E allora il Sudan?
Arif Elsawi su tre anni di guerra civile in Sudan
La guerra civile sudanese è forse il conflitto più violento e brutale tra quelli in corso nel mondo, ma anche il meno raccontato. E anche quando se ne parla, spesso lo si fa in malafede, usandolo per parlare d’altro – in Italia, per esempio, è stato al centro del dibattito solo quando poteva essere usato per criticare le grandi manifestazioni per Gaza del 2025: “perché la Palestina sì e il Sudan no?”. In occasione del terzo anniversario dello scoppio del conflitto, abbiamo parlato con Arif Elsawi, giornalista sudanese impegnato da anni nel racconto delle vicende politiche e militari del proprio paese.
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L’inizio della guerra civile in Sudan viene spesso ridotto a un tentativo di golpe delle Rapid Support Forces (RSF) contro il governo di transizione. Potresti spiegare brevemente ciò che è accaduto?
Sono state espresse svariate teorie sulle cause della guerra, ma la mia opinione di giornalista che segue da decenni le vicende del proprio paese è che tutte queste spiegazioni rappresentino soltanto una parte della storia. Dobbiamo quindi guardare a quanto è accaduto prima del momento in cui è stato sparato il primo colpo. Non ha senso chiedersi chi abbia iniziato la guerra e, in effetti, ognuna delle parti accusa l’altra di aver tentato di prendere il potere con un colpo di Stato. Il fattore principale da analizzare, a mio avviso, è la precedente situazione politica del paese: dal 1989 abbiamo avuto il regime autoritario di Omar al-Bashir, che governava con una condivisione del potere tra l’esercito e un partito politico civile. Quel sistema è durato trent’anni perché è riuscito ad evolversi secondo le proprie necessità e, in questo senso, si può dire che le proteste del 2019 ebbero successo proprio perché, da un decennio, il regime era diventato sempre più refrattario al cambiamento. In effetti, anche persone interne al sistema erano d’accordo con i manifestanti e questo posizionamento ha permesso loro di restare al potere – per tutta la mia vita, insomma, il Sudan è stato governato, bene o male, sempre dalle stesse persone. Con la rimozione di al-Bashir si è posta la questione di quale nuova alleanza politica dovesse prendere il posto di quella precedente e, dopo decenni di regime a partito unico che controllava il potere e i media, si era finalmente aperto uno spazio di libertà per tutti quelli che vi si erano opposti. Gli intellettuali sudanesi speravano in una transizione democratica, ma sopraggiunsero notevoli complicazioni: c’erano più di cento gruppi armati e settanta partiti politici da integrare nel nuovo sistema, senza contare la società civile, i sindacati e le associazioni professionali. Moltissimi gruppi avevano partecipato alla rivoluzione e ora volevano prendere parte alla ricostruzione del paese, ma mancava un progetto chiaro su come farlo.
Un problema ancora peggiore consisteva nel fatto che il regime, prima di cadere, aveva creato le RSF, una forza paramilitare pensata per affiancare l’esercito ma che si era evoluta in un’impresa militare quasi privata, controllata da Mohamed Hamdan Dagalo, detto Hemeti, e da suo fratello. Tra il 2019 e il 2021, le RSF sono cresciute a dismisura – passando da 6.000 a 120.000 soldati – e sono diventate sempre più indipendenti dal governo, nonché più ricche. Già sotto il vecchio regime, avevano ottenuto contratti per combattere nello Yemen al fianco degli Emirati Arabi Uniti, il che ha portato loro una tale quantità di denaro che, prima della guerra, le RSF controllavano quattro banche e avevano grandi investimenti nelle miniere d’oro e nelle infrastrutture – una situazione tutt’altro che adatta a permettere una normale transizione verso la pace. Insomma, avevamo al potere due generali [il presidente Abdel Fattah al-Burhan e Hemeti come suo vice, ndr], entrambi molto ambiziosi e con enormi risorse, nonché reciprocamente diffidenti. Negli ultimi tre mesi prima della guerra, non c’era più nessuna comunicazione tra i due; questo, ovviamente, ha alimentato paure e sospetti, e ogni azione veniva interpretata come una possibile preparazione all’attacco. Oltre a questo, sappiamo con certezza che in Sudan agiscono anche potenze straniere, in particolare gli Emirati Arabi Uniti, con un’intensità tale che possiamo dire che il loro intervento sia più rilevante di quello degli attori locali.
Come hai sottolineato, all’origine di questa guerra c’è, paradossalmente, un evento che aveva rappresentato una grande fonte di speranza per il Sudan: la rivoluzione del 2019 e la caduta del regime di al-Bashir. Che cosa accadde in quel momento e quali sono state le eredità politiche e sociali di quella fase?
Quella del 2019 non è stata la prima sollevazione popolare nella storia sudanese contro un regime militare o autoritario (anzi, era già successo nel 1964 e nel 1985), ma fu comunque molto diversa rispetto ai precedenti. Intanto, si deve considerare che ci è voluto del tempo perché le comunità, i sindacati e le associazioni professionali si organizzassero e trovassero una voce nel dibattito su come dovesse essere il futuro del paese – fermo restando che ogni riflessione partisse dalla necessità di rimuovere l’allora presidente, Omar al-Bashir. In precedenza si era dato priorità a metodi diversi, come il dialogo nazionale, ed è servito più di un anno perché le persone in strada acquisissero consapevolezza e formassero un pensiero condiviso. A quel punto, tutti i progetti erano riassunti in slogan semplici, ma le manifestazioni erano ben organizzate, specie a partire dai sit-in davanti al quartier generale dell’esercito nell’aprile 2019. In quel periodo, io ero in Sudan e ho avuto modo di parlare con molti manifestanti: ho notato come fossero molto preparati sul piano teorico, pur essendo perlopiù molto giovani, e consapevoli del contesto sudanese come di quello globale.
Tuttavia, in quel momento, le organizzazioni politiche non erano nella posizione di trarre vantaggio dal modo in cui la società civile si stava organizzando. A dirla tutta, la società si era organizzata molto meglio dei partiti politici, e questo non era mai successo prima nella storia del Sudan. Dopotutto, per trent’anni il regime aveva perseguito un unico obiettivo, ovvero l’indebolimento delle organizzazioni politiche. Non c’è stata per anni alcuna vera competizione politica nel Paese e i dirigenti di partito erano stati costretti all’esilio, ritrovandosi così senza contatto con la realtà e più distanti dai problemi concreti della popolazione. D’altra parte, però, ciò che ho visto è stato qualcosa di unico nella storia del Sudan: per la prima volta era in atto un movimento che rappresentava la grande maggioranza della popolazione e infatti le manifestazioni non si sono svolte solo a Khartoum, ma in tutte le città del paese. Di solito tutto avveniva nella sola capitale mentre quello del 2019 è stato un movimento realmente nazionale, che ha coinvolto tutte le regioni, gli Stati e le comunità, profondamente radicato nella società.
Le RSF sono notoriamente responsabili di crimini estremamente gravi contro la popolazione civile, soprattutto nella regione del Darfur – una brutalità che non è nuova per questo gruppo. Come si può spiegare una violenza così incessante contro i civili e quali sono i precedenti nella storia recente del paese?
In Sudan abbiamo assistito per molto tempo a guerre civili e conflitti – nel Sudan del Sud, nel Darfur, nel Kordofan meridionale e in altre aree – ma, effettivamente, il livello di violenza che vediamo oggi è inedito. Perché succede questo? Prima di tutto, è naturale che se si forniscono armi, autorità e un “via libera” a questi gruppi per condurre operazioni militari, il risultato sia qualcosa di estremamente negativo. Il motivo è semplice: sanno come condurre questo tipo di operazioni. Li mandi in un villaggio, lo circondano, lo incendiano e lo radono al suolo. È quello in cui sono “bravi”. Quanto sta accadendo oggi non è così diverso da quanto avevamo già visto in passato nelle aree rurali, ma nessuno pensava che potesse accadere in una grande città. Un esempio in questo senso sono i crimini di guerra commessi tra il 2004 e il 2006 dagli stessi gruppi che sono poi confluiti nelle RSF e che attirarono una tale attenzione internazionale che la campagna “Save Darfur” fu una delle più grandi mobilitazioni globali dell’epoca. Questa volta, però, c’è un altro elemento che determina una notevole differenza rispetto al passato: il livello tecnologico delle armi ha contribuito in modo decisivo all’aumento della scala e dell’intensità dei crimini commessi in questa guerra. In passato, le guerre in Sudan si combattevano con armi molto rudimentali – vecchi equipaggiamenti russi o armi leggere – e anche se trecento uomini attaccavano un villaggio, la portata dei combattimenti non era paragonabile a quello che si può fare oggi con un drone che colpisce un mercato dall’alto.
In secondo luogo, c’è il sostegno fornito dall’estero alle RSF. Nessun gruppo armato nella storia sudanese ha mai ricevuto il supporto di cui hanno goduto le RSF negli ultimi anni; parliamo di una rete di approvvigionamento che attraversa più Paesi (in particolare Libia, Ciad e Somalia) e che è sostenuta da enormi quantità di denaro – un solo aereo che attraversa l’Oceano Indiano, atterra in Ciad e rifornisce le RSF di armi può costare mezzo milione di dollari al giorno. I sudanesi, in effetti, non avevano mai concepito un tale grado di violenza, saccheggi, furti e distruzione. Nonostante questo, hanno trovato il modo di ricostruire la propria vita malgrado la guerra, di aprire nuove rotte commerciali, di andare avanti nonostante l’enormità dei crimini commessi dalle RSF in tutto il Sudan. Credo che ci vorrà molto tempo per capire il senso di tanta violenza e cosa abbia generato un simile livello di aggressività, non basta studiare le milizie dal punto di vista sociale, politico o economico. Va comunque sottolineato un punto: le RSF reclutano moltissimi giovani e queste persone non spariranno alla fine della guerra. Non esiste una soluzione al conflitto che consista nell’escluderli completamente dal futuro del Paese. Si possono smantellare le RSF come organizzazione, ma non le persone che le compongono né le comunità che si sono allineate con loro. Come sudanesi, dobbiamo guardare al quadro più ampio se vogliamo davvero portare la pace nel nostro paese. Forse serviranno il perdono e il dialogo, forse una forma di giustizia di transizione; quanto è certo è che non si possono più tollerare le violenze contro i civili sulla base dell’appartenenza comunitaria, etnica, linguistica o religiosa e che se la guerra continua a questo livello, arriveremo a un punto in cui il Sudan potrebbe non riprendersi mai più.
Nonostante la brutalità del conflitto, i media e la comunità internazionale sembrano in gran parte disinteressati a ciò che sta accadendo in Sudan. A cosa attribuisci questa mancanza di interesse?
È difficile capire perché una parte dei media non abbia raccontato questa storia. Come giornalista, capisco il mestiere ma non posso giudicare le decisioni editoriali altrui. Dall’altra parte, però, la crisi del Sudan dura ormai da molti anni e il mondo non solo non ha prestato attenzione a ciò che stava accadendo, ma ha contribuito attivamente alla creazione di questa situazione. Se si fosse trattato di un conflitto totalmente interno al Sudan avrei anche potuto capire questo disinteresse, ma si è arrivati a questo livello di violenza, come detto, proprio perché ci sono stati numerosi interventi esterni da parte di altri paesi e per questo ci si aspetta che la comunità internazionale si assuma le proprie responsabilità. Nessuno dall’esterno può decidere come i sudanesi debbano governarsi, eppure, persiste un intervento diretto da parte di paesi decisamente più ricchi che investono una quantità tale di risorse da avere inevitabilmente un impatto diretto significativo sul campo e sullo sviluppo del conflitto. Inoltre, molte agenzie delle Nazioni Unite, tra cui il Programma Alimentare Mondiale e l’UNICEF, denunciano l’insufficienza dei fondi per fornire assistenza alla popolazione sudanese. Questo, a mio avviso, è uno degli ambiti in cui la comunità internazionale può intervenire legittimamente, senza interferenze politiche dirette ma restando nei limiti del diritto internazionale e delle organizzazioni multilaterali.
Ad ogni modo, i recenti sforzi internazionali – dalla Dichiarazione di Gedda del 2023, fino agli ultimi contatti tra Arabia Saudita, Emirati, Stati Uniti e altri attori internazionali – mostrano che la comunità internazionale sta iniziando a prestare attenzione a quanto accade in Sudan. In effetti, fino a qui lo scarso interesse per la guerra in Sudan si è dovuto anche ad una mancanza di conoscenza del contesto; per anni si è trattato di un contesto politico a cui si è prestata poca attenzione, banalmente perché non c’erano interessi diretti in gioco. Solo di recente la guerra è diventata “interessante”, quando molti studiosi, ricercatori e think-tank autorevoli hanno notato che il conflitto aveva un impatto diretto anche sugli altri paesi della regione – Libia, Ciad, Sudan del Sud, Siria. Come dicevo prima, le linee di rifornimento delle RSF attraversano tre o quattro Paesi confinanti, per cui un’enorme quantità di risorse sudanesi – denaro, oro, gomma arabica e altre materie prime – vengono oggi contrabbandate attraverso questi corridoi finendo per alimentare il conflitto.
Dallo scoppio della guerra, la popolazione sudanese non è rimasta passiva; al contrario, esistono diversi esempi di mobilitazione dal basso, come le Emergency Response Rooms. Potresti spiegare come funzionano queste iniziative e di cosa si occupano?
Già dall’inizio della guerra, alcune comunità sudanesi hanno creato una sorta di risposta a ciò che stava accadendo, aprendo al bisogno le proprie case, i propri rifugi e le scuole e organizzando emergency rooms, mense pubbliche e iniziative simili. Guardando agli ultimi due anni e mezzo, è evidente l’impatto che hanno avuto queste iniziative nel ridurre i rischi corsi dalla popolazione. Abbiamo avuto modo di raccogliere migliaia di storie di persone che ricevevano assistenza da perfetti sconosciuti, anche per lunghi lassi di tempo. Immagina aprire la tua casa a una famiglia di sei persone senza nemmeno sapere quando se ne andranno: ormai questo scenario è diventato qualcosa di ricorrente in moltissime città. Il Sudan potrebbe diventare un incredibile caso di studio sulla coesistenza, in una società, di violenza e armonia, sostegno sociale e distruzione; sarebbe interessantissimo mobilitare psicologi, antropologi e altri esperti per analizzare questa situazione. Tutto questo permette di restare in una certa misura ottimisti rispetto al futuro, mostrando come esista ancora un qualche senso comunitario nella società sudanese a partire dal quale si potrà ricostruire il paese proprio perché si è trattato di una risposta spontanea alla crisi in atto.
Anche la redazione di cui faccio parte si è impegnata in questo senso attraverso il solution journalism e la condivisione di modi innovativi di affrontare le varie situazioni critiche nei singoli contesti locali – per esempio, se qualcuno ha trovato una strategia per rispondere alla carenza d’acqua o dell’elettricità, noi ne raccontiamo la storia concentrandoci non sul problema ma sulla sua soluzione. D’altra parte, la condivisione di esperienze e conoscenze – che si tratti di modi di coltivare la terra, allevare cammelli o persino di cucinare – continua ogni volta che delle persone sono costrette a sfollare da un villaggio all’altro. Sono dinamiche che si trovano raramente nei media ma che avranno un grande impatto nel futuro del paese. Purtroppo, più la guerra continua e più questo tessuto sociale viene irrimediabilmente danneggiato – anche a causa di un forte discorso d’odio e settario sempre più diffuso nei social media.
La brutalità dimostrata dalle RSF ha raggiunto livelli tali che istituzioni internazionali ed esperti hanno iniziato a sospettare che nel paese sia in corso un genocidio. Sei d’accordo con questa definizione?
Mi sembra che oggi termini come “crimini di guerra” o “genocidio” si usino per descrivere qualsiasi tipo di conflitto. Quello che è certo è che gran parte dei sudanesi sono stati profondamente segnati dai crimini e dalle violenze subite e che avranno bisogno di enorme supporto per riprendersi da queste esperienze, ma non sono sicuro che questi termini siano stati applicati in modo appropriato rispetto alla situazione del paese. Quello che è successo in Sudan, così come in molti altri conflitti, è che fin dall’inizio si sono verificati crimini e violenze di grande entità. Come giornalista, penso che solo un’indagine seria e approfondita ci permetterà di comprendere davvero cosa è successo, e credo che sia necessario farla. Anche l’ONU ha sottolineato la necessità di un intervento rapido sul campo che permetta di raccogliere le prove prima che vengano distrutte e ricostruire in questo modo gli eventi. Non si tratta semplicemente di punire qualcuno o portarlo in tribunale: occorre capire cosa è successo a partire da dati concreti per poter prendere decisioni di lungo respiro. Quello che propongo è di istituire una grande indagine internazionale che tocchi tutte le città del Sudan, non solo Tahrul o Tashir, e che duri tutto il tempo necessario per analizzare ogni crimine, capirne la portata e anche i moventi. Solo così potremo capire se si tratta di un genocidio o di crimini specifici e decidere quindi come agire. Non penso che le solite soluzioni, come arrestare alcune persone e portarle davanti alla Corte Penale Internazionale, siano sufficienti e forse esiste un modo in cui i sudanesi stessi possano unirsi e decidere un percorso diverso.
Arif Elsawi è un giornalista sudanese, residente a Nairobi (Kenya) da vari anni per via della propria attività investigativa. È stato tra i fondatori del Sudan Facts Center for Journalism Services ed è caporedattore della rivista Atar.





