Prefissi israeliani
Giacomo De Stefano e Giulia Giavazzi girano per il sud del Libano
Preso tra il genocidio a Gaza e la guerra tra Stati Uniti e Iran, è facile dimenticarsi del Libano. Eppure, nonostante i cessate il fuoco e gli accordi, il paese continua a essere sotto attacco israeliano. Giacomo De Stefano, fotoreporter indipendente, e Giulia Giavazzi, cooperante internazionale, sono stati nel sud del Libano e hanno parlato con la gente del posto per capire come si può continuare a vivere in una situazione del genere.
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La prima persona e il primo luogo di cui sentiamo il bisogno di parlare sono Ramiz e Sheb’a. In una foto scattata mentre me andavamo via, Ramiz ci saluta sorridente con un gesto militare dalla soglia di casa sua a Sheb’a, un villaggio sul versante occidentale del monte Hermon, vicino al confine con la Siria e alle alture del Golan occupate da Israele. Sheb’a è nota soprattutto per le “fattorie di Sheb’a”, una piccola striscia di terra dove sorgono quattordici fattorie, contesa tra Libano, Siria e Israele, che la occupa dal 1967. Non a caso, proprio dove termina la vetta del monte, si erge una postazione di controllo israeliana. La collocazione geografica, le case distrutte dai bombardamenti recenti e la sensazione costante di essere osservati dall’alto rendono l’atmosfera tesa, quasi anacronistica. Anche aprendo Google Maps si fa fatica a orientarsi tra confini così sfuggenti. Sheb’a è uno di quei luoghi di cui il resto del mondo ignora l’esistenza e che però ne sono al centro. Qui ogni movimento sospetto, ogni volto nuovo, ogni rumore improvviso può diventare il preludio di uno scenario di guerra capace di coinvolgere un’intera regione.
Per arrivare a Sheb’a si percorre una strada asfaltata che risale il fianco della montagna fino a circa 1200 metri di altitudine. All’ingresso del villaggio, un cartello blu crivellato di colpi d’arma da fuoco ricorda quelli sardi di Orgosolo. Quando lo oltrepassi, incontri folle di bambini e ragazzi che sfrecciano in giro in motorino, senza casco, vestiti in felpa e tute in triacetato. La casa di Ramiz è una delle prime che incontri dopo il cartello, all’ingresso del villaggio: un appartamento con un ampio terrazzo affacciato sul versante opposto del monte, in direzione della postazione israeliana. È su quel terrazzo che lo incontriamo per la prima volta. Ramiz vive qui da sempre, con la sua famiglia, fa il giornalista e la missione della sua vita è documentare gli sconfinamenti e le aggressioni quotidiane dell’esercito israeliano, che da mesi bombarda il sud del Libano violando il diritto internazionale e la sovranità territoriale.
Ci accoglie con un succo di frutta, ci fa spazio su un divano al sole e si mette a montare un video che ha girato quella stessa mattina per conto della redazione di un giornale turco. È appena tornato dall’area delle fattorie Sheb’a, dove ha visto le truppe della missione UNIFIL impegnate a proteggere i contadini libanesi che raccolgono le olive: la stagione sta per finire, ma per poter lavorare sui loro campi, in territorio libanese, gli agricoltori hanno dovuto aspettare che arrivasse il permesso dall’esercito israeliano. Quando Ramiz finisce di montare, sorseggiando il suo succo all’ananas, saliamo in macchina e ci porta a fare un giro per il villaggio, che porta i segni dei bombardamenti. Le case in rovina sono marchiate con X rosse o verdi: Ramiz ci spiega che quelle rosse indicano che i danni verranno pagati dallo Stato, quelle verdi da Hezbollah. I danni psicologici, invece, il trauma di un’intera comunità che ogni giorno vive nel terrore di perdere tutto e di non avere un altro posto dove andare non saranno mai ripagati da nessuno. Ci racconta anche che quando i cellulari squillano e il prefisso non è quello libanese, le persone sanno già che dall’altra parte le aspetta l’ennesima minaccia formulata come una gentile richiesta: dovete mandare via gli sfollati, altrimenti vi bombardiamo. L’essenza di Sheb’a è questa sospensione esistenziale. La sensazione dominante è quella di stare in una dimensione spazio-temporale insostenibile, in questo villaggio di montagna circondato dal nulla dove resistere significa anche cedere alle minacce pur di poter continuare a esistere.
Il sud del Libano è una striscia di terra compressa dentro la fascia controllata da UNIFIL ed è disseminata di basi ONU presidiate da contingenti provenienti da una cinquantina di paesi, tutti sotto la guida del battaglione italiano acquartierato a Naqura. Di UNIFIL si racconta tutto e il contrario di tutto, sta di fatto che i militari sono qui presenti dal 1978, nati – ironicamente – per monitorare il ritiro israeliano, ristabilire la sicurezza e aiutare Beirut a riaffermare la propria sovranità sul sud del Paese. Un mandato che, sulla carta, dovrebbe persino terminare alla fine del 2026. Incontriamo continuamente blindati bianchi sulle strade dissestate, checkpoint improvvisati, avamposti incastrati tra villaggi semidistrutti e colline che guardano il confine. Oltre a registrare le violazioni israeliane di routine, fanno anche altro. La popolazione locale ci convive da decenni, molti lavorano per i contingenti stranieri e parlano uno spagnolo sorprendentemente fluente: nel sud del Libano, lo spagnolo è tanto diffuso da permetterci di comprare frutta al mercato arrangiandoci con un castigliano maccheronico. Alcuni l’hanno imparato facendo i driver o i fornitori per il battaglione spagnolo, altri frequentando i corsi organizzati dai soldati. È uno degli aspetti meno visibili della missione, come le giornate in cui i peacekeeper escono dai compound con i blindati per portare assistenza medica nei villaggi più isolati e devastati.
Eppure nessuno, qui, si sente davvero protetto. La sensazione è che la diplomazia sia impotente, distante o apertamente collusa. L’IDF continua a bombardare impunemente e l’esercito libanese è poco più che simbolico – qualche checkpoint lungo le strade, soldati annoiati che controllano i permessi e poco altro. Nonostante questo, resta l’impressione che UNIFIL sia comunque meglio del vuoto assoluto. Vicino a dove alloggiamo ci sono le basi del battaglione indiano e di quello spagnolo e, un giorno, riusciamo a ottenere il permesso per seguire una pattuglia del contingente indiano. Viaggiamo su due blindati Mahindra con guida a destra; dentro il mezzo ci sono anche due cartelli plastificati, scritti in inglese e arabo. Uno recita: “Ci siamo persi, potete indicarci la strada per la nostra base?”. L’altro rassicura chiunque li stia leggendo: “Non preoccupatevi, siamo peacekeeper ONU, ci occuperemo noi dell’incidente”.
Il comandante indiano è uno di quei militari capaci di passare dall’ufficialità alla cordialità nel giro di pochi minuti e, vedendoci curiosi ed entusiasti, decide di invitarci ai festeggiamenti del Diwali, la festa indiana delle luci. La celebrazione si tiene dentro il compound del battaglione e, nel piazzale dove normalmente i militari si addestrano, hanno allestito un piccolo teatro militare globale: soldati e ufficiali provenienti dai contingenti spagnolo, nepalese, serbo, cinese, indonesiano siedono ordinati su file di sedie di plastica, mentre i gradi più alti occupano la prima fila. Sul palco una band suona musica indiana, poco dopo entra una fanfara con strumenti e uniformi decorati da strisce LED che lampeggiano nel buio. Sul muro di cinta, alle loro spalle, una gigantesca scritta in fiamme: DIWALI. Quando finiscono la musica e gli applausi, la disciplina militare si dissolve immediatamente nel caos del buffet: chi a mangiare con la truppa e chi alla cena riservata agli ufficiali.
C’è il maggiore Harry, che al posto del classico casco blu indossa un turbante dello stesso identico azzurro dell’ONU. Poco più in là noto il contingente cinese e pensiamo a quanto sia assurdo vedere fianco a fianco soldati indiani e cinesi sotto la stessa bandiera. Qualche settimana prima, invece, due militari indonesiani sono stati uccisi dai bombardamenti israeliani e, guardando le fotografie diffuse online, provo a capire se uno di loro fosse tra i ragazzi conosciuti quella sera. Alla fine della cena i soldati si scambiano contatti Instagram, numeri WhatsApp, foto di gruppo. Poi, lentamente, la festa si spegne. Ognuno torna verso la propria baracca, dentro questa enclave sospesa tra guerra e tregua, diplomazia e occupazione.
Da Sheb’a torniamo a Beirut, la capitale del Libano, la cui popolazione è esplosa negli ultimi mesi quando centinaia di migliaia di abitanti del sud hanno lasciato le loro case sotto i bombardamenti israeliani per venire a stare qui, negli appartamenti di parenti, amici o conoscenti oppure, se non ne hanno, per strada, in tenda. A Beirut incontriamo Hala, anche lei giornalista, che ci porta in macchina fino alla sua città, Nabatieh. Nabatieh è una delle aree – come Dahiyeh, la periferia sud di Beirut – che hanno subito i bombardamenti israeliani più pesanti. Guidare verso sud sull’autostrada costiera è un’esperienza suggestiva: gli stendardi gialli di Hezbollah, con il pugno verde che stringe il Kalashnikov, ti accompagnano sventolando dai lampioni; le immagini dei martiri tappezzano le facciate dei palazzi e i cartelloni pubblicitari, rendendo il paesaggio urbano al tempo stesso imponente e inquietante. C’è Nasrallah, ex segretario generale di Hezbollah, ucciso da Israele nel settembre 2024 con un bombardamento che ha tirato giù un’intera palazzina. C’è Imad Mughniyeh, che di Hezbollah è stato uno dei fondatori, il numero due e il capo dell’ala militare.
A Nabatieh Hala ci presenta un suo contatto, che resterà con noi tutta la giornata: un tizio riservato, dallo sguardo impenetrabile, in jeans e camicia, con un cappellino da baseball e occhiali scuri senza montatura. È di poche parole, molto diretto e autorevole, e sta tutto il tempo un passo indietro rispetto a noi – sempre sotto un portico o una tettoia, mai in vista – allontanando chiunque si avvicini o faccia domande. Nel souk di Nabatieh, seduti al tavolino di un caffè, incontriamo un sopravvissuto all’operazione Grim Beeper del settembre 2024, quando il Mossad ha fatto esplodere simultaneamente migliaia di cercapersone e walkie-talkie in tutto il Libano. I nostri media l’hanno raccontato come un colpo di genio dell’intelligence israeliana, ma è stato né più né meno che un attentato terroristico. L’uomo ci mostra fiero le sue mani senza dita.
Il contatto di Hala ci porta a visitare la zona della città più colpita dai bombardamenti, il cimitero dei martiri – anch’esso bombardato da Israele, come se i morti potessero resuscitare – e la moschea, dove ci accolgono come ospiti e ci fanno stare in prima fila durante la preghiera. Usciamo dalla moschea spossati, con la voglia di lasciare questo posto e una tensione addosso diversa da quella che avevamo percepito a Sheb’a. La gente intorno a noi si agita improvvisamente, motorini sfrecciano a zig-zag nervosamente, tutti guardano fisso il cielo: sono due droni israeliani, grandi e bianchi, che volano a bassa quota. Hala dice che è il momento di andare: passiamo da casa sua, poco fuori dal centro, per mangiare con la sua famiglia prima di ripartire per Beirut. Entrando, sentiamo la muscolatura rilasciare la tensione. Ci sentiamo leggeri e svuotati, ma ancora tesi. Avremmo voglia di fumare una sigaretta, una di quelle rare che ci si gode tiro per tiro, a ognuno dei quali sembra quasi di svenire. La casa di Hala ha un bel giardino in stile libanese con veranda, e sua madre ha cucinato per gli ospiti, con l’ospitalità tipicamente mediterranea e quel compiacimento nel vederci apprezzare il cibo che abbiamo anche noi in Italia.
È tutto così familiare. Il padre di Hala, felice di avere ospiti, distoglie lo sguardo da un film di John Wayne alla televisione e, nonostante l’età e i problemi di salute, vuole comunque mostrarci il suo garage, dove coltiva da anni una grande passione: restaurare macchine d’epoca. Ci mostra le sue due Mercedes degli anni Sessanta, perfettamente lucidate, una nera e una grigia. C’è anche un vecchio pick-up americano degli anni Cinquanta, completamente restaurato, dove conserva i pezzi di ricambio ben ordinati: parafanghi, radiatori fiammanti, cerchioni, gomme nuove. A ricordarci dove ci troviamo, però, sono i resti di un ordigno israeliano inesploso caduto nel giardino di casa di Hala ormai quasi cinquant’anni fa, le cui due metà sono state trasformate in fioriere. Per noi che siamo nati alla fine degli anni ‘80, sorge immediatamente il pensiero che un nostro coetaneo libanese ha passato quasi due terzi della sua vita in guerra – c’è un sito che ti permette di fare il calcolo.
Nella quiete del giardino di Hala, il ronzio meccanico dei droni israeliani torna a farsi sentire. Sono lì in cielo, ci scandagliano incrociandosi in voli a forma di otto. È una violenza psicologica, una pressione costante di cui si parla troppo poco. In arabo c’è un termine per parlarne: zanana, un neologismo nato a Gaza ed entrato nell’uso comune che descrive il rumore dei droni, per estensione i droni stessi e, per ulteriore estensione, le persone fastidiose. Il ronzio, di solito, anticipa le bombe. Hala riceve una telefonata: Israele ha appena bombardato il centro di Nabatieh, colpendo un sito vicino al cimitero dei martiri dove siamo stati poco prima.
Sembra un piano preciso: distruggere la memoria, rendere invivibile il presente per cancellare ogni possibile futuro. Il padre di Hala smette di mostrarci le sue macchine e insiste perché torniamo subito a Beirut, e lei è d’accordo: è frustrata e furiosa per gli attacchi continui, ma teme per la nostra incolumità e si sente responsabile. Però non vuole lasciare i suoi genitori. Così ci salutiamo di corsa, saliamo sul Range Rover di un parente, torniamo indietro. Poche settimane dopo, Hala e i suoi genitori hanno fatto anche loro quella strada, sfollando da Nabatieh verso Beirut, anche se nel frattempo le bombe sono arrivate anche lì. Ramiz è ancora a Sheb’a, e ci dice che i numeri con prefissi stranieri hanno nuovamente iniziato a far squillare i telefoni.
Giacomo De Stefano è un fotoreporter indipendente. Per Tempolinea ha già pubblicato un reportage dalla guerra civile in Myanmar.
Giulia Giavazzi è una cooperante internazionale, lavora per un’organizzazione umanitaria in Asia occidentale.








