Silenzio, europovero
Mattia Salvia sugli americani che prendono in giro gli europei
La telefonata con cui Donald Trump ha convinto la FIFA ad annullare la squalifica del calciatore Balogun prima di Stati Uniti-Belgio ha riacceso una tensione che sembra essersi ormai fatta identitaria tra le due sponde dell’Atlantico: da una parte le frecciatine degli europei sul fatto che gli statunitensi non hanno la sanità gratuita, dall’altra gli americani che rispondono prendendo in giro gli “europoveri”. Mattia Salvia, fondatore e managing editor di Iconografie, interpreta i non detti geopolitici dietro il meme.
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Questa settimana è successo l’evento per cui ci ricorderemo di questi mondiali di calcio, già di per sé memorabili per diverse ragioni non legate al calcio: il presidente degli Stati Uniti è intervenuto personalmente per cambiare le regole del gioco in modo da avvantaggiare la nazionale statunitense. Folarin Balogun, di ruolo attaccante, era stato meritatamente espulso nella partita contro la Bosnia-Herzegovina e non avrebbe potuto giocare i sedicesimi di finale contro il Belgio. Dato che Balogun è uno dei migliori giocatori americani, Donald Trump ha chiamato Gianni Infantino, presidente della FIFA, e gli ha chiesto di intervenire: il giorno stesso in cui si doveva giocare la partita FIFA ha preso una decisione senza precedenti (o meglio: con dei precedenti, ma non era mai stato fatto durante la fase finale di un mondiale) e ha cancellato la squalifica legata al cartellino rosso appellandosi a un cavillo nel regolamento. Balogun ha potuto giocare. Trump si è congratulato con Infantino per aver rimediato a un’ingiustizia (nella stessa frase, ha detto che fino a quel momento non aveva idea di cosa fosse un cartellino rosso). Non è servito a molto visto che poi la nazionale americana è stata presa a pallonate, ha perso 4-1 e il Belgio ha passato il turno.
Più interessanti di Balogun (buon giocatore, per carità) e della partita (che non ho visto, perché si è giocata alle due di notte ora italiana) è stato però il modo in cui gli americani hanno vissuto e commentato la vicenda nella finestra temporale tra la decisione della FIFA e le relative polemiche e il fischio d’inizio. Mentre la reazione unanime in Europa era di scandalo di fronte a un così evidente episodio di corruzione e a una così sfacciata violazione delle regole del gioco, negli Stati Uniti la maggior parte dei commenti si muovevano su una linea ben diversa: Trump ha fatto bene a intervenire perché l’espulsione era ingiusta, e così facendo ha dimostrato il pragmatismo proprio della mentalità americana che non si fa mettere i piedi in testa da nessuno; gli europei sono dei piagnoni, invece di essere contenti perché possono affrontare la nostra nazionale con tutti i titolari e dimostrare di essere i più bravi si lamentano perché gli è stato tolto un vantaggio su cui contavano. A parlare così non erano, come ci si potrebbe aspettare, solo i conservatori MAGA ma anche un buon numero di commentatori liberal anti-Trump; un’unione sacra stretta intorno alla bandiera che giustificava a spada tratta un’interferenza politica nel calcio. Il tutto mentre gli europei (e i pochi americani onesti) osservavano allibiti, provando a dire che veramente il cartellino rosso c’era, e anche se non ci fosse stato era assurdo pensare di annullarlo il giorno stesso della partita, e ancora più assurdo era farlo dietro richiesta di un capo di stato.
Questa spaccatura di opinioni ha fatto emergere qualcosa di più profondo: quanto si è allargata in pochi anni la distanza tra Europa e Stati Uniti, che ormai non è più solo una distanza politica ma sta diventando una distanza di civiltà. Non è la prima volta che ciò emerge: negli ultimi anni ci sono stati vari momenti in cui gli europei sono ritrovati allibiti di fronte ai comportamenti di quello che fino a pochi anni fa consideravano un alleato e un modello, il paese-guida dell’Occidente. La differenza è che le altre volte questi comportamenti potevano essere attribuiti non agli Stati Uniti in sé, ma a una loro degenerazione: quando Trump minacciava di invadere e annettere la Groenlandia i commentatori (e i leader) europei potevano derubricare la cosa a un’iniziativa personale e solitaria del presidente, in modo che l’immagine dell’America ideale che ancora sopravvive nelle loro menti, costruita su 70 anni di alleanza atlantica ed egemonia culturale statunitense, potesse uscirne senza un graffio. Questa volta, invece, il fatto che l’iniziativa personale di Trump sia stata accompagnata da diffuse manifestazioni di approvazione da parte dell’opinione pubblica statunitense ha mostrato le crepe in quell’immagine idealizzata: si è visto per una volta Trump non come il problema ma soltanto come un sintomo – una cosa che razionalmente sappiamo dal 2016, ma che emotivamente stiamo assimilando appieno soltanto in questi ultimi anni. Anche gli americani che in altri contesti sono pronti a criticarlo, quando si tratta di orgoglio nazionale condividono la sua visione eccezionalista: Trump non fa che suonare le canzoni che gli chiede il suo pubblico.
Mentre la FIFA assecondava Trump e gli europei protestavano indignati, l’opinione pubblica americana rispondeva alle critiche con un meme diffusosi sempre di più negli ultimi anni: europoor, europovero. Secondo Urban Dictionary, è un termine dispregiativo usato dagli statunitensi per riferirsi agli europei e, in particolare, per prendere in giro un presunto senso di superiorità europeo rispetto agli Stati Uniti. Il punto del meme è che quel senso di superiorità europeo sarebbe immotivato: gli europei avranno anche, come amano ricordare, la sanità gratuita, ma gli americani sono più ricchi. In sostanza, dice il meme, gli europei sono degli snob: vanno tanto fieri della loro cultura e della loro qualità della vita, ma in realtà è una fierezza con cui mascherano il fatto che hanno abitudini di consumo molto più limitate; poiché non possono competere con gli americani sul piano dei beni materiali si inventano dei beni immateriali a cui attribuiscono un valore superiore e che sono guarda caso proprio quelli che mancano agli americani. È una sorta di versione internazionale del classico risentimento populista verso “le élite”, dell’odio degli outsider per gli insider – verso uno strato della società che crea e fa rispettare determinati codici invisibili per tenere fuori chi non fa parte del suo gruppo, anche se sul piano materiale è più ricco. Gli europei, dice il meme, sono come quegli aristocratici in rovina tutti fieri dei loro titoli nobiliari perché sono rimasti l’unica cosa che li distingue dalla massa volgare; gli americani sono la massa.
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