Rapper/Gioielliere
Jimmy Pentothal sul caso Roggero e i rapper che difendono la proprietà privata
Mentre il gioielliere Mario Roggero veniva condannato a 14 anni di carcere dalla Corte di Cassazione per l'omicidio di due ladri, diversi rapper italiani si affrettavano a mostrare la loro solidarietà. Jimmy Pentothal, tra i fondatori del gruppo rap P38, riflette sul cortocircuito nel quale ex esponenti di una classe subalterna prendono le difese non dei poveri che rubano ai ricchi, ma dei ricchi a cui viene rubato.
TEMPOLINEA è la newsletter di Iconografie sul caos globale. Esce ogni settimana ed è gratis, ma farla ha dei costi: per aiutarci a sostenerla e ricevere delle uscite speciali, abbonati.
I fatti nudi e crudi della vicenda Mario Roggero sono ormai noti, ma si può provare comunque a riassumerli in poche righe per i più distratti. Nell’aprile del 2021 due uomini entrano in una gioielleria in provincia di Cuneo con l’intenzione di compiere una rapina, armati di una pistola (finta) e di un coltello (vero). Il colpo sembra andare a buon fine, ma una volta usciti con la refurtiva i due vengono raggiunti prima da Roggero e poi dai proiettili della pistola (vera) che teneva nascosta sotto al bancone. L’unico a sopravvivere è un terzo complice, l’autista, per il semplice motivo che quando si accanisce su di lui Roggero ha già l’arma scarica e si limita quindi a pestarlo a sangue. Nel 2023 il Tribunale di Asti emette una condanna a 17 anni di carcere per omicidio volontario, tentato omicidio e porto abusivo di arma da fuoco. Nel 2025 la Corte di Appello di Torino conferma la condanna, ma riduce la pena a 14 anni. Infine, mercoledì 15 luglio 2026 la Corte di Cassazione conferma la pena di 14 anni e sigilla la partita con un 3 a 0 per l’accusa.
Si tratta sicuramente di una tragedia sfaccettata, ma più rilevante rispetto ai semplici avvenimenti è quanto se n’è parlato, come se ne è parlato e come se ne continuerà a parlare. La brutta notizia per la serenità collettiva è che l’argomento, che già spesso ha fatto capolino nel dibattito italiano, sembra qui per restare, soprattutto viste le recentissime proposte di legge denominate per l’occasione “salva Roggero”, oltre che il goffo tentativo di inseguire una grazia da parte di chi, governo in primis, vede di buon occhio le gesta del gioielliere. In più, questa caciara è emersa in un momento in cui le motivazioni della sentenza della Cassazione non sono ancora state pubblicate. Speriamo se la prendano comoda.
Ciò che mi è saltato all’occhio per deformazione professionale è stata la prontezza nel prendere parola sulla vicenda da parte di figure che solitamente rimangono ai margini della palude del discorso pubblico: i rapper italiani. Va detto che nel panorama musicale attuale gli artisti che nella loro arte o altrove esprimono esplicitamente una posizione politica – ma a dirla tutta una posizione su qualunque cosa – rappresentano una rarissima eccezione. Basti pensare alla causa del popolo palestinese, che forse avrebbe avuto più fortuna se si fosse chiamata “causa della legittima difesa dallo stato di Israele”, visto che ci sono voluti anni di genocidio e mobilitazioni per convincere i più temerari tra i cantanti a mostrare timidamente una bandiera sui loro palchi (figuriamoci nominare la questione nelle interviste). Contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare, questo timore per l’esporsi unito spesso a un disprezzo per chi si espone non riguarda soltanto il pop o generi che nell’immaginario collettivo sono “disimpegnati”, ma nel nostro paese investe la totalità dello spettro musicale. Non c’è bisogno di scomodare l’arcinoto passaggio di Gramsci sugli indifferenti per rimanere con l’amaro in bocca, c’è poco da fare: belle parole a parte, l’opinione (convenientemente) più diffusa tra gli addetti ai lavori in ambito musicale sembra essere che arte e politica debbano rimanere rigidamente separate.
Stavamo dicendo, i rapper. Alcuni rapper italiani hanno preso parola sulla vicenda, stracciandosi le vesti e prendendo pubblicamente per la prima volta nella loro vita una posizione netta su un fatto di cronaca. La linea di partito segue la vulgata di governo: quella subita da Roggero è un’ingiustizia inaccettabile, un crimine istituzionale, una vergogna per il nostro paese. Roggero è un eroe. Roggero è un gangster. Sono dichiarazioni che possono colpire, ma che non dovrebbero sorprendere troppo chi ha più familiarità con il genere musicale da cui provengono i nostri beniamini. Per parafrasare un noto rapper di Barona, “conosco un gioielliere vorrebbe fare il rapper / conosco un rapper vorrebbe fare il gioielliere”.
Potrebbe sbigottire l’assordante cortocircuito di esponenti riconosciuti di un fenomeno culturale nato come espressione di una classe subalterna che prendono le difese non dei poveri che rubano ai ricchi, ma dei ricchi a cui viene rubato. Gli schemi di ragionamento astratti della più embrionale forma di lotta di classe ricalcano perfettamente la criminalità spesso esaltata nella poetica dei testi rap. Ad esempio: ho poco, c’è qualcuno che ha di più, che è la causa del mio avere poco: quindi, sottrarrò loro, anche con la forza, tutto quello che posso. O ancora: con tutte le ingiustizie compiute da ricchi e potenti senza alcuna ripercussione, non ho motivo di comportarmi in maniera retta: chi capisce come gira il mondo sa che segue la legge del più forte: tanto vale applicarla. Eppure, artisti che si crogiolano in un immaginario che si radica proprio in quella criminalità di rivalsa iniziano ad avere come modello non più Robin Hood, ma una versione sanguinaria di Paperon de Paperoni. Il confine tra ribelle e reazionario si fa sempre più sottile, fino a scomparire. Be’, qualcuno già tempo fa diceva che ogni avvenimento umano contiene in sé il proprio opposto, e che a lungo andare le contraddizioni presenti in esso lo portano a diventare tale. Nel caso dei rapper nostrani questa parabola mi sembra innegabile. Parliamo di persone che conoscono di prima mano le più acute storture della nostra società, e di punto in bianco diventano alfieri – o utili pedine – di chi vuole tutelare lo stato di cose presenti, prevenire qualunque tipo di sconvolgimento e assicurare il potere nelle mani di chi già ce l’ha. In una parola: diventano di destra. Com’è potuto succedere? La risposta è duplice, ed è davanti ai nostri occhi.
In primis, se aveva ragione chi diceva che non sono le idee astratte a costruire la realtà ma le condizioni materiali a plasmare i modi di pensare, allora torna tutto. I rapper sono diventati… ricchi. Il ghetto, la periferia, lo struggle sono solo ricordi lontani. Il rapper di successo beneficia di quel sistema di oppressione e sfruttamento che una volta lo opprimeva e lo sfruttava. Credo che questa agitazione per la storia del gioieii- dell’orafo si possa leggere prima di tutto come di un moto spontaneo di solidarietà di classe, dall’alto verso l’alto per capirci. I rapper che facevano le rapine adesso hanno paura di essere rapinati. Buffo, ma non inspiegabile. Mario Roggero è nato lo stesso giorno di Karl Marx. Sarebbe un peccato far cadere nel vuoto questa coincidenza.
Oltre alla similitudine delle condizioni materiali, si può intravedere una certa affinità psichica primordiale tra Roggero e i gangsta rapper italiani. Un vero intellettuale di sinistra direbbe che c’è una certa Weltanschauung condivisa. Non è una coincidenza che il nostro gioielliere inizi la sua noiosissima dichiarazione spontanea in tribunale sottolineando le sue origini umili, dalle quali grazie a una vita di sacrifici è riuscito a guadagnare il suo status. Messo in metrica, il discorso di Roggero potrebbe benissimo diventare l’ennesima strofa stracciapalle del rapper che ce l’ha fatta perché ha creduto in se stesso a scapito delle avversità. Voci ben più autorevoli della mia hanno già sottolineato la stretta parentela che sembra esserci tra la retorica rap e una certa forma mentis imprenditoriale: la più conosciuta da noi potrebbe essere quella di Mark Fisher tra le pagine di Realismo capitalista. Non è difficile riconoscere nel gangsta rap il cugino manesco dell’individualismo borghese: si accumulano ricchezza e status a danno degli altri, ci si tira fuori dalle sabbie mobili del capitalismo tirandosi per i capelli, eccetera.
Poi certo, c’è anche un ulteriore comunanza prettamente culturale tra rapper e gioielliere: l’essere italiani. Metto le mani avanti dicendo che non voglio bistrattare il nostro paese con qualche banalità: io amo l’Italia, qui sono nato, qui ho le mie radici. Eppure, devo confessare che c’è qualcosa di inspiegabile nel rifiuto tutto italiano per il conflitto sociale. C’è qualcosa di mistico nella fascinazione tutta italiana per le panzane della piccola borghesia. C’è qualcosa di spettrale nella spontanea subordinazione degli artisti italiani alla narrativa dominante. Faccio fatica a elaborare meglio questo punto. Ricordo che nel mezzo della bufera mediatica che investì il progetto P38 qualcuno, parafrasando parole di non ricordo chi, mi disse che in un paese che aveva avuto vent’anni di fascismo, settant’anni di democrazia cristiana e altri venti di Berlusconi era un po’ difficile suscitare simpatia parlando di Brigate Rosse. Aveva sicuramente ragione. Per fortuna certe cose non si fanno per stare simpatici.
Tornando a noi, per riunire allo stesso tavolo la grande famiglia gangsta-borghese può aiutare un paragone con i fatti che nel 2023 hanno visto protagonista Andrea Arrigoni, in arte Shiva, che presentano similarità quasi scioccanti con le avventure di Roggero: anche qui si tratta di un’aggressione documentata da prove video, in cui il rapper, a colluttazione finita, insegue due persone disarmate e spara loro alle spalle con un’arma detenuta illegalmente mentre questi stanno scappando. All’epoca dei fatti la quasi totalità della scena gangsta rap prese parola dichiarando l’innocenza di Arrigoni, con il poco fantasioso ma efficace hashtag #freeshiva. Anche allora fu straordinaria la rapidità e l’unanimità nel prendere le difese di una persona al centro di avvenimenti quantomeno controversi da parte di soggetti che solitamente per timore di perdere fette di pubblico si astengono persino dal dichiarare il loro gusto di gelato preferito. Fatto doppiamente straordinario in un paese che sembra allergico alla violenza anche quand’essa viene solo nominata. Chi conosce le vicende giudiziarie della P38 sa che non sto facendo grandi sforzi di immaginazione. I rapper, e come loro molte voci nel dibattito pubblico del nostro paese, sembrano trovarsi a proprio agio nel difendere un certo uso della violenza. Cosa ci dice questo sul nostro paese, sui nostri rapper e su noi stessi? Forse che il problema non è veramente la violenza. A quanto pare se l’uso della forza, la vendetta, la – letterale – lotta armata vengono adoperate per tutelare la propria individualità, la propria famiglia, la propria roba, non c’è nessun problema. A spaventare rapper e gioiellieri è quando questa violenza aspira ad essere collettiva.
In quest’ottica credo convenga togliere di mezzo un ingombrante equivoco che aleggia nei discorsi sul caso Roggero. Sarebbe un errore grossolano credere che qualunque osservazione di natura tecnico-giuridica risulti rilevante. La discussione interessante è quella sociale, culturale, politica. Bisogna parlare di rapporti di forza, di rapporti di potere, di narrazioni e di chi ne beneficia. Su cavilli e sentenze lasciamo parlare qualcun altro. Questo non certo perché a parere di chi scrive la parola dei giudici sia sacra, ma perché non c’è nessuna zona grigia sulla sussistenza o meno del reato: la rapina e l’aggressione sono ampiamente documentati in riprese video da più inquadrature, liberamente consultabili. In giurisprudenza si riprende spesso il motto latino secondo cui l’interpretazione sta scomoda in fatti che appaiono ben chiari. Anche solo dipingere questa vicenda come una questione di legittima difesa è una concessione gratuita a chi vuole strumentalizzare da destra questi avvenimenti. Qualcuno ha viziosamente unito i puntini tra lo slogan secondo cui la difesa è sempre legittima e il motto che dice che la miglior difesa è l’attacco. È di un duplice omicidio che stiamo parlando. Questo i nostri nemici lo sanno bene.
Più in generale, credo di non essere l’unico a far fatica a prendere sul serio qualunque inquadramento di questa vicenda come di una contrapposizione tra il democratico stato di diritto e il far west voluto dalla destra. Mi sembra che nell’epoca dei CPR e dei Decreti Sicurezza usare l’aderenza alla legalità come valore assoluto risulti un po’ naif. Il Codice penale che condanna Roggero è lo stesso che viene usato per incarcerare chi occupa una casa perché preferirebbe non morire per strada, e, per quanto sia difficile, anche in questo momento bisogna tenere a mente che il carcere rimane il più mostruoso aborto della società occidentale dopo il lavoro salariato. Non si gioisce mai quando qualcuno finisce in carcere. Anche se, sempre a parere di chi scrive, c’è una bella differenza tra il gioire e il non dispiacersi, soprattutto quando si viene costantemente invitati all’empatia per una persona che a ben vedere sembrerebbe poco adatta a vivere in società, come sembra testimoniare l’ampiamente documentato rifiuto di Roggero di pentirsi pubblicamente delle sue azioni. Quando qualcuno verrà a dirmi che bisogna essere comprensivi prima di tutto a livello umano con Roggero penserò sicuramente alle dichiarazioni rilasciate poco prima dell’ingresso in carcere davanti ad uno stuolo di giornalisti: Roggero comunica serenamente di essere ancora in attesa delle scuse delle famiglie delle persone che ha ucciso per aver “rovinato una famiglia” (la sua). In questi giorni si legge spesso che il nostro gioielliere va compreso, perché nel 2021 ha agito in stato di shock. A sentire queste parole viene da chiedersi se non lo sia ancora adesso.
Intanto, mentre i rapper nostrani prendono coraggiosamente parola per difendere un pluriomicida, nell’anniversario dei venticinque anni dal G8 di Genova a Bologna Abderrahim Fakir è stato brutalmente ucciso da un grottesco tandem tra Croce Rossa e Polizia di Stato. Chissà se qualche gangster avrà qualcosa da dire a riguardo.
Jimmy Pentothal è un rapper, tra i fondatori del gruppo P38.





