Vedo gente, monitoro cose
Daniele Zinni su guerre, meme e scommesse
Nel nostro mondo sempre più grottesco, vale una sola regola: ogni volta che scoppia una crisi internazionale, un qualche meme diventa immediatamente virale. Senz’altro è una conseguenza del ruolo centrale delle immagini nel racconto della politica internazionale, ma questa tendenza ci racconta molto anche sul nostro modo di rapportarci alla realtà nel suo complesso. Come spiega Daniele Zinni – memer e scrittore – è il caso del meme “monitoring the situation”, tornato in auge con l’aggressione americana al Venezuela e le minacce alla Groenlandia.
Sin dai primi momenti successivi all’attacco-lampo statunitense contro il Venezuela, sui social sono tornati a circolare i meme sul “monitorare la situazione”, un’idea capace di evocare contemporaneamente la nostra impotenza di spettatori e le più recenti perversioni di quella stessa impotenza. E anche l’attività più comune, in queste settimane, tra chiunque abbia a cuore (ognuno a modo suo) i destini della Groenlandia. Il primo momento di viralità del monitoring the situation è stato a metà giugno 2025, durante la guerra che ha contrapposto Israele e USA da una parte e l’Iran dall’altra, e in seguito si è diffuso a tal punto da essere utilizzato anche dall’account Twitter ufficiale della Casa Bianca. È difficile capire perché sia accaduto proprio allora. Dopotutto, non si trattava certo di un’espressione nuova: l’Oxford Dictionary mostra un’impennata di occorrenze del verbo inglese monitor già fra gli anni Sessanta e Novanta, in parallelo con la diffusione dei videoterminali per computer, poi l’assestamento su un livello stabile – e presumibilmente la dinamica è stata più o meno la stessa con l’italiano “monitorare”.
In quei giorni alle porte dell’estate scorsa deve essere successo qualcosa di inedito: anzi, meglio, deve essersi condensata un’atmosfera che già aleggiava sulle nostre vite online. Io stesso – che faccio un’ideologia dello snobbare le notizie aggiornate in tempo reale e preferisco perdere tempo a informarmi una volta sola a cose fatte – ricordo un pomeriggio dello scorso giugno passato a tenere d’occhio un canale Telegram che forniva informazioni su ogni singolo missile sparato o abbattuto da ciascuna delle parti in conflitto. Per giunta, mi sentivo come se avessi i piedi in due universi paralleli: da un lato, ero preda di una compulsione dopaminica invincibile che mi faceva reagire alle notifiche con l’obbedienza di un cane addestrato; dall’altro, davanti allo stesso computer, restavo impegnato nel mio lavoro quotidiano, dove l’onda d’urto delle esplosioni non è arrivata quel giorno né in quelli successivi.
Di certa, c’è la carica comica dell’espressione, insieme tecnica e vaga, “monitorare la situazione”. Se chi dice di “tenere sotto controllo una situazione” suggerisce che potrebbe intervenire per indirizzarne gli sviluppi (magari anche sopravvalutando le proprie forze), chi “monitora” pare rinunciare da principio a ogni ruolo attivo e tenersi a distanza dalla scena – tanto disciplinato nell’osservarla, quanto inerte. In questo senso, è un caso significativo che l’Alta rappresentante Kaja Kallas abbia twittato proprio “L’UE sta monitorando attentamente la situazione in Venezuela”, certificando in prima persona l’irrilevanza dell’istituzione che contribuisce a guidare. “Monitoriamo la situazione” fa lo stesso effetto che fa il Drugo in Il grande Lebowski quando dice “Questo è un caso molto complicato, Maude: un sacco di input e di output”. Ma come parla? Ha idea di cosa sta dicendo? Ad amplificare il contrasto tra forma specialistica del “monitoraggio” e la sua sostanza vacua intervengono spesso accostamenti della battuta a immagini di persone travolte dagli eventi oppure, in via ironica, a persone sicure di sé, persino compiaciute, che però s’intende non stiano facendo assolutamente nulla.
Una tra le prime occorrenze del monitoring the situation, secondo l’enciclopedia online Know Your Meme, risale a sei mesi prima dei bombardamenti israelo-iraniani e riguardava la sua presunta natura di masculine urge, ossia di bisogno identitario maschile. Tuttora, la tendenza continua a essere attribuita principalmente agli uomini, forse perché si abbina bene ad altri stereotipi di genere: su tutti, la pretesa di comprendere a fondo l’attualità politico-economica, per poi magari impegnarsi a spiegarla alle donne. In questi anni di sfiducia verso le testate d’informazione tradizionali, gli uomini sembrano aver iniziato più delle donne a dare grande valore al trovare “le proprie fonti”, intermediari di verità sceltissimi in mezzo al mare di analisti indipendenti, esperti della current thing, ricercatori OSINT e cosplayer di ciascuna delle categorie precedenti. “Monitorare la situazione” di fatto significa semplicemente seguire i canali social di queste persone; in altre parole, significa attribuire dignità professionale al comunissimo doomscrolling, confermando così quell’altro luogo comune sugli uomini, secondo cui sentirebbero il bisogno di elevare le proprie attività di piacere ben al di sopra del mero “hobby”. Altri utenti, più prosaicamente, riconducono la propensione maschile al monitoraggio delle situazioni in corso al loro timore di essere reclutati.
Ma i fili che sono arrivati a intrecciarsi nel monitoring contemporaneo partono da più lontano. A quindici anni di distanza, vale la pena ricordare il primo momento in cui globalmente “abbiamo” realizzato che gli spazi di condivisione online avevano assunto un ruolo nuovo e potevano attirare nuovo interesse: le cosiddette Primavere arabe, tra la fine del 2010 e l’inizio del 2011. Sulla base di un qualche episodio in cui Twitter e Facebook si erano rivelati utili ai manifestanti per organizzarsi o per sfuggire alla repressione, in Occidente si magnificò a lungo l’intrinseco potenziale anti-autoritario e rivoluzionario dei nuovi media. Una pagina del romanzo Io odio Internetdi Jarett Kobek (Fazi Editore, 2018) ce lo ricorda con poche parole taglienti:
L’informazione si era concentrata su Facebook e Twitter.
Ecco alcuni titoli di quel periodo:
“L’Egitto sta per fare una rivoluzione via Facebook?”.
“La rivoluzione egiziana 2.0: il fattore Facebook”.
“La prima rivoluzione via Twitter”.
“Quella tunisina è stata una rivoluzione via Twitter?”.
Proteste sociali che avvenivano in paesi lontani migliaia di chilometri, in un altro continente, venivano trattate come pubblicità per multinazionali che avevano sede a San Francisco e dintorni.
Certo, ai tempi il tecno-entusiasmo intorno a qualunque cosa uscisse dalla Silicon Valley era la regola, ed erano ancora lontani gli scandali e il techlash di fine anni Dieci. Oggi è facile avere una visione più laica, considerare che i mezzi di comunicazione possono essere non solo generiche piuma o ferro, ma ferro in mano ai ribelli o ferro in mano all’ordine costituito, e che l’orizzontalità (presunta) della comunicazione è utile solo fino a un certo punto. Tuttavia, il fallimento di quelle rivolte non deve farci perdere di vista il fenomeno che sorgeva nello stesso periodo e che da allora ha continuato a crescere senza intoppi: speculare al desiderio di trasmettere reporting di prima mano dalle scene “calde” del pianeta, è cresciuto il desiderio di riceverne — e proprio a partire da quel desiderio, oggi parliamo di “monitorare la situazione”.
All’inizio di maggio 2011, uno specchio fu alzato davanti a tutti coloro che avevano passato i mesi precedenti a setacciare e refreshare Twitter: la Casa Bianca diffuse la foto di Obama e di alcuni tra i principali responsabili della sicurezza nazionale statunitense che fissavano un unico punto fuori dall’inquadratura. Stavano tutti seguendo in diretta video la cattura e l’assassinio di Osama bin Laden, e, in una composizione da dipinto barocco, sembravano interpretare ciascuno un’emozione diversa davanti al momento storico: concentrazione, stupore, apprensione, disgusto, curiosità, circospezione. Un ufficiale dell’esercito, al centro, è l’unico che non guarda lo schermo fuori dall’inquadratura bensì la tastiera del suo laptop, su cui sta digitando qualcosa.
In quel momento storico i reaction video erano già un genere a sé stante su YouTube, e quella della Casa Bianca non può che definirsi come una vera e propria reaction photo: guardarla ci insegnava come dovevamo sentirci in relazione al contenuto originario (la notizia, più che il video mai diffuso dell’operazione) e soprattutto ci mostrava che un laptop e un paio d’occhi erano sufficienti per sentire che stavamo “monitorando la situazione” né più né meno che lo stesso presidente degli Stati Uniti. E, come se non bastasse, il tutto avveniva nel posto ideale: nientemeno che nella “Situation Room”! O almeno, così ci hanno detto inizialmente i giornali, per poi chiarire che il termine non designa una stanza sola ma un complesso di stanze, e che quella ritratta era una delle sale riunioni minori, attigua alla principale. Da cui discende che la “Situation Room” esiste in funzione della situation, non della room. E allora è il caso di rievocare l’antico aneddoto secondo cui Massimo D’Alema disse, davanti a un tavolo quadrato, “Capotavola è dove mi siedo io”; ebbene, nel XXI secolo la Situation Room è dove ti siedi tu, davanti al tuo laptop, popolato da una varietà di moti dell’animo da fare invidia a Inside Out.
Gli anni passavano e i nostri occhi vedevano sempre più lontano, ma intanto cresceva la sensazione di stare alla finestra ad assistere a tutti gli incidenti sulla rete stradale mondiale, senza però poterne impedire neppure uno. Dal 2013, iniziò a diffondersi come meme una coppia di vignette tratte da un webcomic del fumettista KC Green: in una stanza ingolfata di fuoco e di fumo, un cane col cappello sedeva composto vicino a un tavolo e commentava “This is fine”. L’autore aveva tratto ispirazione dalla sua esperienza di depressione, in particolare dal tentativo di ignorare i giorni in cui tutto sembrava andare storto; nelle vignette seguenti, il cane insisteva nel negare l’evidenza mentre veniva orribilmente consumato dalle fiamme. Per molti, questa serie di immagini divenne l’emblema di una condizione esistenziale generalizzata.
Tempo dopo, nel 2021, un’altra scena casalinga sembrò più adatta delle vignette di KC Green a vincere la competizione per la sopravvivenza memetica: un sorridente Peter Griffin seduto in poltrona, telecomando in mano, che commentava “Ah, bello” ma poi si riferiva a qualcosa di niente affatto bello, tipo “orrori artificiali al di là della mia comprensione”. L’immagine possedeva una qualità fondamentale che mancava al cane tra le fiamme e che nei primissimi anni Venti aveva un valore particolare, ovvero il posizionamento del protagonista davanti a uno schermo, come lo eravamo tutti, perennemente, sin dai primi giorni del lockdown anti-pandemico. Magari non era uno schermo televisivo, quello che guardavamo più spesso, ma in questo Peter Griffin si rivelava un’antenna pronta a carpire i primi segnali di ciò che oggi appare evidente: i social non ci propongono più i post dei nostri amici ma i contenuti dei creator, i podcast non si accontentano più dell’audio e vanno anche in video, le piattaforme di streaming come Netflix danno ormai per scontato che le persone guardino film e serie con un occhio solo mentre cucinano o scrollano, e insomma, come ha scritto il giornalista Derek Thompson, tutto ciò che non era televisione è diventato televisione.
Il problema è che la poltrona al centro del nostro personale panopticon somiglia sempre meno a quella di Peter Griffin e sempre più a un sedile dove sottoporci alla cura Ludovico. Possibile che Bentham e Foucault non avessero pensato al rischio di iperstimolazione, per il povero guardiano incaricato di monitorare tutte le situazioni? La soluzione più razionale è anche la più assurda: rinunciare direttamente a sciogliere la corda che ci lega ai feed e anzi stringere un nodo in più, cercando di trarne un guadagno economico. Per questo scopo esistono i prediction market, piattaforme online che permettono di scommettere su qualunque tipo di evento, dallo sport al meteo, dalla politica locale a quella internazionale. Negli ultimi due anni, mercati come Kalshi e Polymarket hanno conosciuto una crescita notevolissima, arrivando a stringere partnership con prestigiose testate d’informazione così da essere citati come rappresentazioni affidabili dell’opinione pubblica.
Nuove e prive di barriere regolamentari, queste piattaforme sono esposte a livelli di insider trading mai visti prima. Il giorno prima del blitz statunitense in Venezuela, un singolo utente ha scommesso 30.000 dollari sulla caduta di Nicolás Maduro, per ottenere al mattino dopo un profitto netto di oltre 430.000 dollari; in un episodio analogo Karoline Leavitt, portavoce della Casa Bianca, ha interrotto improvvisamente una conferenza stampa dopo 64 minuti e 30 secondi, permettendo a chi aveva scommesso su una durata inferiore ai 65 minuti di guadagnare circa 50 volte la cifra puntata. Le scommesse truccate non invogliano a partecipare, ma in generale la pubblicità intorno ai mercati delle previsioni è diventata costante; e se non tutti abbiamo il talento per diventare creator, siamo tutti in grado di investire del denaro su un “Sì” o su un “No”, giustificando la compulsione a tenere d’occhio social e siti d’informazione con una scusa che sembra al contrario un’aggravante: il gioco d’azzardo.
Nel fumetto V for Vendetta, il protagonista riesce a scatenare il caos nel Regno Unito perché si introduce nei sistemi dell’Occhio e dell’Orecchio (le agenzie di sorveglianza statali) e così si muove sempre un passo in anticipo rispetto alle forze del Dito (la polizia segreta). Nel suo rifugio sotterraneo, V ha riprodotto integralmente il Fato, il sistema di schermi che permette al regime di tenere il Paese stretto nella morsa del fascismo. Al momento culminante del suo piano per scuotere il regime dalle fondamenta, V interrompe per tre giorni il funzionamento del Fato, facendo riassaporare ai britannici una qualche forma di libertà, e le civette dei giornali ammoniscono “Monitor sabotati: restate a casa!” Di fatto, però, il sistema di ricezione privato di V continua a operare. Ovviamente, la proposta politica dell’autore Alan Moore non era passare dal governo cattivo che vede tutto al governo buono che vede tutto, quanto di esortare al risveglio delle coscienze e all’auto-organizzazione. Portando l’idea al limite, dunque, tutti che vedono tutto, perché sapere è potere e il potere va distribuito? È possibile che qualcuno traesse conclusioni simili nella prima metà degli anni Ottanta, quando il fumetto fu pubblicato per la prima volta.
Purtroppo, però, noi oggi non somigliamo a V, quanto al dittatore Adam Susan. Occupiamo un gradino molto diverso nella piramide gerarchica, ci mancherebbe altro, ma siamo ben più simili per quanto riguarda un aspetto in particolare. Nel corso della sua guerriglia fisica e psicologica, V fa comparire la scritta “Ti amo” sugli schermi del Fato, facendo breccia nella corazza anaffettiva del dittatore; proprio a partire da quel momento, forse in cerca della sensazione vissuta per un attimo e poi perduta, il leader esce progressivamente di senno. Insiste per ottenere l’affetto di cui ha bisogno da una macchina deputata al monitoraggio. Attraverso di essa cerca di capire se il popolo gli vuole davvero bene, oltre a temerlo e rispettarlo; in essa rincorre la consapevolezza inattingibile di essere desiderato, l’appagamento sessuale, il riconoscimento personale. A decenni di distanza, la vendetta di V continua a mietere vittime, rivelandoci che viviamo una crudele parodia del vero potere: possiamo vedere tutto, persino puntare denaro su tutto, ma non possiamo farci niente. V for Venezuela?
Daniele Zinni è un memer, social media manager e giornalista, ha collaborato con Il Tascabile, VICE e altre testate. Il suo ultimo libro è Meme dal sottosuolo (Einaudi, 2023).



