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Didn't kill himself

Jacopo Di Miceli su corsi e ricorsi del caso Epstein

Jacopo Di Miceli
feb 06, 2026
∙ A pagamento
Fotografia censurata, Epstein Files (Data Set 3, EFTA00004034)

Da cavallo di battaglia del complottismo di estrema destra, le gravi accuse di pedofilia e abusi sessuali legate al finanziere newyorkese Jeffrey Epstein si sono improvvisamente trasformate in un’arma politica nelle mani dei Democratici. Un simile stravolgimento del discorso – fino a poco tempo fa inimmaginabile ma, tutto sommato, coerente con le dinamiche del complottismo liberale – non può però produrre alcun effetto positivo. Come spiega Jacopo Di Miceli – giornalista e curatore di Osservatorio sul complottismo – non si può “combattere una teoria del complotto con un’altra teoria del complotto” e i rischi sono peggiori di quanto possiamo immaginare.


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Dovremmo essere tutti complottisti sul caso Jeffrey Epstein? Ad affermarlo non è un fanatico sostenitore MAGA, ossessionato da anni di racconti horror su oscure cricche di pedofili e satanisti nelle élite democratiche, ma Mehdi Hasan, uno dei più brillanti e rispettati giornalisti progressisti negli Stati Uniti. Come possiamo non prendere in considerazione le teorie del complotto – argomenta l’autore – quando il presidente, già condannato per abusi sessuali e amico intimo di un noto molestatore seriale, sta tentando in ogni modo di ostacolare la trasparenza sui file che riguardano il caso? Senza girarci attorno, Hasan definisce il caso come potenzialmente “la notizia più grande del Paese, se non del mondo. Di gran lunga. È uno scandalo politico e criminale più grande di Watergate, Whitewater e Iran-Contra messi insieme”.

L’accaloramento di Hasan dovrebbe essere sufficiente, già da solo, a darci la misura di quanto la vicenda si sia progressivamente e inarrestabilmente trasformata, passando da essere una sordida cronaca giudiziaria di second’ordine alla più feroce battaglia politica combattuta in America negli ultimi dieci anni; e ancora, da dispositivo retorico complottista in mano ai trumpiani ad un dispositivo retorico para-complottista in mano ai democratici. È un capovolgimento che, a prima vista, non è altro che il naturale contrappasso delle degenerazioni paranoiche dell’establishment repubblicano – per intenderci, smetti di assecondare la follia dei matti e i matti ti smatteranno contro – ma, a una lettura più profonda, diventa evidente che si tratta soprattutto di qualcosa di decisamente più grave e complesso: la cristallizzazione delle patologie del sistema politico e mediatico americano. C’è, infatti, una differenza sostanziale tra la condanna morale dei crimini di Jeffrey Epstein e della sua potente cerchia di amici, e la scommessa che dallo scandalo emergerà finalmente una prova decisiva contro Trump, che, come un deus ex machina, risolverà i problemi elettorali dei democratici. La stessa differenza che intercorre tra un approccio che assegna alle vittime il primato della narrazione e un altro che le spinge a rivivere il proprio trauma – oltretutto in pubblico – senza la protezione del sistema giudiziario, facendo diventare notizia il nuovo nome noto coinvolto piuttosto che l’abuso compiuto.

Ma facciamo un passo indietro. Dal momento della sua morte, avvenuta per suicidio nell’agosto del 2019 mentre si trovava in un carcere di Manhattan in attesa di giudizio per traffico sessuale di minori, la figura del finanziere Epstein è entrata nell’immaginario trumpiano come simbolo della corruzione morale e della depravazione sessuale delle élite democratiche. Per anni, infatti, le personalità dell’universo MAGA hanno coltivato la speranza che venisse alla luce una lista di clienti di spicco ai quali Epstein, aiutato dalla sua amica e complice Ghislaine Maxwell, avrebbe procurato giovani donne per abusarne indisturbati nelle sue varie proprietà: una villa nell’Upper East Side di New York, un’isola privata nell’arcipelago delle Isole Vergini Americane, una tenuta di Palm Beach, in Florida, e un aereo privato – il “Lolita Express”. Epstein poteva vantare, in effetti, una vastissima rete di contatti influenti nella politica, nella finanza, nell’imprenditoria e nello spettacolo, con cui l’amichevole familiarità non era venuta meno nemmeno quando, già nel 2008, la sua condotta criminale era diventata di dominio pubblico a seguito di un patteggiamento per induzione alla prostituzione di una minorenne.

In seguito, le vicissitudini giudiziarie di Epstein si sono imprevedibilmente intersecate con la teoria del complotto di QAnon – che, per farla breve, elevava Trump a salvatore dell’umanità in lotta contro una “cabala” di pedofili e satanisti annidati nelle strutture profonde dello Stato americano. Il leader repubblicano non ha mai rinunciato a gettare benzina sul fuoco di queste fantasie, sia durante la sua prima presidenza (quando insinuava che il suicidio fosse stato una messinscena per coprire i rapporti tra Clinton ed Epstein), sia nell’ultima campagna elettorale, quando ha promesso di divulgare tutti i file nelle mani del governo. Proprio a questo scopo, ha nominato ai vertici dell’FBI Kash Patel e Dan Bongino, entrambi accaniti fautori della teoria cospirazionista per cui Jeffrey Epstein didn’t kill himself.Eppure, una volta tornato alla Casa Bianca, Trump ha disatteso tutte le aspettative. La procuratrice generale Pam Bondi, che inizialmente aveva millantato rivelazioni esplosive sulla lista dei clienti di Epstein e sulla pubblicazione di documenti classificati, è stata prima sconfessata dalle ritrattazioni imbarazzate di Patel e Bongino (che, anzi, hanno direttamente smentito l’esistenza della lista) e poi costretta a una completa retromarcia dopo aver appreso che il nome del presidente compariva più volte nei file. Messo sulla difensiva, Trump ha così stravolto la sua precedente narrazione, convertendo, per quanto assurdo possa sembrare, le vecchie teorie del complotto repubblicane su Epstein in una bufala messa in piedi dai democratici per danneggiare la sua reputazione, e ha quindi ordinato a Bondi di aprire nuove indagini sui legami tra Epstein e varie figure di ambiente liberal.

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Jacopo Di Miceli
Curatore dell'Osservatorio sul complottismo . Scrivo per Facta, Valigia Blu e Il Fatto Quotidiano. I miei libri: "L'ideologia della paura. Come il complottismo ha conquistato l'America e l'Europa" e "Manuale per fabbricare una teoria del complotto"
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