Niente è politico
Piervittorio Milizia sulle polemiche "politiche" di oggi
L’attivismo online ha trasformato tutto il dibattito in una serie interminabile di polemiche: “tutto è politico” e quindi tutto merita la nostra attenzione e il nostro posizionamento – si tratti dell’Eurovision da boicottare o di una pubblicità del parmigiano “problematica”. Piervittorio Milizia, editor di Iconografie, sul perché questo approccio ci fa perdere di vista il punto centrale – quello veramente politico – delle questioni all’ordine del giorno.
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Ho definitivamente capito la futilità di certa informazione politica online quando tutta una serie di micro-testate si è impegnata a spiegarmi che una pubblicità del parmigiano era problematica e classista. Loro, dopotutto, si legittimavano con un argomento apparentemente forte: tutto è politico, e allora perché fare finta che non sia così? Negli anni successivi, naturalmente, i dibattiti imbecilli di questo tipo non sono mancati. Ogni piccola, maldestra stortura della realtà in effetti assume enorme importanza se accettiamo collettivamente che si tratta di un fatto intrinsecamente “politico” e rispetto al quale è necessario avere una posizione chiara e forte. Poco importa se si tratta di questioni che interessano una parte irrisoria della società, o per quali ragioni diamo loro tanta importanza; se un fatto è definito “politico”, questo basta perché sia estremamente importante e negarlo implica automaticamente una mentalità reazionaria e borghese. Arrivati a questo punto, sarebbe abbastanza comodo chiudere la discussione con una qualche banalità tipo “il problema è il politicamente corretto” o, peggio ancora, “se tutto è politico, allora niente è politico”, ma in entrambi i casi saremmo davanti a risposte sbagliate o perlomeno parziali – le banalità, dopotutto, hanno sempre un fondo di verità. La questione ad ogni modo è decisamente più intricata di così.
Per arrivare al cuore del problema occorre però mettere in chiaro alcuni punti fondamentali – e il modo migliore per farlo è mettersi d’accordo sul significato delle parole che utilizziamo. A questo scopo, diamo uno sguardo a due dei temi di dibattito più recenti e intensi delle ultime settimane: l’Eurovision e la Biennale di Venezia. O meglio, quello di cui si è discusso è stato piuttosto la partecipazione alle manifestazioni di Stati colpevoli di gravissimi crimini di guerra e contro l’umanità (Israele e la Russia), fatto che nel contesto del concorso musicale più noioso del mondo ha anche spinto ad una serie di boicottaggi dell’evento. Due grandi eventi culturali, insomma, sono stati travolti dalle crisi politiche internazionali attualmente in corso, e questo li ha portati al centro delle attenzioni del grande pubblico – dove normalmente, tutto sommato, non sono. Questo basta per dire, come si è più volte ripetuto, che sono state le edizioni più politiche dei rispettivi eventi? Tutto sommato no. I boicottaggi e le richieste di esclusione di determinate nazionalità, dopotutto, non sono niente di nuovo – si pensi a quanto ne è costellata la storia dei grandi eventi sportivi fin dagli anni Trenta del secolo scorso. Quello che è interessante constatare, in contrasto con il passato, è che le prese di posizione attuali non dicano, tutto sommato, un granché sulla linea politica di chi le promuove. Per capire di cosa stiamo parlando basta guardare alle azioni del governo socialdemocratico spagnolo: da un lato, il primo ministro Pedro Sánchez sta portando avanti una (condivisibilissima) linea dura contro l’operato genocida israeliano, dall’altro, però, non si è fatto scrupoli ad avvicinarsi sempre di più alle posizioni marocchine rispetto al Sahara Occidentale – territorio sotto occupazione militare da parte del regno nordafricano e sottoposto a un regime coloniale non dissimile da quello vigente in Cisgiordania. Questo, naturalmente, non toglie valore alle iniziative spagnole contro Israele, ma senz’altro le relativizza svelandone il contenuto come morale piuttosto che politico o, usando un termine più appropriato, “ideologico”.





