Uscire dal caos, del politologo portoghese Bruno Maçães, è il nuovo libro della nostra collana con NERO. È un manifesto politico che propone dei princìpi per costruire un nuovo ordine internazionale su basi più giuste ora che l’ordine in cui abbiamo vissuto finora si sta sgretolando. Ne pubblichiamo un estratto, in cui parla delle quatto tendenze in cui si può dividere tutta la politica mondiale sulla base delle posizioni su Gaza e sull’Ucraina. Un altro estratto è uscito su Notzine, mentre il libro lo trovate qui.
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Hai la stessa posizione sulla guerra in Ucraina e su Gaza? C’è chi a questa domanda risponde subito di sì, ma poi bisogna vedere se è davvero coerente. Altri invece negano che ci sia una sola posizione giusta o che abbia senso cercare una posizione coerente su questioni globali così diverse. La mia opinione è che dobbiamo invece sforzarci di cercare un terreno comune, per l’ovvio motivo che soltanto facendo appello a princìpi generali possiamo avere una posizione di principio sull’Ucraina e su Gaza. Non può esserci alcun concetto di ordine globale senza la ricerca di princìpi universali che rimangono validi sempre, indipendentemente dai soggetti a cui si applicano. È un esercizio complicato e facilmente criticabile, ma in questo capitolo ho provato ad abbozzare le varie posizioni possibili sui due conflitti più importanti di oggi usando un diagramma a quadranti che ho usato per la prima volta in un articolo sul New Statesman nel novembre 2023, poco dopo l’inizio delle operazioni militari israeliane a Gaza.
I due assi del mio diagramma rappresentano i due punti su cui c’è maggiore disaccordo nel dibattito globale. Il primo riguarda l’Ucraina: credi nel diritto inviolabile dell’Ucraina alla libertà, alla sovranità e all’integrità territoriale oppure, al contrario, credi che questi diritti possano essere sacrificati in nome di qualcos’altro? Il secondo asse, invece, rappresenta lo spetto delle opinioni possibili sul progetto di uno Stato palestinese: credi nel diritto dei palestinesi a uno Stato libero e sovrano oppure credi che questo diritto potrebbe o dovrebbe essere sacrificato?
Il risultato è che il quadrante in alto a destra del mio diagramma rappresenta le voci del dibattito pubblico che sostengono entrambi questi diritti allo stesso modo. Sono le persone che credono nell’idea di un’Ucraina libera e di una Palestina libera. Si potrebbe pensare che le persone che la pensano così siano tante, ma in realtà sono rarissime: mi vengono in mente solo il governo spagnolo di Pedro Sanchez, l’ex presidente cileno Gabriel Boric e un piccolo numero di intellettuali. Sono le persone che si sono esposte con forza per difendere sia gli ucraini che i palestinesi nelle loro lotte nazionali. Li chiamo gli «universalisti», perché tendono a sottolineare la necessità di applicare determinati princìpi in modo universale.
Il quadrante più affollato, invece, è quello in basso a destra. È il quadrante degli «occidentalisti». Nei due anni in cui hanno difeso in modo appassionato la lotta dell’Ucraina per l’indipendenza si poteva pensare che le voci in questo quadrante credessero genuinamente nell’indipendenza nazionale come principio universale, ma adesso bisogna ricredersi. Riguardo al Medio Oriente, ecco che gli occidentalisti considerano la bandiera palestinese un simbolo terrorista, si rifiutano fermamente di condannare il movimento dei coloni israeliani e affermano che il conflitto attuale non ha niente a che fare con l’occupazione israeliana dei territori palestinesi. Sono in grado di assistere con tutta la calma del mondo alla distruzione di Gaza perché il concetto di nazione per loro è, in fin dei conti, subordinato ad altre cose. Ciò in cui credono davvero è che l’Ucraina va difesa perché appartiene all’Occidente, mentre la Palestina no. In questo quadrante troviamo una grande varietà di personaggi, da Antony Blinken e Marco Rubio negli Stati Uniti a Ursula von der Leyen alla guida dell’Unione Europea, dalla rivista di destra The Spectator in Gran Bretagna al partito dei Verdi in Germania.
Il quadrante in alto a sinistra è quello degli «opposizionisti» che sono, non c’è bisogno di dirlo, l’immagine speculare degli occidentalisti. Ridotta all’osso, la loro posizione è che bisogna opporsi all’Occidente – e dato che l’Occidente viene definito in base al potere americano, sia l’Ucraina che Israele sono fortemente sospetti. Un rappresentante di questo approccio è il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva: lo vediamo spesso molto commosso nel commentare la sofferenza dei palestinesi, ma poi tende a dare agli ucraini la colpa delle loro sventure. Un altro è Putin che, tutt’altro che un idealista, fa un’implausibile eccezione per la causa palestinese. Questo gruppo include anche molti intellettuali sia di destra che di sinistra – troppi per enumerarli tutti.
L’ultimo quadrante è il più strano dei quattro: comprende tutti coloro che sorridono con favore di fronte alla distruzione sia del sogno nazionale ucraino che di quello palestinese. È strano perché opporsi all’aspirazione di un popolo all’indipendenza per principio, invece che per semplice convenienza politica, è sintomatico di una mentalità davvero oscura. Eppure gli appartenenti a questa categoria non sono poi così rari: ne troviamo alcuni tra i deputati Repubblicani al Congresso degli Stati Uniti, come i senatori Ted Cruz e Mike Lee, il cui disprezzo per gli ucraini è pari solo all’odio che provano per la causa palestinese. Ma il miglior rappresentante di questa posizione è probabilmente Donald Trump, e una combinazione simile di posizioni si può trovare anche nella destra nazionalista indiana. Chiamo i membri di questo quadrante i «darwinisti», per riconoscere la loro apparente convinzione che la politica globale dovrebbe essere una lotta in cui vince il più forte. Così a colpo d’occhio i darwinisti possono sembrare strani, ma più riflettiamo sulla loro posizione più vediamo che rappresentano una verità profonda della politica globale contemporanea.
Pensiamo a ciò che accomuna sia gli occidentalisti che gli opposizionisti: entrambi fanno appello a princìpi universali, ma solo quando ci sono i loro interessi in gioco; in realtà prima si guardano intorno per vedere chi sono i loro amici e i loro nemici e solo dopo decidono che posizione prendere. Ma se i princìpi universali si applicano solo alla nostra parte, allora non sono affatto universali – e quindi l’appello ai valori e all’universalismo non è altro che un artificio retorico o un meccanismo psicologico per farci sentire meglio con noi stessi e per convincere più facilmente gli altri a sostenere le nostre posizioni. Ibn Khaldun la chiamerebbe «solidarietà di gruppo ristretta». C’è solo un modo per sapere se qualcuno è davvero fedele ai princìpi universali nel campo della politica globale, ed è aspettare che questi princìpi siano messi alla prova in diversi contesti, contro diversi insiemi di interessi e alleanze: solo il tempo rivela la verità. In altre parole, è universale solo ciò che sopravvive quando viene messo alla prova in ogni genere di contesto e circostanza.
Se il mondo di oggi è così diviso tribù, allora l’universalismo non ha futuro. In questo senso i darwinisti rappresentano la verità: col tempo finiranno per dominare la scena, perché ogni appello all’universalismo verrà gradualmente indebolito man mano che viene esposto alle sue contraddizioni. Forse non è una coincidenza che Biden, un tipico occidentalista, sia stato rimpiazzato da Trump, qualcuno più vicino al campo darwinista. Benvenuti nel Kali Yuga, un’epoca di disordine e distruzione. Viviamo alla fine di un ciclo, e spesso a coloro che vivono alla fine di un ciclo il presente appare come un’epoca di distruzione. Ogni valore un tempo considerato importante viene smascherato come fondamentalmente falso. Rimane solo la forza.
Bruno Maçães è un politologo portoghese, editorialista del New Statesman. Tra il 2011 e il 2015, durante la crisi dei debiti sovrani europei, è stato Segretario di Stato per gli Affari Europei del Portogallo.


