Il movimento dei liceali francesi raccoglie oggi il sostegno della maggioranza del paese, ma sulla sua condotta pesa un consenso trasversale: la violenza non risolve nulla. Il sociologo Nicolas Framont, autore di San Luigi (NERO, 2026) attacca quel consenso partendo dal linguaggio, cioè dall’abitudine mediatica a usare la stessa parola per un cassonetto incendiato e per un minorenne pestato dalla polizia. Ne esce una rassegna di vent’anni di referendum aggirati, petizioni, grandi dibattiti nazionali e scioperi oceanici, e una domanda su che cosa resti quando si smette di chiedere ascolto e si prova a costruire un rapporto di forza. L’articolo originale in francese è consultabile qui, mentre per la traduzione si ringrazia Riccardo Mini.
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Se il sostegno al movimento dei liceali francesi è, secondo gli ultimi sondaggi, maggioritario e condiviso da numerose personalità politiche di sinistra e da alcuni giornalisti consapevoli della profonda crisi della vita e del futuro della gioventù popolare, regna tuttavia un consenso: “la violenza non risolve nulla”. Manifestare sì, ma “pacificamente”, e senza dare fuoco ai cassonetti. Se possibile annunciando in anticipo il percorso. Macron, dal canto suo, invoca una mobilitazione “calma, e ordinata”. E poi, perché non “ristabilire il dialogo” in seno ai licei, sulla base di un confronto più approfondito, per esempio? Perché non funziona. Se la “violenza”, termine sul quale bisogna tornare, tanto è vago e arbitrario, si impone, è perché la non violenza è sempre stata inefficace.
Ma insomma, che cos’è la violenza?
Mi ricorderò sempre di quella scena da antologia televisiva, datata 2009, in cui David Pujadas, editocrate parigino ben affermato e connesso con la borghesia, chiedeva spiegazioni a Xavier Mathieu, sindacalista e rappresentante dei lavoratori della fabbrica Continental di Clairoix, minacciata di chiusura. I suoi compagni avevano invaso la sottoprefettura di Compiègne e buttato a terra vari computer; la prima domanda di Pujadas era stata: “Noi comprendiamo molto bene il vostro smarrimento, ma così non si sta andando un po’ troppo oltre? Vi pentite di queste violenze?”. “Lei scherza, spero. Non ci pentiamo di nulla…”, gli aveva risposto il sindacalista. Pujadas: “Le sto facendo una domanda”; Mathieu: “No, no, aspetti. Di cosa vuole che ci pentiamo? Di cosa? Di qualche vetro rotto, o di qualche computer, di fronte a migliaia di vite spezzate? Che cosa sono, in confronto? Bisogna smetterla con questa retorica”.
Le ondate di licenziamenti degli anni Dieci hanno lasciato senza lavoro decine di migliaia di persone, e questa disoccupazione di massa ha provocato divorzi, malattie psichiche e suicidi. Era a questa violenza che faceva riferimento Xavier Mathieu, ma erano i computer rotti della sottoprefettura a suscitare la compassione di David Pujadas.
La definizione di violenza viene sempre attribuita dall’alto. Ne ho parlato di recente: gli attacchi degli agricoltori contro degli edifici pubblici (e contro i loro dipendenti) non sono mai qualificati come violenza, ma come una collera ben comprensibile. Per i liceali in lotta nelle banlieue (perché è lì che tutto è cominciato) è stato immediatamente utilizzato il termine ‘violenza’. Ma che cosa si intende per violenza? Nel linguaggio mediatico si intende, indifferentemente, il danneggiamento di beni e gli attacchi nei confronti delle persone. È alquanto folle, pensandoci, che la stessa parola possa essere utilizzata per parlare di un pestaggio in piena regola (come quelli della polizia, che si è sbizzarrita a più riprese contro dei minori) e dell’incendio di un cassonetto. Ma è normale, in una società borghese, non distinguere i beni dalle persone, dal momento che le persone vengono quotidianamente sfruttate per produrre oggetti e profitto.
Noi però abbiamo il dovere di rifiutare questo utilizzo indifferente del termine. La violenza contro le persone è una cosa, il danneggiamento dei beni, la disobbedienza e le manifestazioni non dichiarate sono un’altra. Mettere tutto nello stesso sacco della ‘violenza’ ci impedisce di riflettere sull’efficacia e l’adeguatezza delle diverse modalità di azione.



