A Gaza c’è qualcuno che muore solo perché a Tel Aviv c’è qualcuno che uccide. Ma chi sono questi assassini in divisa? Giovani e normalissimi ragazzi ai quali è stato fatto il lavaggio del cervello o demoni assetati di sangue palestinese? Ne abbiamo parlato con Federico Vespignani, fotografo e autore del progetto Short-Term, But Long-Term, dedicato ai profili Tinder dei soldati israeliani.
Vespignani sarà ospite del festival di Iconografie il prossimo 26 settembre, insieme ai giornalisti Noam Sheizaf e Widad Tamimi – per chi viene, RSVP qui.
TEMPOLINEA è la newsletter di Iconografie sul caos globale. Esce ogni settimana ed è gratis, ma farla ha dei costi: per aiutarci a sostenerla e ricevere delle uscite speciali, abbonati.
Hai raccolto oltre tremila profili su app di dating di giovani soldati delle IDF, pubblicandone poi più di trecento. Sfogliando quell’archivio, che idea ti sei fatto degli uomini che lo popolano? Sono un campione fedele della gioventù israeliana, oppure hai riconosciuto un tipo umano preciso che si stacca dal resto: il mostro, il sadico, l’estremista di destra, o piuttosto il diciottenne cresciuto a Tel Aviv che non conosce altro che il sionismo?
Quei profili sicuramente ci parlano. Li ho raccolti nell’estate del 2024, già in pieno genocidio, ed erano soprattutto i profili dei soldati più giovani, dai diciotto ai venticinque anni. Rispetto ai più anziani avevano una dimestichezza diversa con un certo tipo di immagini. Ho provato a fare dei paragoni con altre zone di guerra, l’Ucraina per esempio, ma non ho mai trovato niente di paragonabile a quello che vedevo mentre scrollavo Tinder. Per questo credo che quei profili rispecchino davvero un certo tipo di gioventù tipicamente israeliana.
Non li considero psicopatici, tutt’altro: sono ragazzi. In generale non penso che le persone nascano malvagie, con un demonio dentro. Sono ragazzi che hanno ricevuto un certo tipo di indottrinamento, cresciuti in un ambiente culturale che li ha portati a normalizzare certe situazioni e a disumanizzare la controparte palestinese. Quanto alla provenienza geografica, erano abbastanza omogenei nella loro varietà: c’erano moltissimi combattenti con doppio passaporto, tra cui una gran quantità di americani, e poi qualche argentino, ucraino, russo. Ma il linguaggio era uniforme, credo perché era il momento in cui, dopo il 7 ottobre, si era diffusa una specie di “chiamata morale”, diciamo vendicativa, a intervenire. Sia gli israeliani nati in Israele sia chi arrivava da altri paesi condivideva lo stesso mindset: volevano dimostrare di essere capaci di un certo tipo di azione.
Nei profili la Gaza rasa al suolo non è mai uno sfondo casuale: le macerie, la polvere delle esplosioni, i mobili delle case occupate diventano elementi con cui rendersi più desiderabili. Che cosa ti dice, del rapporto tra questi soldati e la violenza, il fatto che la distruzione venga trattata come capitale sessuale, qualcosa da esibire per rimorchiare?
Alla fine credo sia un processo che rifletta la storica e progressiva militarizzazione della società israeliana e la sua escalation più recente. Vivi in un certo contesto, le istituzioni del tuo paese comunicano in un certo modo: l’Instagram dell’IDF è una cosa atroce, fuori dal bene e dal male. Cresci lì dentro. Come noi usiamo le dating app postando la scalata in montagna o le cose fighe che facciamo, loro postano quello che stanno facendo, cioè portare avanti operazioni armate a Gaza. Da questo punto di vista è un processo umano, per quanto agghiacciante.
Lo fanno chiaramente per la controparte femminile, e anche questo rivela molto del livello a cui è arrivata la società israeliana: dei ragazzi pensano che posare davanti a una città rasa al suolo sia un buon argomento di conversazione per organizzare un appuntamento, e magari finire a letto. C’è una logica precisa dietro: stai difendendo la madrepatria, e questa è la cosa meno “gay” che tu possa fare. Non a caso, accanto alla foto tra le macerie, molti mettevano il resto del kit del maschio alpha affascinante: la foto al mare, la macchina, il cane — spesso un Malinois, i cani usati dall’esercito.
È un fenomeno che considero appunto tipicamente israeliano, pur riconoscendo il percorso personale che questi ragazzi compiono dentro quella società per arrivare a quel punto. Non conosco altri esempi così efficaci in tempi recenti. Qualcuno tira in ballo la Wagner, ma è un’altra cosa. Sono mercenari, non un apparato statale, e difficilmente arrivano a quel grado di efferatezza e spregiudicatezza. Certo, le immagini di posa in guerra sono sempre esistite, i segni non se li sono inventati loro: cambia la tecnologia e questi comportamenti si evolvono. Solo che un tempo li ritrovavi nelle situazioni più intime, in una lettera spedita a casa; adesso stanno su una dating app. E la versione da dating app di un genocidio è una cosa che mi mancava.
Queste immagini vengono spesso lette, e a ragione, attraverso il Muscular Judaism: l’ideale del corpo sionista sano, virile, sempre pronto alla guerra, che si definisce per opposizione all’ebreo “debole” della diaspora. Quanto ti sembra un tratto specificamente israeliano e quanto invece la versione locale di una mascolinità militarizzata che ritroveremmo in qualsiasi esercito?
Questo culto militare del corpo c’è sempre stato, ovunque. Ma il livello che vedi in Israele è fuori scala. Il concetto di Muscular Judaism nel nostro lavoro l’ha portato Ido Nahari, che ha firmato l’introduzione al libro, e secondo me calza a pennello: lo percepisci proprio. E non solo sulle dating app. Lo vedevi ogni giorno in quello che usciva da Gaza durante l’invasione di terra, nei reel che i soldati stessi giravano. È la lente giusta con cui guardare la cosa, ed è tipicamente israeliana: non trovo situazioni simili in altri eserciti. Penso all’esercito americano dopo l’11 settembre, ai frame dei giovani uomini mandati in Iraq: la narrazione costruita intorno alla guerra al terrore aveva un formato diverso. Qui invece sembravano assetati di sangue. L’unico paragone che regge in parte è Abu Ghraib, ma resta un’altra storia.
Credo che il governo israeliano abbia capito da subito di dover cambiare la narrativa dell’ebreo diasporico e “debole”. Quando riguardo le prime immagini del ‘48, il modo di coltivare la terra, di bonificare il deserto, di costruire un’identità nazionale, mi ricordano tantissimo un immaginario di stampo fascista. È proprio quel tipo di approccio alla vita.
Colpisce la leggerezza con cui la geolocalizzazione resta attiva, cosa che in un altro conflitto sarebbe quasi una condanna a morte, o quantomeno un processo militare. Questa noncuranza nel mostrarsi, farsi riconoscere, non temere conseguenze, che cosa rivela di quanto considerino normale, e perfino impunibile, ciò che stanno facendo?
Prima di tutto rivela la natura di questo conflitto. Non sono due eserciti convenzionali che si scontrano come in Ucraina. Il modo in cui questi soldati si muovono dentro la Striscia dice tutto sul contesto: non hanno un missile balistico puntato in testa come succede su un fronte come quello russo. Da qui la serenità con cui si mostrano. Ed è una serenità che rispecchia quello che il governo israeliano e l’IDF avevano annunciato: dopo il 7 ottobre hanno ripetuto più volte, e l’hanno detto tutti, che avrebbero fatto tavola rasa di Gaza. Mentre la comunità internazionale continuava a dire che Israele aveva il diritto di difendersi. Così è successo tutto con una certa leggerezza, perché in fondo gliel’abbiamo concesso.
Poi c’è la questione tecnica, che trovo assurda: com’è possibile che un’istituzione militare come l’IDF lasci i propri soldati andare in giro con i telefoni geolocalizzati? Io mi ritrovo un archivio di tremila volti con tanto di numeri di telefono. È un breach di operational security enorme, oltre che una spia del senso di impunità. Perché è un mix di cose: da un lato la certezza di poter uccidere senza pagarne il prezzo, dall’altro il fatto che dalla parte opposta non c’è nessuno in grado di mandare un drone a colpire quella precisa unità. Le indagini di Forensic Architecture lo mostrano bene: pensa all’esecuzione dei paramedici a Rafah nel marzo 2025 — c’è stato un modo quasi patetico, estremamente sloppy, di occultare un crimine di guerra. È un sentimento di impunità che gli apparati militari hanno assorbito con facilità, perché prima di loro l’avevano esibito i politici, con la stessa leggerezza.
Hai scelto di censurare i volti dei soldati per ragioni di sicurezza personale. Come ci sei arrivato, e senti una tensione tra il proteggere l’identità di chi commette questi crimini e la richiesta di responsabilità individuale?
Ci sono arrivato ragionando sul contesto. Non faccio parte di un’organizzazione, non sono Forensic Architecture né Human Rights Watch, e non è compito mio trascinare queste persone davanti all’Aia. Nel clima di impunità internazionale di cui gode Israele, questa gente vince già in partenza. Alcuni dei soggetti sono obiettivamente dediti a un certo tipo di violenza, alcuni sono anche forze speciali: la mia vita è già abbastanza complicata così, e non volevo aggiungere quel livello di esposizione, anche per una questione di sicurezza mia.
La tensione che dici la sento, ma per me si scioglie nel fatto che il punto non è mai il singolo soldato. È il singolo soldato in quanto appartenente a una comunità, a un fenomeno. Non sto indicando l’individuo da processare, sto mostrando una dinamica collettiva. Per questo credo che il valore del progetto resti sostanzialmente intatto anche senza i volti: quello che noti è un fenomeno vero, e lo riconosci lo stesso.
In un’intervista, parlando di Nice Rooms, hai detto che entrare in quei materiali è stato un modo per mettersi nei panni dei carnefici, e che tendiamo a immaginarli come psicopatici o invasati, mentre sono persone passate attraverso un percorso di indottrinamento. Dopo due progetti trascorsi dentro l’autorappresentazione dei carnefici, a che conclusione sei arrivato: il perpetratore è un uomo comune?
Sì, secondo me sono uomini assolutamente comuni. Hanno la loro logica e una vita perfettamente funzionale, forse più funzionale della mia o della tua. Non sono persone particolarmente sadiche: sono il prodotto di un certo tipo di società, quella israeliana, dove la disumanizzazione e la neutralizzazione dell’altro sono radicate. È un po’ la lezione dell’esperimento di Stanford. E i governi sono bravissimi a indottrinare, a trasmettere certi messaggi a una fascia precisa della popolazione, quella maschile e giovane: storicamente i ragazzi giovani alle guerre ci sono sempre andati facilmente, e chi governa lo sa, sa su quali corde far leva con un certo linguaggio. Quindi no, non credo siano sadici per natura. Sono ragazzi come me e te che vivono lì e subiscono l’influenza degli apparati governativi.
Prima di questi progetti ho lavorato a lungo con gruppi non statali dediti alla violenza. Una volta, in Honduras, ero con una street gang mentre andavano a uccidere un ragazzo di una gang rivale. Erano ragazzini, sedici anni o poco più, e uno faceva la diretta su Facebook mentre andavano a farlo fuori con la pistola in mano. Fino a un attimo prima ci stavamo bevendo una birra, un attimo dopo c’era quella scena surreale. Eppure erano ragazzi normalissimi, cresciuti in una società segnata da una violenza endemica, in cui arrivare a compiere certe cose è diventato naturale. È lo stesso meccanismo che ritrovo, in un’altra forma, nella società israeliana.
Federico Vespignani è un fotografo e ricercatore. Il suo ultimo progetto è Short-term but long-term, un archivio di immagini usate dai soldati delle IDF sulle app di dating (550bc, 2025).






