come mentisse sul numero reale dei suoi morti, su come avesse deliberatamente creato il virus in laboratorio per diffonderlo come arma biologica allo scopo di indebolire l’Occidente. Ma anche se è vero che quella campagna ha funzionato – almeno in parte – il dato più importante è che in quel momento sia stata necessaria: le classiche argomentazioni sulla naturale superiorità del liberalismo occidentale rispetto a qualunque altro modello di governance non bastavano più nel momento in cui si scontravano con il fatto oggettivo e immediatamente visibile che mentre a Bergamo morivi di Covid a Wuhan andavi a una festa in piscina per festeggiare la fine dell’epidemia e il ritorno alla normalità.
Le conseguenze di questo shock sono state sotterranee, se vogliamo, ma di lunga durata: se prima del 2020 chi in Occidente pensava alla Cina pensava a un posto inquinato, illiberale e non democratico – un paese in cui nessuno sano di mente avrebbe mai voluto vivere, insomma – da quel momento in avanti nella percezione comune la Cina aveva cominciato a diventare un posto che sì, avrà tutte quelle caratteristiche negative e chissà quante altre ancora peggiori, ma che ha anche tantissimi lati positivi e, sotto certi aspetti, può serenamente misurarsi con noi e fare anche bella figura.
Nel mezzo decennio trascorso dallo scoppio della pandemia, la fascinazione per la Cina non ha fatto che aumentare, attraversando diverse fasi. Una prima fase è quella che, come recita un altro meme a tema, potremmo definire la fase delle “cose incredibili accadono in Cina”: è quella dei reel sui grattacieli illuminati, gli show di droni e i treni veloci che invadono i feed di tutti i social. È una fase che ci ha fatto dire wow, che ha posto le basi perché diventassimo tutti cinesi, ma che oggi sembra essersi un po’ esaurita – e infatti quei contenuti cominciano piano piano a essere sostituiti da quelli che mostrano invece la vera Cina oltre i grattacieli illuminati, gli show di droni e i treni veloci. In questo passaggio di fase, quel fascino iniziale non è andato perso ma sta maturando e radicandosi più in profondità.
Fatto ancora più importante, che rende possibile questa trasformazione, è che la gente in Cina sta finalmente cominciando ad andarci: sempre più youtuber di viaggi le dedicano i loro video e, almeno nella mia bolla di conoscenze, sono sempre di più le persone – anche insospettabili – che decidono di andare in vacanza a Pechino o Shanghai, un po’ come un decennio fa tutti andavano in pellegrinaggio a New York. E andandoci tutta questa gente scopre due cose: che l’immagine mentale che ha della Cina è nella maggior parte dei casi completamente diversa dalla realtà, e che questa diversità è dovuta al modo in cui la Cina viene raccontata in Occidente. A dissolversi, insomma, non è solo il mito delle città cyberpunk a metà tra Futurama e Blade Runner, ma anche la propaganda con cui il liberalismo occidentale dipinge la Cina come un incubo totalitario; al posto di tutto questo, appare un paese tutto sommato normale, al centro di una fase di ascesa economica con pochi o nessun precedente nella storia.
Tutto ciò sarebbe già di per sé rilevante se avvenisse in un contesto globale tutto sommato tranquillo e ordinato, così come era accaduto tra gli anni Ottanta e Novanta, quando l’ascesa economica giapponese aveva portato all’affermarsi di una giappomania che però non rimetteva in alcun modo in discussione la superiorità morale e aspirazionale dell’Occidente, in cui dopotutto il Giappone e le altre economie asiatiche in ascesa erano state pienamente cooptate. In modo totalmente diverso, questa “scoperta” occidentale della Cina sta avvenendo in un momento in cui l’Occidente stesso attraversa una mutazione profonda e sempre più pericolosa, proprio perché l’ascesa cinese va di pari passo con la nostra crisi, rendendo stavolta impossibile la cooptazione nel nostro campo valoriale. Il risultato è che, fatta eccezione per una frangia ristretta di fanatici suprematisti con le bretelle, il nostro sistema non è più la misura di tutte le cose.
È interessante notare le differenze nel modo in cui il trend del “diventare cinesi” è stato commentato in Cina e negli Stati Uniti. Mentre il quotidiano China Daily ne ha attribuito il successo agli “scambi da-popolo-a-popolo” e all’estensione della politica di esenzione dai visti per i turisti, il tabloid conservatore New York Post ha scritto che “i giovani stanno disperatamente cercando di disfarsi della loro identità americana” e che cercano “un modo trasgressivo di provare il senso di appartenenza dato dal patriottismo mentre insultano la loro patria”. Da una parte sicurezza e apertura, dall’altro paura e chiusura: i due stati d’animo fondamentali che caratterizzano quest’epoca di transizione egemonica – gli stessi che, dopotutto, sono individuabili anche nella differenza tra una politica economica basata sull’imposizione di dazi e la difesa delle regole della globalizzazione. Il punto di fondo a cui l’analisi americana non presta abbastanza attenzione, però, è il motivo vero e proprio per cui i giovani americani vogliono disfarsi della loro identità – e cioè che, banalmente, non vogliono più essere associati al cavallo perdente.
Negli ultimi tre anni, infatti, la tanto invocata superiorità morale dell’ordine globale liberale “fondato sulle regole” è stata completamente infranta dalle ipocrisie e dai doppi standard mostrati dai governi occidentali nei confronti dell’invasione russa dell’Ucraina, da un lato, e del genocidio a Gaza, dall’altro. All’inizio del 2026, anche l’argomento standard usato per difendere la legittimità del sistema – la famosa formuletta sullo scontro tra democrazie e autoritarismi – ha perso ogni legittimità, ora che la democrazia in questione sembra essere più un luogo dell’anima che qualcosa di realtà. Nel paese che parla di democrazia il presidente ha una milizia privata che ammazza la gente per strada e può decidere da un giorno all’altro di rapire presidenti stranieri, causare crisi umanitarie in paesi nemici e minacciare di annettere parti di quelli alleati. Il paese autoritario da cui dovremmo guardarci bene giorno e notte, invece, fa gli spettacoli coi droni illuminati. E poco importa se, a conti fatti, i cinesi non hanno fatto nulla per aiutare Gaza: quello che conta è che non hanno nemmeno dovuto difendere la propria posizione con avventurose e acrobatiche giustificazioni.
La Cina diventa allora un modello positivo per pura reazione. È una dinamica che abbiamo già visto l’anno scorso, quando l’annuncio della messa al bando di TikTok negli Stati Uniti ha provocato un esodo di utenti (che, significativamente, si autodefinivano “profughi”) verso il social network cinese Xiaohongshu – e tutto ciò con buona pace dei bellissimi discorsi sulla censura cinese e la libertà di espressione occidentale. Nel momento in cui si dissolvono tutte le nostre illusioni sugli orpelli che abbelliscono la natura cruda e brutale dell’ordine liberale, la visione di quella natura così com’è in realtà è uno shock. L’Occidente si ritrova quindi ad aver tradito la sua promessa più grande, ovvero quella di tenere tale realtà lontana dai nostri occhi; la Cina invece risalta perché di promesse non ne ha fatte e quindi non ci può davvero deludere. È per questo che ogni volta che emergono le tutt’altro che poche criticità del sistema cinese non ci sono “manifestazioni di protesta, indignazioni dei governi, severi commenti quotidiani sui giornali”, come ha lamentato di recente il direttore del Post Luca Sofri. Sono tutte cose messe in conto, fanno parte del gioco e va bene così.
In più, in un momento di profonda crisi della modernità in cui tutto sembra grottesco e fuori controllo, in Cina ne ritroviamo una versione ancora viva e in salute – uno stato interventista invece che guardiano notturno, un’economia reale invece che basata sull’arbitraggio di Polymarket. È questa, in realtà, la cosa che ci piace dei video di infrastrutture e grattacieli, ed è sempre per questo che possono esistere i meme sul “secolo dell’umiliazione americano” – un riferimento al “secolo dell’umiliazione” cinese, il periodo a cavallo tra XIX e XX secolo che va dalle guerre dell’oppio alla rivoluzione comunista, in cui la Cina è stata debole e povera. Gli zoomer occidentali, che non hanno mai vissuto in casa propria l’età dell’oro della modernità pienamente dispiegata, di fronte a tutto ciò rimangono sconvolti: sono come lo youtuber americano iShowSpeed che arriva sul Bund di Shanghai e impazzisce. Ma lo stesso vale anche per i figli della “fine della Storia” che hanno visto la coda di quell’epoca e finiscono per essere catturati dalla Cina proprio perché ci ritrovano qualcosa dei bei tempi andati a cui vorrebbero ritornare e che ora gli sembrano non più distanti nel tempo ma solo nello spazio.
Fa quasi impressione constatare quanto poco del proprio capitale umano e politico la Cina ha dovuto investire per arrivare a questo punto. Il soft power cinese è ancora praticamente inesistente: la quasi totalità dei film, della musica, dei videogiochi e delle serie televisive di maggior successo sono ancora prodotti statunitensi. Eppure stiamo diventando cinesi. Probabilmente perché, ancora nostalgici per l’epoca della “fine della Storia”, vediamo nella Cina moderna, nella sua stabilità e nel suo orizzonte di progresso, l’ultimo luogo in cui la storia è ancora finita. “Mi hai incontrato in un momento molto cinese della mia vita” allora vuol dire proprio questo: mi hai incontrato in un momento in cui, pur avendo perso ogni illusione sul sistema in cui vivo, non ho perso l’illusione che quell’illusione possa esistere, e ho creduto di trovarla in Cina.
Mattia Salvia è managing editor di Iconografie.




