Senza ambiguità
Tara Riva su guerra, dissenso e omicidi in Iran
Dopo mesi – se non anni – di tensioni crescenti, Stati Uniti e Israele hanno finalmente attaccato l’Iran, dando inizio a un conflitto regionale che sembra allargarsi di più ogni giorno che passa. In qualunque modo finirà questa guerra, una cosa è certa: la Repubblica Islamica non sarà mai più uguale a sé stessa. Al contempo, però, sembra sempre più difficile capire come possiamo schierarci nei confronti del conflitto e di quanto sta accadendo in Medio Oriente. Su Tempolinea, abbiamo sempre prestato un’attenzione particolare alle vicende iraniane – l’estate scorsa l’editor di Iconografie Piervittorio Milizia ha commentato la trasformazione in meme della Guerra dei 12 giorni e in gennaio abbiamo intervistato la giornalista Cecilia Sala per capire cosa ci fosse dietro le proteste nel paese. Questa settimana, invece, Tara Riva, analista politica italo-iraniana, spiega perché è così difficile prendere una posizione rispetto al conflitto, e domenica pubblicheremo per i soli abbonati un’analisi del giornalista indipendente e rifugiato iraniano Siyâvash Shahabi sul mito di Khamenei come leader dell’antimperialismo mondiale.
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Il 28 febbraio, dopo settimane di speculazioni crescenti su un’escalation e nonostante tutti gli sforzi diplomatici – ironicamente considerati positivi da alcuni dei negoziatori – volti a porvi un qualche freno e a evitare così una nuova guerra, gli Stati Uniti e Israele hanno preso una decisione definitiva: lanciare unilateralmente una vasta serie di attacchi coordinati contro l’Iran. A precedere l’aggressione militare, tuttavia, non sono stati solo i negoziati tenutisi tra Roma, Ginevra e Muscat, in Oman, ma anche e soprattutto la violentissima repressione da parte delle autorità iraniane delle manifestazioni popolari iniziate lo scorso gennaio e tragicamente risultata in un massacro dalle proporzioni ancora difficilmente misurabili ma nel quale, secondo i dati aggiornati al 23 febbraio dell’organizzazione non governativa impegnata nella protezione dei diritti umani in Iran Human Rights Activists News Agency, ci sarebbero state almeno 7 mila vittime accertabili. A innescare l’ondata di proteste era stato il brusco crollo del rial la fine dello scorso dicembre, e anche per questo la componente sociale che si è fin da subito mobilitata ed è scesa nelle piazze è stata quella dei commercianti – in effetti, è stato solo in un secondo momento che altri strati della popolazione hanno preso parte alla contestazione, per quanto è indubbio che questo sia accaduto in modo abbastanza rapido. Nel giro di pochi giorni, le proteste hanno quindi assunto una dimensione critica estendendosi a tutto il territorio nazionale e interessando tutte le province, oltre 200 città e attraversando linee etniche, sociali e generazionali; insomma, segnalando un forte livello di malcontento indiscutibilmente diffuso e trasversale alla grandissima parte della popolazione.
Nonostante questo, è comunque necessario evidenziare il fatto non meno rilevante che una componente importante della popolazione — spesso stimata tra il 15 e il 25% degli iraniani — persiste nel sostenere, per ragioni che possono essere ideologiche o materiali, il vigente sistema della Repubblica Islamica instaurato in seguito alla rivoluzione del 1979. Ma, come si diceva, non si tratta che di una minoranza, un nocciolo duro di consenso duro a morire, mentre tutto intorno si affermano con sempre più forza sentimenti di profonda ostilità e disillusione. Il regime, dopotutto, sembra sempre più essere alimentato dalla sola corruzione, diffusa a livello capillare e raramente contrastata seriamente, così come l’ininterrotto aumento delle disuguaglianze economiche. In definitiva, si può serenamente affermare che la convinzione dominante è quella per cui lo Stato iraniano non sia più in grado di fronteggiare le principali sfide strutturali poste davanti al destino del Paese: dalla crisi ambientale alla stagnazione economica, fino alle tensioni sociali e ai diritti civili. Quello che è certo, dunque, è che questa nuova guerra colpisce un Iran indebolito, sfiduciato e che ha fatto da troppo poco i conti con una delle pagine più drammatiche della sua storia recente.
In pochissimo tempo – in effetti, nemmeno un giorno intero dopo l’inizio del conflitto – dapprima i media israeliani e poi anche quelli iraniani hanno dato una notizia sorprendente: l’uccisione, in un raid dell’aviazione israeliana, di Ali Khamenei, Guida Suprema della Repubblica Islamica dell’Iran fin dal 1989, quando aveva preso il posto del defunto leader della rivoluzione e fondatore dell’attuale sistema Ruhollah Khomeini. La sua eliminazione, tuttavia, non va limitata a un semplice atto bellico come un altro ma si inserisce piuttosto in una ben più ampia strategia che mira a indebolire progressivamente l’architettura politico-istituzionale dello Stato iraniano, forzandone così lo state collapse – ovvero il collasso complessivo dell’intero ordine costituzionale così per come concepito in seguito alla rivoluzione e percepito come necessariamente ostile da parte di Israele e Stati Uniti. Il precedente immediatamente evocato da diversi osservatori è stato il caso libico del 2011, quando l’intervento militare della coalizione a guida NATO contribuì dapprima alla caduta e all’uccisione di Muammar Gheddafi da parte degli insorti e, in seguito, alla frammentazione dell’apparato statale della Libia dando inizio a una crisi ancora oggi in atto nel paese. Oltretutto, gli omicidi mirati dei leader politici e militari nemici non sono una novità nei rapporti israeliani e statunitensi con l’Iran, come si è visto già nel 2020 quando Qasem Soleimani, uno dei principali capi militari iraniani, venne assassinato a Baghdad e con ancora maggiore intensità dopo gli attacchi del 7 ottobre 2023, dopo i quali Israele ha ucciso in successione i leader di Hamas, di Hezbollah e degli Houthi – tutti alleati dell’Iran.
Allo stesso tempo, tuttavia, i casi citati differiscono profondamente tra di loro ed è in questo senso importante sottolineare che Khamenei non era “solo” un leader politico: per quasi quattro decenni, infatti, è stato la massima autorità religiosa e istituzionale della Repubblica islamica, incarnando un ruolo simbolico-religioso che va ben oltre i confini nazionali dell’Iran. In quanto Guida suprema del paese, infatti, Khamenei era inevitabilmente diventato anche riferimento centrale per tutta la gerarchia sciita, ragion per cui le sue interpretazioni del diritto islamico e le direttive religiose da lui emanate avevano un impatto concreto e immediato sulla vita quotidiana di milioni di fedeli sciiti in Iran, naturalmente, ma anche in Iraq, Libano, Pakistan, Afghanistan, Bahrein e Yemen. Il suo assassinio, dunque, è stato prevedibilmente accolto da una buona parte di questi come un attacco diretto a una propria autorità religiosa di riferimento, dando così inizio a proteste, scontri e tensioni in tutta la regione.
In alcuni Paesi, oltretutto, le manifestazioni hanno assunto una dimensione politica più ampia: in Bahrein, dove una maggioranza sciita è governata da una monarchia sunnita sostenuta dagli Stati Uniti e dall’Arabia Saudita, gli scontri si sono diffusi al punto da costringere le autorità locali a rafforzare le misure di sicurezza per poter anche solo contenere le tensioni; il Ministero dell’Interno bahreinita, inoltre, ha cercato di limitare la circolazione dei video che documentavano gli attacchi missilistici iraniani sul paese, presumibilmente a causa di alcune clip virali in cui si potevano vedere degli abitanti del paese reagire positivamente e praticamente festeggiare nel momento in cui questi colpivano i propri obiettivi nel paese. In Iraq e Pakistan, invece, i manifestanti hanno concentrato la propria reazione contro i diretti responsabili della morte di Khamenei e, infatti, si sono registrati veri e propri assalti contro alcune sedi diplomatiche statunitensi, costando la vita ad almeno 22 persone – in particolare, ci sono stati una quindicina di morti a Karachi.
Contemporaneamente, ha avuto luogo un fenomeno di segno completamente opposto. Diversamente da quanto accaduto in Pakistan o Bahrein, una parte significativa della popolazione iraniana — sia dentro il paese che nella diaspora — ha interpretato l’uccisione di Khamenei come un momento di decisiva rivalsa simbolica, legandola in modo diretto alla memoria delle vittime della repressione di Stato, di cui egli rappresentava in modo inequivocabile l’assoluto vertice decisionale, politico e istituzionale. In moltissimi, di conseguenza, non hanno potuto né voluto contenere la propria gioia e hanno celebrato l’evento ballando, cantando e festeggiando con gioia. Sui social media, inoltre, sono velocemente riemerse le immagini e i nomi di quelle persone che sono loro malgrado divenute il simbolo della violenza repressiva del regime: da Neda Agha-Soltan, uccisa durante le proteste del 2009, a Zahra Bahlouli-Pour, assassinata nel corso delle manifestazioni dello scorso gennaio, sino a Mahsa Jina Amini, la cui vicenda ha dato avvio nel settembre 2022 al movimento di protesta “Donna, Vita, Libertà”.
La loro memoria è stata richiamata questa volta non tanto per denunciare i crimini della Repubblica islamica ma per festeggiare assieme a ciascuna di loro, indipendentemente dal fatto che non abbiano potuto assistere a questo importante passaggio storico: la morte di un dittatore oppressivo, direttamente responsabile di aver spezzato numerosissime vite innocenti. L’assassinio di Ali Khamenei, insomma, sarà ricordato da molti come un “martirio” – concetto estremamente importante nella cultura sciita in generale e in quella iraniana in particolare – che verrà invocato e commemorato per molti anni da milioni di persone, in Iran così come in altri paesi della regione. Per tantissima altra gente, tuttavia, l’evento rappresenterà un momento di giustizia e resa dei conti: la morte di un dittatore responsabile di decenni di sanguinosa repressione interna e di violenti interventi regionali – in particolare quello in Siria a sostegno del regime di Bashar al-Assad.
Come collocarsi davanti a tutto questo? In effetti, è senza dubbio difficile, per chi osserva questi fenomeni storico-politici alle nostre latitudini, comprendere fino in fondo la portata e complessità di queste dinamiche. Il primo passaggio che deve essere inevitabilmente affrontato, a mio avviso, consiste nel riconoscere l’esistenza stessa di queste letture della realtà diametralmente opposte, con tutto il loro portato di contraddizioni, traumi, cicatrici storiche, esperienze personali e fratture politiche che si portano dietro. È, anzi, quasi fisiologico che queste narrazioni coesistano allo stesso tempo quando si discute di una figura politica e religiosa che ha saputo restare tanto a lungo al potere con tutte le conseguenze del caso, e più in generale di un regime tanto controverso e che pure si è affermato abbattendone uno non meno violento e repressivo, ma pur sempre gradito al mondo occidentale.
Il secondo passaggio, invece, consiste nel tornare ai principi della giustizia e del diritto internazionali, spingendo ad un impegno collettivo con lo scopo che questi possano essere effettivamente applicati e che lo si faccia il più coerentemente possibile, senza il continuo ricorso ai doppi standard. Un osservatore europeo non può, né deve, negare gli svariati crimini documentati di cui si sono macchiate le autorità della Repubblica islamica e le cui conseguenze hanno inciso profondamente sulla vita di così tante persone, dentro e fuori dall’Iran. A tal fine, è fondamentale sostenere e rafforzare i numerosi meccanismi previsti dal diritto internazionale per tutelare le vittime di abusi e di violazioni di diritti umani. In questo contesto, vale la pena ricordare che la Carta delle Nazioni Unite, base giuridica dei rapporti internazionali, vieta (seppure con qualche eccezione chiaramente prevista) espressamente l’uso unilaterale della forza tra nazioni, dal momento che la sovranità e l’integrità territoriale degli Stati costituiscono i principi cardine dell’ordine giuridico internazionale vigente.
Come si traduce, concretamente, una posizione di questo tipo? La risposta, apparentemente complessa e fumosa, è in effetti facilmente individuabile e può consistere nel sostenere le raccomandazioni suggerite da Amnesty International in seguito al massacro compiuto dal regime in gennaio – ad esempio, invocare indagini e procedimenti legali da parte della Corte penale internazionale e dai singoli tribunali nazionali, come si richiede già nei confronti dei criminali di guerra israeliani – e, allo stesso tempo, nell’opporsi fermamente ad un’aggressione militare unilaterale che viola la Carta ONU, quale è indiscutibilmente quella israelo-statunitense contro l’Iran. Non si tratta di una posizione né ambigua né contraddittoria: al contrario, è proprio in questi termini che può esprimere l’interpretazione più coerente del diritto internazionale. L’idea di un aut aut, invece, è il risultato di una polarizzazione politica che, purtroppo, viene spesso alimentata non solo dalle complessità reali precedentemente menzionate, ma anche da semplificazioni e letture mediatiche strumentali.
Permettere l’affermarsi di queste letture, facendo a pezzi l’ordine internazionale e legittimando guerre illegali e genocidi, non solo non aiuta in alcun modo chi come gli iraniani è già vittima dei regimi più oppressivi, ma lo rende ancora di più un bersaglio; è in questo contesto che si afferma la crisi globale contemporanea, esplicitata in una sorta di conflitto permanente in cui qualunque attore internazionale si sente in diritto di bombardare, rapire e ammazzare i propri nemici nella consapevolezza di non andare incontro ad alcuna conseguenza – arrivando, anzi, ad affermare di lavorare per la pace. Inevitabilmente, in tutto questo gioco al massacro gli iraniani e le loro effettive aspirazioni finiscono per scomparire. La solidarietà, quando è sincera, dev’essere affrontata e praticata responsabilmente. Sembra ovvio ma, evidentemente, niente lo è più, nemmeno i principi basilari di legalità e umanità. Per concludere, quindi, mi limito a citare un celebre distico persiano, tradizionalmente attribuito al poeta Saadi Shirazi, e lasciare che siano queste parole a rispondere ad ogni eventuale dubbio rimasto: “un nemico intelligente ti eleva, un amico ignorante ti getta a terra”.
Tara Riva è un’analista politica italo-iraniana, esperta di relazioni internazionali e di Medio Oriente. Le sue ricerche sono comparse in testate come MicroMega e ha più volte collaborato con istituzioni internazionali come le Nazioni Unite e l’Unione Europea.




