Una tempesta perfetta
Cecilia Sala sulle proteste in Iran
All’inizio di quest’anno il governo iraniano ha bloccato completamente internet nel paese e represso nel sangue le grandi proteste che andavano avanti da settimane. Dopo cinquant’anni, per la prima volta è sembrato che la Repubblica islamica dell’Iran potesse cadere. Da dove arriva questa crisi e quanto è grave la situazione in Iran? Ne abbiamo parlato con Cecilia Sala, giornalista di esteri, che in Iran è stata detenuta come ostaggio alla fine del 2024.
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L’Iran è attraversato da alcune delle proteste più grandi e violente della sua storia recente che, come nella rivoluzione del 1979, sono iniziate sulla spinta dei bazari. Come hanno fatto le proteste a diventare così grandi e cosa è cambiato rispetto ad altri movimenti di piazza degli ultimi anni?
Intanto va detto che, per il momento, le manifestazioni in corso non possono essere considerate più grandi di quanto non sia stato “Donna Vita Libertà”, che durò per mesi. Sono passate solo poche settimane e, probabilmente, le persone si sono già chiuse nelle proprie case dopo le migliaia di vittime causate dalla repressione governativa — le stime sono senza precedenti. Detto questo, è interessante che le proteste siano cominciate dai bazari perché questo elemento rende evidente come un po’ tutti gli iraniani siano sempre più arrabbiati, sebbene per ragioni diverse: alcuni per l’assenza di diritti, altri perché mancano i soldi o per entrambe le cose. In questo contesto, la prima scintilla è stata la chiusura dei negozi da parte di un gruppo di negozianti di un piccolo centro commerciale di elettronica di Teheran, dal momento che gli apparecchi elettronici sono quasi tutti di importazione e quando crolla la moneta locale, le importazioni diventano insostenibili e i prezzi schizzano alle stelle. L’inflazione in Iran è al 40% – in Italia è poco sopra l’1% – e questo, chiaramente, distrugge la capacità d’acquisto di tutti e costringe le persone a lavorare sempre di più, fino a quando la loro vita non si riduce che a quello. Tutto questo, ad ogni modo, è stato una conseguenza diretta delle sanzioni imposte da Trump nel 2018, quando gli Stati Uniti si ritirarono dall’accordo sul nucleare firmato da Obama e diedero avvio alla strategia della massima pressione contro l’Iran, anche imponendo sanzioni secondarie che, sfruttando il potere del dollaro, impediscono l’accesso ai mercati finanziari globali. Fino a quel momento, il valore del riyal iraniano era stato relativamente stabile, mentre dopo le sanzioni aveva già perso un quarto del proprio valore per poi arrivare ai record pazzeschi degli ultimi mesi – un milione e mezzo di riyal per un dollaro il 28 dicembre. La rabbia è dettata anche da altre ragioni: i primi cinquanta focolai di protesta si sono tutti concentrati in luoghi che hanno avuto enormi problemi con le forniture d’acqua nell’ultimo anno. Il tema è diventato sempre più serio, al punto che il presidente era arrivato a considerare la possibilità di evacuare Teheran, una città da 10 milioni di abitanti, proprio per le difficoltà nel garantire la distribuzione dell’acqua potabile. Infine, c’è anche la questione energetica: in Iran ci sono blackout controllati di due ore al giorno, perché il paese – pur avendo le terze più grandi riserve petrolifere del mondo e le seconde di gas naturale – non riesce a produrre abbastanza energia per i propri cittadini.
Gli iraniani, insomma, sono arrabbiati per tanti motivi e la scintilla delle proteste sarebbe potuta essere un’altra. Quello che ha fatto sì che le manifestazioni non siano state che una rapida fiammata di malcontento è stata l’adesione alle proteste della generazione Z e degli studenti, che hanno rilasciato un comunicato che non parla della situazione economica, ma accusa il regime di rubare il futuro degli iraniani da 47 anni – e che quindi questo non va riformato, ma abbattuto. Proprio come nel 2022, anche questa volta sono i giovani a fare il grosso delle piazze. Poi, nel momento in cui sono iniziati i blackout e i massacri, questi gruppuscoli di giovani sono riusciti a portare in piazza anche i genitori e a riempire davvero le strade. Come in ogni regime, quelli che hanno il coraggio di scendere in strada sapendo di rischiare l’arresto o la vita sono relativamente pochi, ma sappiamo che sono tanti quelli che, dalle proprie case, simpatizzano con loro. La differenza, questa volta, non sta tanto in una maggiore debolezza interna della Repubblica Islamica. Il punto è che, rispetto alle proteste del passato, l’Iran è nel cuore di una tempesta perfetta palesata nella propria debolezza esterna. Basta guardare alle proteste del 2019: all’epoca i progetti della Repubblica Islamica sembravano andare a gonfie vele e Teheran proiettava un’immagine di grande forza. Soleimani era ancora vivo, Hezbollah non aveva mai perso una guerra contro Israele e Hamas governava Gaza. Anche gli Houthi sembravano invincibili, al punto da poter lanciare un attacco clamoroso contro gli impianti petroliferi dell’Arabia Saudita e fronteggiare la coalizione internazionale formata contro di loro, mentre Assad sembrava essere uscito indenne dalla guerra civile. Il Medio Oriente post-7 Ottobre, però, è uno spazio completamente diverso, in cui Israele, dopo il massacro a Gaza, ha abbattuto tutti gli altri alleati dell’Iran per poi bombardarne direttamente il territorio, una cosa che non aveva mai fatto prima. Anche se quella guerra è durata solo 12 giorni, è stato evidente che l’Iran non sarebbe riuscito a sostenere un conflitto più lungo e che il Paese non aveva una contraerea né un’aviazione capaci di proteggere il proprio territorio. La questione è molto grave per l’Iran perché, sebbene l’economia allo sbando e l’assenza di libertà, fino ad oggi, poteva almeno garantire la sicurezza della popolazione. Così come l’Iran non può rispondere militarmente agli attacchi statunitensi e israeliani, non può risolvere nemmeno la questione della moneta fino a quando Trump non avrà intenzione di ritirare le sanzioni: insomma, nessuna delle cause della rivolta dipende direttamente dal governo iraniano, che può solo tentare mosse disperate come la concessione di 7 dollari al mese per cittadino. Come dicevo, è il contesto che rende questa protesta diversa dalle precedenti, non la rabbia degli iraniani o la forza della contestazione.
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