Parlarne fra ricchi
Davide Piacenza sulla bolla culturale italiana
L’ambiente culturale italiano è sempre più povero, limitato e autoriferito e, di conseguenza, anche il dibattito appare sempre più stanco e ripetitivo. Su Tempolinea avevamo già parlato della crisi dell’intellettuale progressista, ma le polemiche degli ultimi giorni hanno reso evidente un problema ancora più vasto: la natura intrinsecamente classista di tutta la micro-galassia culturale che si vuole al centro di ogni discussione. Commenta questo fenomeno Davide Piacenza, giornalista, scrittore e autore di La cultura che non posso permettermi (Einaudi, 2025).
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Qualche giorno fa, la rivista culturale diretta da Nicola Lagioia Lucy ha pubblicato un articolo sulla crisi abitativa milanese, scritto da un’autrice che, fino ad allora, conoscevo soltanto di nome come una persona pienamente parte “del giro”. Questi due input – il tema da una parte e la prossimità percepita dall’altra – mi hanno condotto all’atto sempre incauto di palesarmi con un emoji cuoricino sulla fiducia, certo che sarei stato d’accordo col contenuto del pezzo – ed ecco il primo dei problemi che affronteremo oggi: i giornalisti che likano articoli senza leggerli. D’altronde, proprio al tema del permettersi o non permettersi cose nel perimetro del lavoro culturale ho dedicato il mio ultimo libro, La cultura che non posso permettermi (Einaudi), che partendo dalla mia biografia si impegnava a identificare quantomeno alcuni dei cortocircuiti di classe che mi paiono prevalenti nel settore. Non potevo d’altra parte sapere – anzi, avrei potuto benissimo saperlo, ma mi sono fermato al titolo – che l’articolo in questione, lungi da sposare questa linea, replicava invece le storture che ho provato a portare in superficie.
Quando finalmente ho potuto mettermi a leggerlo, a valle di tre o quattro segnalazioni di amici e conoscenti, il mio primo pensiero è immediatamente stato: ecco la prossima vittima di shitstorm corale – e qui sta il secondo problema di oggi, ovvero che le discussioni politico-sociali collettive si fanno soltanto a colpi di shitstorm con toni da Inquisizione. All’inizio il colpo di scena mi ha un po’ mortificato; nel suo intervento, che dapprima credevo fosse una critica della comoda e spesso colpevolmente inconsapevole agiatezza dei figli dei borghesi, l’autrice assumeva un punto di vista assolutamente opposto a quello che avevo immaginato, lamentandosi di come nemmeno la sua condizione economica risulti abbastanza agiata da permetterle di comprare una bella casa in un bel quartiere di Milano. Snocciolando la sua genealogia di provenienza, rivelava di essere figlia, nipote e addirittura pronipote di alto-borghesi facoltosi, un milieu sociale che – dichiarava con grande onestà – le ha permesso di studiare e accedere a una carriera nell’ambito accademico. Ebbene, anche quel tanto a Milano non è abbastanza, si diceva: il padre dell’autrice, medico primario colpevole di una gestione incauta del ricco patrimonio familiare, ora si “spacca la schiena” (terzo problema di oggi: un uso troppo libertino dei modi di dire) operando il sabato per lasciare qualcosa in più alle sue figlie, le quali oggi possono permettersi solo “bilocali in zone semi-periferiche” della città della Design Week.
La genesi della polemica è nondimeno interessante. Dal suo punto di vista, l’autrice – che deve aver vissuto giornate di puro terrore algoritmico, e a cui va dunque la nostra incondizionata solidarietà – ha cercato di imbastire un discorso che in effetti è assolutamente sensato: oggi, nella città che si arroga il ruolo di locomotiva d’Italia, nemmeno i figli dei medici riescono a comprare casa senza patemi, pensate gli altri. Il punto problematico, però, è che questa seconda parte del ragionamento, il “pensate gli altri”, è rimasta largamente implicita, con il risultato che è stato ben altro a catturare l’occhio e l’attenzione del pubblico – gli zii che si sono giocati gli hotel di lusso a carte, il grado di professoressa associata raggiunto “a quasi trentaquattro anni”, il già citato padre con la schiena rotta. Si è persa l’occasione di ragionare non solo verso l’alto – invidiando e odiando a buona ragione i rampolli dell’aristocrazia che comprano quadrilocali in via Vincenzo Monti a 26 anni per diritto divino – ma anche verso il basso, ovvero in direzione della schiacciante maggioranza di cui fanno parte tutti gli altri, coloro che non possono ambire neanche a quei sofferti bilocali gravati da abusi edilizi in zone non abbastanza centrali.
Certo, qui il problema – il quarto di oggi, se ho tenuto bene il conto – è anzitutto redazionale: come fa una rivista che si fa vanto di organizzare corsi di scrittura e di pubblicare alcune delle penne più felici del nostro paese, da Francesco Pecoraro a Telmo Pievani, a proporre un articolo così approssimativo nella forma e così ambiguo nei contenuti? Anche non volendo andare per forza a giudicare in casa d’altri – tanto gli errori, prima o dopo, capitano a tutti – rimane però che l’articolo della discordia ha quantomeno il merito di aver messo in atto, seppur involontariamente, un disvelamento: per una parte consistente degli addetti ai lavori dell’industria del sapere, la condizione “naturale”, quella a partire dalla quale ci si può lamentare, è legata a una solida e confortevole provenienza borghese. Nel settore della cultura è normale venire da famiglie benestanti di medici, specialisti, imprenditori, dirigenti, notai, avvocati e via discorrendo. Lo è perché coi libri e i giornali non si fanno soldi, quindi a pensarli e realizzarli – a seguire i percorsi di vita che permettono di lavorarci – sono in percentuale maggiore le persone che non hanno davvero bisogno di stipendi che siano parametrati al costo della vita. Insomma, le persone che, quando si discute dei miseri compensi della scrittura e delle arti in genere, rispondono inconsapevolmente e magari con un’alzata di spalle, comunicando un sostanziale: “Beh, volete dirmi che i genitori non vi aiutano?”.
Ebbene no, certi genitori – che pure magari si sono “spaccati la schiena” nel senso proprio del termine per tanti anni – possono aiutare solo fino a un certo punto. Questo banale e comune dato di realtà tuttavia, sradicato com’è ormai dal campo visivo se non addirittura immaginativo del giornalista-e-scrittore milanese medio, risulta regolarmente impossibile da far passare in ambito creativo. La tacita intesa è che a Milano in particolare e in Italia in generale ci si può affermare sul piano simbolico (il proprio nome sulle riviste, l’intruppamento ai festival e agli eventi settoriali, la visibilità sui social, le patetiche feste del giro) mentre di quello economico non si parla proprio. Come mi disse con nonchalance un direttore di testata tempo fa: “qui conduciamo tutti vite oltre le nostre possibilità”. Le conseguenze di questa allucinazione ipocrita e parziale dovrebbero interessare non solo chi è coinvolto mani e piedi in questo gioco perverso, ma anche chi si tiene il più possibile a distanza dai tastemaker (dio mi perdoni) insicuri e complessati di Porta Venezia. Dopotutto, se le persone che detengono le leve del potere culturale hanno prospettive completamente appiattite sulla posizione sociale della borghesia benestante – l’unico ceto che, come abbiamo visto, può permettersi strutturalmente il gioco ozioso della scrittura – allora i libri, gli articoli, gli inquadramenti dei dibattiti che il settore produrrà saranno per forza di cose sempre più distanti dal suo pubblico di riferimento, con ricadute importanti sull’opinione pubblica.
D’altra parte, questo sistema finisce per inglobare anche gli elementi che, per ragioni biografiche e di reddito, dovrebbero esserne esterni: nell’ambiente culturale italiano, infatti, le dinamiche della precarietà sono così normalizzate che anche chi, come il sottoscritto, proviene da famiglie di lavoratori può serenamente entrare a farne parte, a suo rischio e pericolo. Dopotutto, come dicevamo prima, in questa bolla vige una sorta di meritocrazia distorta resa possibile proprio dal fatto che tutta la questione economica è confinata in un non-detto tale per cui non esistono veri impedimenti all’accesso di elementi socialmente “estranei”. Basta avere gli stessi riferimenti, leggere gli stessi autori, fare le stesse battute e credere nelle stesse battaglie, dopodiché la vita ti sorriderà – posto che tu abbia le risorse per starci dentro. Per cui il problema non è tanto che a fare cultura siano per la maggior parte persone la cui estrazione sociale le rende scollegate dalla realtà in cui vive la maggior parte delle persone in Italia, ma è soprattutto il fatto che lo stesso fare cultura abbia come requisito il distaccarsi da quella realtà, e costringa anche chi da quella realtà non sarebbe scollegato a distaccarsene. Non potrai permetterti una casa in centro a Milano, ma la torre d’avorio in cui chiuderti a leggere Calasso ti viene assegnata gratis come una casa popolare.
Come mostra con dovizia di dati Musa al-Gharbi, il sociologo americano autore dell’acclamato saggio We Have Never Been Woke (Princeton University Press, 2024), le élite e in particolare chi fa parte degli ambiti accademico e mediatico sfruttano l’emersione di discorsi di contestazione identitaria per consolidare o aumentare la loro posizione personale, rafforzando il proprio status all’interno del proprio gruppo senza però intaccare in nessun modo le disuguaglianze che criticano: ecco perché anche a Milano siamo pieni di facoltosi bianchi ally di ogni causa e dispositivo linguistico inclusivo, ma simmetricamente poco propensi a discutere del lavoro dei propri genitori. Non importa quale sia la battaglia che di volta in volta si intestano, per questa gente si tratterà sempre e comunque di una questione di autorappresentazione e proprio per questo alla fine non sono propensi a riflettere su se stessi con la stessa severità che pure riservano ad altri. D’altra parte, le persone che si servono del sistema per realizzare la propria vocazione, in un’epoca in cui in palio c’è solo la dimensione simbolica, sono le stesse che poi vengono chiamate a ispirare e guidare la riflessione critica sul suddetto sistema, col risultato inevitabile di messe a fuoco tardive o mancanti.
L’anno scorso, la Triennale di Milano ha presentato la grande mostra Inequalities, dove, tra le altre cose, sofisticate sinusoidi di data visualization rappresentavano le situazioni di arretratezza economica ed emarginazione sociale di favelas in paesi lontani. Triste e importante, non c’è dubbio, ma nessun pannello espositivo accennava, neppure lontanamente, a una qualche anche solo minima riflessione sulla realtà locale milanese, quella di una città in cui le richieste di aiuto da parte delle persone in difficoltà sono cresciute del 25% soltanto tra il 2022 e il 2023 mentre il costo della vita e degli affitti è a livelli mai visti prima, il tutto nell’ormai evidente collasso del sistema cittadino. È un po’ come nell’apologo dei due pesci di David Foster Wallace: oggi, per un figlio della working class che lavora nella cultura chiedere “com’è l’acqua?” porterà a sguardi stralunati e genuinamente sorpresi – di quale acqua stiamo parlando, di grazia? Con ogni probabilità il primo vero problema di oggi è tutto qui.
Davide Piacenza è scrittore e critico culturale. Il suo ultimo libro è La cultura che non posso permettermi (Einaudi, 2025). Cura la newsletter Culture Wars.




