Zecca Islam
Paolo Mossetti sullo spettro dell'islamo-sinistra
La destra, specie quella contemporanea, vive di complotti e nemici immaginari – l’ideologia gender, la dittatura woke o la sostituzione etnica. Tra queste teorie, però, ce n’è una in particolare che le riassume tutte e che si sta facendo strada tra conservatori (e liberali) in Europa come negli Stati Uniti: l’idea che la sinistra, dopo aver perso le battaglie ideologiche del Novecento, abbia deciso di vendicarsi diventando il cavallo di Troia con cui l’islam politico vuole infiltrare l’Occidente per distruggerlo dall’interno. Paolo Mossetti, giornalista e scrittore, spiega da dove arriva il mito della “islamo-sinistra” e quali forme sta assumendo.
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C’è un’idea che si sta facendo sempre più largo, in Europa, al tramonto del liberalismo più ottimistico. È l’idea che la più grande minaccia per la civiltà occidentale oggi sia rappresentata dalla convergenza tra Islam e sinistra, entrambi costretti a unirsi per affrontare l’ascesa globale delle destre, in un’alleanza politica per rimediare alla propria debolezza economica e culturale, diventando il cavallo di Troia per la barbarie. È uno spettro che viene agitato da collettivi femministi xenofobi come il Némésis, che trovano ospitalità persino al Salone del Libro di Torino “liberato” dalla destra di governo, ma in fondo una certa parentela ce l’ha già con le invettive e i bestseller di Oriana Fallaci degli anni Duemila, trovando una formulazione più ordinata negli ambienti della destra francese: ed ecco qua il termine islamo-gauchisme. Che oggi però da quegli ambienti è ampiamente uscito, tant’è che ne hanno fatto largo uso ministri macroniani e un candidato alla presidenza francese che ne fa un refrain: Éric Zemmour, è un ex giornalista radicalizzato di destra che viene dal centro.
Secondo i sostenitori di questa teoria, il risultato di un ceto progressista pronto a conformarsi al nuovo ordine (sacrificando i valori illuministi in cambio di stabilità e benefici materiali) sarebbe una miscela di antisemitismo, antisionismo e ostilità verso le tradizioni cristiane della maggioranza destinata a condurci alla “sottomissione” – concetto sdoganato dal romanzo omonimo di Michel Houellebecq, pubblicato nel 2015 in concomitanza con la strage di Charlie Hebdo. Episodi come le aggressioni a figure dell’intellighenzia ebraica già convinte dell’ineluttabilità dello scontro civilizzazionale come Alain Finkielkraut durante le proteste dei gilet gialli nel 2019, così come la presenza di attivisti islamisti gravitanti attorno al leader di sinistra Jean-Luc Mélenchon, sono stati interpretati dagli ambienti liberali e conservatori come conferma di una minaccia convergente.
A differenza della Francia, se in Italia il termine non è (ancora) entrato con la stessa forza nel linguaggio politico, è soltanto a causa del fatto che i segmenti musulmani della popolazione non toccano palla nella politica che conta, né hanno il più delle volte nemmeno modo di farlo. Ma le grandi mobilitazioni contro la pulizia etnica a Gaza avvenute in coincidenza con un governo culturalmente reazionario, atlantista e vicino al trumpismo hanno reso meno stabile l’eccezione. Così che anche qui da noi sono arrivate guerre culturali combattute con armi simili a quelle francesi: basti vedere nei giorni successivi al referendum costituzionale di marzo, nei quali quotidiani come Il Tempo o Il Giornale hanno amplificato accuse di connivenza e ruberie elettorali tra mondo islamico e populismo di sinistra. Non siamo ancora ai livelli parigini, dove l’opposizione di La France Insoumise viene descritta da tutti gli altri come il lasciapassare non tanto per un socialismo autoritario, bensì per l’islamismo, tracciando un filo che dal sostegno espresso in piazza per Hamas porterebbe dritto dritto fino alle donne molestate alla stazione di Roma Termini. Un inquadramento in cui, va da sé, Israele finisce con l’essere considerato come una sorta di Arca di Noé dell’Occidente, forse più ancora dell’America stessa.
È all’interno di questo quadro che si mobilita, parlando di politica estera e guerra, un filone polemico rimasto relativamente sotto traccia, o legato a temi per lo più domestici, per quasi un ventennio dopo la morte di Fallaci: proprio il femminismo “della differenza”, che accusa la sinistra liberal di voler distruggere, attraverso l’alleanza con i movimenti multiculturalisti e queer, non solo il concetto di donna per come è tradizionalmente inteso, ma anche l’essenza della sinistra stessa, compiendo così un vero e proprio “suicidio civilizzazionale”. Si prenda ad esempio la filosofa Lucetta Scaraffia, che dall’inizio della mattanza a Gaza accusa i movimenti femministi di difendere i diritti delle donne solo quando non entrano in conflitto con le comunità musulmane, e Papa Bergoglio di essere un cripto-antisemita troppo tenero con Hamas, mentre definisce l’ex-leghista fascistoide Roberto Vannacci un semplice “conservatore” che ha il “coraggio” di dire quello che molti pensano.
È uno schema che appare ormai sempre più spesso: la sinistra sarebbe “antimperialista selettiva” perché se la prende solo con l’Occidente mentre tollera i dittatori e le guerre dei suoi nemici, lotta con il patriarcato ma poi è tenera con il velo e il burqa, protesta per Gaza ma minimizza il carattere autoritario dell’islam politico. La sinistra pro-Lgbt manifesta per Gaza o per l’Iran dove gli omosessuali vengono perseguitati, dice la destra di tutto il mondo – dagli Stati Uniti dove le retoriche anticoloniali del nuovo sindaco di New York Mamdani vengono trasformate in nuove giustificazioni per odiare gli ebrei, alla Germania dove qualsiasi critica alle politiche israeliane cade sotto la scure della Staatsräson e viene bollata come antisemitismo.
Più che la fotografia di una realtà sociale, l’accusa di islamo-gauchisme è un sintomo di mutamenti laceranti. In primo luogo abbiamo il riposizionamento della destra euroatlantica dopo la crisi della retorica global-ottimista e l’incapacità di riformarsi delle società europee di fronte al declino demografico, ma anche i pregiudizi antisemiti effettivamente presenti in alcune comunità musulmane e antimperialiste, esasperate dalle politiche israeliane e dall’appiattimento su Israele di parte delle leadership del mondo ebraico. Infine l’uso e l’abuso dei social, che portano vari segmenti femministi e liberali a impantanarsi in un’artificiosa divisione manichea del mondo tra l’Occidente libero e democratico, da una parte, e la galassia degli “anti-occidentali” di varia osservanza dall’altra.
Ovviamente, in ognuna di queste tesi c’è un nocciolo di cui si può discutere. Negli anni Settanta una grossa parte dei militanti marxisti cambiò linguaggio ideologico, affrontando l’esaurimento della stagione rivoluzionaria volgendo lo sguardo sull’Islam politico e le sue rivolte, ma resta il fatto che ridurre l’immaginario antimperialista, e soprattutto la centralità della lotta contro Israele, a un mero rimasuglio della Guerra fredda è miope. L’opinione pubblica sui due lati dell’Atlantico è in prevalenza apatica, depoliticizzata e molto spesso cerca rappresentanza non solo in chi rifiuta l’islamizzazione radicale, ma anche in chi cerca alternative alla guerra di civiltà senza fine. I sondaggi disastrosi che puntellano l’avventura iraniana di Trump-Netanyahu e dei loro governi-satellite, considerata la pubblicità negativa di cui godono gli ayatollah e l’Islam, ci dicono che forse Fallaci sta vincendo più sulla repressione/intolleranza domestica che nella politica estera.
Il ricorso all’equazione tra Islam e sinistra tende invece a semplificare fenomeni molto diversi tra loro – dalle rivendicazioni antirazziste dei giovani migranti, alle campagne di boicottaggio contro un Israele in fase di escalation etno-nazionalista, passando per la preoccupazione di alcuni rimasugli della socialdemocrazia europea per il fanatismo religioso dell’alleato di Washington. L’idea che esista un’alleanza strutturata a tavolino per la distruzione dell’Occidente tra queste due forze sconvolgenti – l’Islam e chi rivendica sempre più con forza i diritti soggettivi – piuttosto che una ben più banale serie di convergenze disordinate e contestuali dettate dal caos e dal bisogno di un’alternativa, consente alla destra radicale col vento in poppa di tagliare corto: episodi reali di antisemitismo o di convivenze finite male vengono così usati per generalizzare su intere comunità e legittimarne l’espulsione in massa, o per ridurre importanti dibattiti sulla politica estera a una semplice dicotomia identitaria fondata sul conflitto tra “noi” e “loro”.
Ma la ricetta è a conti fatti solo reattiva e pure poco originale. Qualcosa di simile era già emerso circa un secolo fa nel vortice paranoico della Germania hitleriana, con quel mito del “giudeo-bolscevismo” che ha più di un punto di contatto con l’islamo-gauchismo che oggi è il cuore pulsante delle prime pagine di un Tommaso Cerno. All’epoca comunismo ed ebraismo diventavano due facce dello stesso nemico, entrambi colpevoli di complottare contro l’Occidente – una visione che, come ci mostrano storici come Franco Ferrari e Paul Hanebrink, affonda le sue radici tra le macerie della Prima guerra mondiale, i pogrom dei Bianchi e i falsi Protocolli dei Savi Anziani di Sion, contaminando l’Europa tra le due guerre e che, sopravvivendo alla caduta del nazismo, verrà poi riciclata in campagne anticomuniste e revisioniste, da Varsavia a Budapest, fino al post-sovietico revival della destra est-europea, dove la storia diventa strumento di propaganda per emanciparsi dall’Eurasia sottosviluppata.
È a questo insomma che serve l’accusa di islamo-gauchisme: provare a descrivere sia i musulmani sia la sinistra come elementi incongrui, sovversivi e antinazionali, che vanno necessariamente spinti fuori dal campo dell’agibilità politica per garantire la sopravvivenza stessa della propria nazione. Se è vero che una parte di sinistra si spara nei piedi da sola, vedendo nel cambiamento demografico e nelle minoranze in quanto tali un ineluttabile destino progressista, è anche vero che la destra deve fare i conti con una società in crescente secolarizzazione: difficile allora vedere nei cristiani adoratori di Trump quel punto d’equilibrio che permetterebbe alla vita comune di conservare il proprio baricentro, bloccando i facilitatori dei barbari. Ciò che resta della socialdemocrazia forse ha ancora tempo per provare a trovare un programma universalista che rigetti sia le gabbie dell’identitarismo sia le illusioni di un laicismo sdegnoso e aristocratico. Per il momento, viviamo ancora nell’ombra dell’autrice de La rabbia e l’orgoglio, un quarto di secolo dopo.
Paolo Mossetti è uno scrittore e giornalista, si occupa di antropologia economica. Il suo ultimo libro è Appugrundrisse (minimum fax, 2022).




