Restare persone
Elisa Cuter sul culto di Mark Fisher
Nell’ultimo decennio Mark Fisher è diventato il più famoso pensatore contemporaneo, tanto citato quanto frainteso, e quest’anno al suo pensiero è stato anche dedicato un documentario: “We Are Making a Film About Mark Fisher”, del duo artistico britannico Close and Remote – che però ripete esattamente gli errori che Fisher aveva diagnosticato: scambiare la comunità per un fine, la partecipazione per un metodo, il culto per un’eredità. Elisa Cuter, critica cinematografica e editor de Il Tascabile, ragiona sul film e su cosa significa davvero fare proprie le idee di qualcuno.
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Gira in questi giorni su Instagram una parodia, opera del comico statunitense Dan Rosen, di cosa solitamente si trovi leggendo l’ultimo capitolo di “every leftist nonfiction book”, ovvero il capitolo che nelle intenzioni (se non degli autori, spesso almeno in quelle degli editori) vorrebbe essere un abbozzo di pars construens – o almeno una conclusione speranzosa. Tradotta, suona più o meno così:
“E quindi, di fronte all’imminente catastrofe climatica, all’aumento delle disuguaglianze, alla crescente ondata di fascismo reazionario e a una tecnologia non regolamentata che sta riprogrammando la natura stessa di ciò che significa essere umani... come possiamo reagire? Be’, potremmo tipo... tornare alla comunità. Il mutualismo, ecco cosa! Oppure...il collettivo! Perché non proviamo a fare quello? Possiamo iniziare tipo… dei gruppi di lettura! Magari potremmo giocare a Scarabeo con i nostri vicini, oppure fondare nuove aziende di social media... qualcuno ci ha mai provato? Ah, ok. Allora magari la blockchain? Forse la blockch… no aspetta, ecco: dobbiamo spezzare la morsa del duopolio corporativo con … ehm, il sapere indigeno, credo, e poi: più mutuo aiuto! Che ne dite di ancora più mutualismo...?”.
È una satira appropriata e tristemente generalizzabile, e non sarei del tutto onesta se dicessi che non si applica anche al capitolo conclusivo dell’opera più nota e esplicitamente politica di Mark Fisher, Realismo capitalista. Devo però dire che rileggendo quel capitolo finale si osserva tutto sommato meno vaghezza, e soprattutto una proposta più modesta e pragmatica: la riduzione della burocrazia. L’ingente quantità di ordalie burocratiche che sommergono le nostre esistenze (spesso a causa di una digitalizzazione che nasceva in teoria per semplificarci la vita), del resto, è una delle contraddizioni più palesi di un capitalismo che si è sempre ideologicamente immaginato come opposto della burocratizzazione dei modelli socialisti – uno di quei paradossi su cui insistere, in ottica accelerazionista, fino a farli esplodere.
Allo stesso tempo, questa proposta molto terra-terra racconta di un pensare strategico che nasce da un’esperienza concreta: quella di una persona che già di suo si sente inadeguata, costretta a barcamenarsi tra frustranti autenticazioni a due fattori e il corrispettivo UK delle Prove INVALSI. È un’immagine che evoca anche un sempiterno topos tragicomico: quello dell’intellettuale inadatto alla vita che finisce quasi suo malgrado, a causa della sua imbranataggine, con l’inceppare la realtà dimostrandone l’assurdità. L’immagine di una figura inattuale, che si trova a disagio nel presente – e a maggior ragione nel futuro: con le debite proporzioni, un po’ la stessa pathosformel di Corrado Augias vittima di phishing. Al netto della edginess di cui è ammantato qualsiasi membro della CCRU, non si può infatti non pensare a Fisher con tenerezza, e per tanti suoi lettori il suo lascito fondamentale consiste, più che in un debito teorico, in un legame affettivo.
L’empatia disarmante che ci suscita Fisher è indissolubilmente legata alla sua concretezza: sono le due facce del suo materialismo radicale, che tangenzialmente è anche uno degli aspetti più trascurati e travisati dal suo culto. Un culto innegabile nella cosiddetta “bolla” e che probabilmente lo stesso Fisher non si sarebbe aspettato, sempre precario e attanagliato da una invalidante sindrome dell’impostore raccontata nel post sul suo blog K-punk del marzo 2014, “Good for nothing” (tradotto in italiano dopo la sua scomparsa nel 2017 su Effimera). Post-mortem, Fisher è diventato un totem attorno al quale il circoletto della theory ha potuto accerchiarsi per rassicurarsi del fatto che un certo tecnoentusiasmo non fosse automaticamente sinonimo di alt-right o di Silicon Valley (ormai la stessa cosa), assurgendo a simbolo di una stagione appena conclusa ma già rimpianta.
In Italia, dove Fisher è arrivato con ritardo pur trovando più adepti che altrove (Fisher era stato, dopotutto, influenzato dal postoperaismo), il decennio trascorso dalla sua morte si sente tutto. Certi dibattiti internettiani di quegli anni appaiono sicuramente oziose guerre culturali, ma anche sintomi di vitalità del dibattito, specie oggi che Facebook, piattaforma sulla quale nel bene e nel male si tentava di dimostrare che “the left CAN meme”, si è spopolata senza che si sia trovata realmente nuova sede per analoghi (per quanto ingenui) esperimenti. L’estetica di Not (che tradusse nel 2018 Realismo Capitalista) è stata appropriata dalla destra (sottoforma di Gog edizioni e il Nemico rivista), mentre quelli che erano stati suoi autori approdano nelle istituzioni come Einaudi (che ha pubblicato anche la tesi di dottorato di Fisher, Materialismo gotico).
Ma che Fisher non sia stato ancora del tutto digerito lo dimostra l’effetto che fa leggere, all’indomani delle manifestazioni per Gaza che hanno saputo per un attimo rianimare la politica occidentale, un altro passo dal finale di Realismo capitalista: “Al posto delle manifestazioni simboliche e spettacolari su cause pur nobilissime come quella palestinese”, scrive Fisher, “è tempo che i sindacati degli insegnanti mettano in scena proteste ben più immanenti e che colgano l’opportunità data dalla crisi [del 2008] di liberare i servizi pubblici dall’ontologia aziendale”. Questa concretezza è esattamente l’opposto di un moderato riformismo, o di un deficit di immaginazione magari causato dalla sua depressione. È invece proprio ciò che fa di Fisher un autore ben distante dall’idealismo di unioni politiche basate su valori umanitari piuttosto che su interessi di classe. Il Fisher non ancora abbastanza compreso è l’esempio di un materialismo capace di tenere testa tanto all’ipocrita buonismo delle élite quanto all’aperto cinismo della destra, un materialismo tanto solido quanto seducente perché basato sull’estetica più che sull’etica, dove con estetica si intende ciò che riguarda il sentire, la percezione fisica. Una corporeità che non ha niente a che fare con il “benessere” (neanche quello indotto dal fare la cosa giusta come andare a manifestare sentendosi dalla parte giusta della storia).
L’esperienza politica di cui era in cerca Fisher era più radicale, e poche persone recentemente hanno saputo dare la misura di quanto pesi l’assenza di questa alternativa — nonché di quanto squallido e deprimente sia il capitalismo occidentale nell’epoca della sua crisi. Il fastidio, lo sconforto, il disgusto con cui Fisher osservava l’ennesimo fenomeno pop non ha niente del compiacimento del critico, quanto piuttosto il terrore di chi vede inghiottire le promesse tradite di un’epoca. A questa sconfinata tristezza Fisher opponeva un materialismo inteso nel suo senso più letterale (e se vogliamo “femminista”): quello che parte dal sé. Non un sé solipsistico, quanto un sé mutilato e in cerca disperata dell’altro, assetato di un’uscita dalla solitudine. Questo perché l’opera di Fisher è sempre situata: il suo è un pensiero che nasce da un corpo sensibile, che percepisce una realtà che non gli piace e comunica il rammarico che gli suscita nella speranza di intercettare analoghi animi disillusi.
Posta questa situatezza di Fisher, dispiace non trovarne traccia — se non sotto forma di brevi apparizioni quasi ornamentali — in We Are Making a Film About Mark Fisher, l’esperimento audiovisivo del duo Close and Remote (gli artisti britannici Sophie Mellor e Simon Poulter). Il documentario, a dispetto del titolo, non è un film “su” Fisher, quanto piuttosto un dispositivo corale che utilizza Fisher e i suoi concetti come catalizzatori per aggregare una collettività che si è ritrovata nelle sue parole, a partire già dalle sue modalità di produzione. Mellor e Poulter hanno coinvolto più di settanta partecipanti tra troupe e intervistati tramite i loro social, e stanno accompagnando in tour il film, che si può richiedere direttamente a loro per proiezioni pubbliche seguite da dibattito. Il risultato è un collage eterogeneo: teste parlanti, carrelli su corridoi ospedalieri e strade vuote, footage di manifestazioni londinesi (da quelle contro la guerra in Iraq nel 2003 a quelle per la Palestina del 2025), animazioni che simulano interfacce digitali tra cui un motore di ricerca che invita lo spettatore a proseguire autonomamente la ricerca online. A questo si aggiunge una cornice finzionale, ispirata al corto per la tv britannica di Jonathan Miller del 1968, Whistle and I’ll come to you (adattamento di un racconto del 1904 di M.R. James) in cui un accademico di Cambridge, tal professor Parkins, trova un fischietto sulla spiaggia che evoca un fantasma. Il Parkins del racconto simboleggia lo scetticismo della scienza costretto a confrontarsi con il sovrannaturale, quello di WAMAFAMF si ritrova quasi teletrasporato sulla spiaggia di Felixstowe (dove è nato Fisher) ed è sia la figura che evoca Fisher come un fantasma quanto un suo alter ego (ad esempio come vittima della shitstorm che, come un’iperstizione, investì Fisher per le considerazioni espresse in “Uscire dal castello dei vampiri”).
Questa stratificazione vorrebbe forse restituire la dispersione e la molteplicità del lascito fisheriano, ma finisce per produrre un effetto opposto: viene da chiedersi dove risieda la necessità di aggiungere ulteriore materiale di fronte alla vasta quantità di immagini di cui si è occupato Fisher nel suo lungo lavoro di critico culturale. Il sospetto è che l’operazione risponda al desiderio di sottrarsi alla diagnosi fisheriana, di dimostrare che qualcosa è ancora possibile sul piano dell’immaginazione contraddicendo insomma le sue considerazioni più apocalittiche. Un’operazione simile a quella di Matt Bluemink, autore di The Future is Not Lost di prossima uscita (che esplicitamente si propone di lasciarsi alle spalle Mark Fisher), che ad esempio vedeva nella musica e nell’identità di genere della compianta Sophie la dimostrazione che le osservazioni di Fisher “sono invecchiate male, considerando l’attuale panorama della musica pop e della cultura di sinistra”. Operazioni simili sembrano non cogliere il lato tutt’altro che asfittico di Fisher e il fatto che quello che rende ancora oggi necessario il suo pensiero non era tanto l’offerta di soluzioni, quanto la precisione con cui aveva saputo nominare l’impasse.
Guardando il risultato raccogliticcio del film partecipativo viene purtroppo da dire che le nobili intenzioni si scontrano con un prodotto non particolarmente innovativo nella forma e confuso nel messaggio. Anzi, il film appare sintomatico di due fraintendimenti molto diffusi nell’attivismo contemporaneo: il primo è l’idea che “generare comunità”, per dirla con la parodia che citavo in apertura, sia già di per sé un gesto politico sufficiente. Il secondo è l’illusione che la partecipazione possa sostituire la mediazione. Come sostiene Anna Kornbluh, autrice di Immediacy, the Style of Too-Late Capitalism, l’arte contemporanea è permeata dall’idea secondo cui la mediazione sarebbe illegittima. “Che sia compito della letteratura combattere la finzione. Che la camera in soggettiva sia superiore. (…) Che basti l’emanazione carismatica, e che il punto sia mantenere tutto ‘autentico’. Questo atteggiamento ostile alla rappresentazione fa sì che la nostra arte resti troppo aderente a ciò che è già dato. Ne svuota la capacità di fare critica o di aprire scenari nuovi.” Alla faccia del general intellect, la partecipazione diretta e priva di mediazione autoriale del film contraddice uno degli aspetti più potenti del metodo di Fisher, basato non sul rifiuto dell’individualità, quanto sulla necessità di articolare un’esperienza situata in forme che sappiano eccederla. Inevitabile allora sognare un film sul pensiero di Fisher fatto da Adam Curtis, un autore capace di non comparire mai nei suoi lavori, ma di essere allo stesso tempo perfettamente riconoscibile.
La confusione tra autore e autoritarismo, tra persona e culto della personalità, tra individuo e individualismo sono nodi che andrebbero affrontati senza ingenuità e soprattutto senza moralismo. Fisher, capace di condannare il sentimentalismo in cui si è arenata la sinistra e allo stesso tempo di insistere sulla necessità di partire da una percezione situata del disagio, è stato una lezione su come, pur contravvenendo alla principale ingiunzione neoliberale, quella di diventare soggetti, si possa restare persone.
Elisa Cuter è critica cinematografica e ricercatrice. Editor de il Tascabile, si occupa di cinema e questioni di genere. Ha scritto Ripartire dal desiderio (minimum fax, 2020).




