Politicizzare il caldo
Lorenzo Tecleme sul caldo come arma politica
Nell’ultimo mese l’Europa è stata colpita da un’ondata di caldo estremo senza precedenti: talmente caldo che è diventato praticamente impossibile continuare a negare il cambiamento climatico. E se fosse proprio questo il punto di partenza per ripensare l’attivismo per il clima? Prova a fare questo esperimento Lorenzo Tecleme, giornalista esperto di tematiche politiche e ambientali.
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Questo pezzo è stato scritto quando nessuno riusciva a dormire. La notte in cui l’ondata di caldo è arrivata nel nord Italia, io ero a Milano. Ho pianificato di dormire sul divano di un’amica: il divano effettivamente c’era, ma il sonno no. Nonostante le finestre aperte e il ventilatore sparato in faccia (oltre una certa temperatura non serve più a nulla, come ho appreso il giorno dopo da un carosello su Instagram) il caldo mi impedisce il riposo. Verso l’una di notte mi scrive l’editor di Tempolinea, proponendomi un articolo sul caldo estremo – questo stesso che state leggendo. È un orario curioso per commissionare contenuti, ma io accetto e gli chiedo come stia. Mi risponde con un audio di tre minuti: si trova in Francia, è uscito di casa per trovare refrigerio – senza successo – e ha appena visto una ragazza svenire di fronte a lui, presumibilmente per il caldo. Scopriremo poi che quella è stata la notte più calda della storia francese.
Questo pezzo sarebbe stato diverso, se lo avessi pensato sotto l’aria condizionata. Ma il caso ha voluto che iniziassi a buttare giù idee sul mio taccuino in un salotto torrido, stremato e su un divano reso appiccicoso dal sudore. Dopo lo scambio di messaggi di cui vi parlavo, mi appare nel feed il video di un influencer di destra. Spiega che queste temperature non sono niente di inedito, che l’estate è sempre stata così e che, comunque, non c’è di che allarmarsi. In quel momento ho capito la tesi attorno alla quale far ruotare questo articolo. Il caldo estremo, oltre alle conseguenze sanitarie ed ambientali, sta avendo anche un effetto politico: è l’ultima cosa a far veramente paura ai negazionisti. Dopo i cortei per il clima e i blocchi stradali, il fronte dei sostenitori oltranzisti del fossile ha un nuovo nemico da sconfiggere, la realtà.
Sì, le ondate di caldo esistevano anche prima che l’uomo iniziasse a modificare l’atmosfera terrestre bruciando petrolio, gas e carbone. Ma no, le estati del passato non erano torride come quelle di oggi. La crisi climatica è un moltiplicatore: prende fenomeni che già esistono – le alte temperature estive, le grandinate, le alluvioni – e li moltiplica. A volte rendendoli più intensi, a volte più frequenti, a volte entrambe le cose assieme. Il Copernicus Climate Change Service è un po’ la bibbia del riscaldamento globale in Europa, quando vedete dati sul tema, probabilmente vengono da lì. Sono andato a controllare il loro ultimo report (mentre lavoravo in un bar climatizzato): nel 2025, il 95% del territorio continentale ha sperimentato temperature superiori alla media. La temperatura media del decennio 2015-2025 in Europa è stata di 0,87°C superiore a quella del periodo compreso tra il 1991 ed il 2020 – nessun’altra area del pianeta ha fatto peggio. I tre anni più caldi mai registrati sono tutti successivi al 2019, e, l’anno scorso, gli incendi si sono mangiati una superficie pari a quella di Cipro.
Ancora non abbiamo i dati sul 2026, ma è lecito aspettarsi qualcosa di simile. Anche prima faceva caldo, certo, ma meno e meno spesso. Per questo in Europa centrale, dove storicamente c’è stato ben poco bisogno dell’aria condizionata, si è registrato un boom delle installazioni nelle ultime settimane. Per questo in Francia decine di persone sono morte annegate nei fiumi: il gran caldo le ha spinte a cercare refrigerio in acque fino ad allora non frequentate e di cui non si conoscevano i pericoli. I dati sulla mortalità sono sempre insidiosi, perché per quelli ufficiali serve tempo, e nel mentre dobbiamo accontentarci di stime. Ma tanto per avere un’idea, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ipotizza 1300 decessi in Europa tra il 21 e il 28 giugno. Sono morti difficili da riconoscere, perché si presentano in modi diversi e colpiscono persone già fragili – l’anziano, lo sportivo in mezzo ad una performance, il cardiopatico.
Hanno una dimensione di classe: chi ha l’aria condizionata in casa ha meno da temere, chi non la ha – e magari lavora pure all’aperto – rischia di più. All’iconografia dell’ondata di calore – fatta di turisti che bevono dalle fontane, mappe colorate di rosso intenso e campi secchi – ci siamo già abituati con sorprendente e inquietante rapidità. Questo giugno però abbiamo visto un’immagine nuova: quella delle cascate lungo la parete nord del Cervino. Lo zero termico è salito oltre i 4478 metri della vetta, e il ghiaccio in cima ha iniziato a sciogliersi. Ricorderemo quelle scene anche quando il problema non sarà il caldo, ma la siccità? Riusciremo a collegare i due elementi della stessa crisi? Fa caldo, ma parlare di crisi climatica non è facile. Era più facile nel 2015, quando si firmava l’accordo di Parigi e i governi mondiali sembravano concordi nel dire che era arrivata l’ora di ridurre seriamente le emissioni. Lo era ancora nel 2019, quando le piazze di mezzo mondo si riempivano di studenti che chiedevano a gran voce di “ascoltare la scienza” e dare inizio alla transizione. Persino ancora un paio d’anni fa, quando il movimento per il clima si era radicalizzato nella forma dei blocchi stradali e della vernice sui quadri, era più facile parlare di clima.
Il riscaldamento globale non è meno vero o meno urgente di prima – la mia notte insonne su un divano di Milano me lo ha ricordato – ma abbiamo molto meno spazio mentale per occuparcene. La fisica dell’atmosfera non è cambiata, noi sì. Un amico giornalista ambientale mi ha detto, un po’ scoraggiato, che “sul clima abbiamo già detto tutto quello che c’è da dire”. Al suo pessimismo va fatta la tara – ne abbiamo parlato in un bar torrido, con temperature che avrebbero messo chiunque di cattivo umore – ma la sua considerazione ha del vero: le piazze per il clima non ci sono più, gli attivisti che bloccavano le strade sono tutti a processo. I grandi piani per la riduzione delle emissioni sono stati sostituiti da quelli per il riarmo europeo o, negli Stati Uniti, direttamente dal motto drill baby drill e il via libera alle trivellazioni in ogni dove. C’è stato un momento in cui l’ecologismo, la comunità scientifica e le comunità in lotta contro i progetti fossili facevano paura a chi vedeva nella transizione ecologica una sfida vitale ai propri interessi. Nel 2019 il portavoce dell’OPEC+, il cartello dei paesi produttori di petrolio, diceva che l’attivismo climatico era “forse la più grande minaccia” al settore degli idrocarburi. Ancora nel 2023, durante la COP28 di Dubai, l’incontro negoziale delle parti sul clima promosso dalle Nazioni Unite, la stessa OPEC+ aveva addirittura mandato una lettera ai propri membri invitandoli a boicottare qualunque accordo fosse stato messo sul tavolo.
Oggi, i petrolieri non hanno più paura di niente, ed è un bel problema. Il Covid, la guerra in Ucraina, la repressione poliziesca dei movimenti, l’ascesa delle ultradestre, i milioni spesi in lobbismo ad ogni livello hanno tutti contribuito a rendere sostanzialmente innocua quella “minaccia”. E così, a fare paura è rimasto solo il caldo. L’ultima cosa capace di riportare l’aumento delle temperature medie globali in cima all’agenda mediatica e alle priorità delle persone è, banalmente, la realtà. Milioni di persone in tutta Europa, dopo varie notti insonni davanti al ventilatore, sono più vicini di prima a credere all’esistenza della crisi climatica, a preoccuparsene e, potenzialmente, a votare in futuro qualcuno che promette di occuparsene. Si studia da tempo la correlazione tra caldo e numero dei morti, ma ancora non conosciamo quella tra caldo e crescita degli attivisti.
Il caldo ha preoccupato i negazionisti – sia quelli hardcore del tipo “la crisi climatica non esiste”, sia quelli più furbi per cui “esiste, ma non dobbiamo preoccuparcene troppo – semplicemente seguendoli. In piena emergenza estiva, il presidente del senato Ignazio La Russa ha spiegato che “se il nostro clima diventa come quello dei Caraibi, che problema c’è? Ai Caraibi vive un sacco di gente”. Non è stato l’unico: tutta la galassia politica e mediatica degli allergici alla transizione energetica – un fronte che in Italia va ben oltre la destra – ha passato le ultime settimane a ripetere concetti simili. Marco Rizzo, ex-comunista riscopertosi sovranista nella disperata ricerca di un posto in Parlamento, ha ripescato un vecchio numero di un quotidiano per dimostrare che, in fondo, le ondate di caldo ci sono sempre state. La Lega di Matteo Salvini ha mandato avanti il senatore Claudio Borghi, che dalle reti Mediaset ha fatto sapere che “il clima certo che cambia, è sempre cambiato”. Nessuna protesta, nessun trattato e nessuna autostrada bloccata potrebbero provocare questa levata di scudi. Solo i fatti, la percezione letterale del vecchio slogan “il pianeta brucia”, possono farlo. Il quotidiano francese Libération ha scritto in prima pagina, solo poche settimane fa, “dobbiamo politicizzare la canicola”. Le destre lo hanno preso sul serio, e sono corse ai ripari prima che qualcuno potesse farlo per davvero.
Qualche anno fa, lo scrittore Alessandro Baricco ha detto una cosa molto vera in risposta al luogo comune per il quale i complottisti e i bugiardi avrebbero un vantaggio intrinseco in politica, perché possono veicolare messaggi più semplici e più facili da capire. Baricco dissente: è vero, a volte le bugie sono convincenti, ma anche la verità può esserlo, proprio perché ha la caratteristica di aderire alla realtà fattuale delle cose. La verità, nelle sue parole, è aerodinamica – può volare molto lontano. Per questo le dichiarazioni di La Russa o le clip di Cruciani sembrano così goffe. Questo tentativo di lavaggio del cervello collettivo, di convincerci che non fa così caldo, che non c’è niente di nuovo, che occuparsene è roba-da-comunisti, cozza con le nostre percezioni, prima ancora che con le nostre opinioni.
In questi giorni, l’aerodinamicità della crisi climatica sta facendo volare le ragioni della transizione e della decarbonizzazione più lontano di quanto i rapporti di forza nella società le permetterebbero. Il dramma dell’ondata di caldo di oggi è anche una finestra di possibilità per chi vuole iniziare a prevenire quelle che potrebbero arrivare tra dieci, venti o trent’anni – e l’offensiva mediatica dei negazionisti sta qui a dimostrarlo. Qualche anno fa si parlava molto di greenwashing, quella pratica per cui un’azienda si spaccia per più verde ed ecologica di quanto non sia. Rubando il concetto ad altri, all’epoca mi piaceva molto dire che il greenwashing tutto sommato era una buona notizia; se le multinazionali inquinanti sentono il bisogno di fingersi preoccupate per la salute nostra e degli ecosistemi, significa che le persone nel loro insieme sono vigili, che le ragioni della transizione sono forti. Mutatis mutandis, gli influencer di destra che si affannano a spiegarci che di questo caldo non dobbiamo assolutamente preoccuparci svolgono un po’ lo stesso ruolo. Sono il segno che qualche punto, in fondo, lo stiamo segnando.
Ernesto Che Guevara diceva che era marxista perché la realtà è marxista. Intendeva dire che la più grande conferma della fondatezza delle sue idee la trovava in ciò che lo circondava. Parafrasandolo, possiamo dirci ecologisti perché la realtà lo è. E in questi giorni torridi, mentre ci chiediamo se i nostri anziani siano al sicuro con l’aria condizionata o cerchiamo stratagemmi per lavorare anche col caldo che ammazza la produttività, fa bene ricordarci che la verità è nostra alleata. Ma il caldo, da solo, non ci farà vincere la battaglia per la transizione. C’è un altro articolo da scrivere, quello sul come politicizzare la canicola. Ricordarci che queste temperature sono frutto di scelte politiche ed industriali – negli Stati Uniti gli attivisti lo fanno dando ad uragani e ondate di caldo i nomi di multinazionali del fossile, idea da copiare – è il livello base.
Quello successivo sta nel capire come si parli di transizione ecologica nel 2026. Le piazze per il clima di ormai sei o sette anni fa amavano usare il panico come emozione – il mondo in fiamme, il tempo che finisce, le foto dei disastri climatici. Ma funzionavano perché, a tanta paura, abbinavano altrettanta speranza: in chi protestava c’era la sincera convinzione che quel movimento potesse cambiare il mondo per il meglio. Ecco, quella convinzione si è persa. Il caldo ci aiuta a ritrovare l’urgenza, ma per la speranza bisogna sperimentare forme nuove. Magari partendo dalle soluzioni, come un Zohran Mamdani; magari rappresentando chi è rimasto deluso dal capitalismo fossile, come un Zack Polanski; magari con esempi nostrani, dalla GKN in giù. Ma questo è davvero materiale per un altro articolo, uno di quelli da scrivere lontano dall’emergenza, quando il meteo permette di pensare con lucidità. Sto finendo di scrivere queste righe mentre il picco di temperatura sembra essere passato, e su Milano è caduta una gran pioggia. È comunque troppo presto per mettere via il ventilatore: siamo solo a luglio, e poi pare che tra una settimana la canicola ritorni. Tanto varrà politicizzarla.
Lorenzo Tecleme scrive di clima, di politica e di oligarchi. Il suo ultimo libro è Storie di ordinario capitalismo selvaggio (Newton Compton, 2026).




